Ancora sugli esami di Stato: incoerenze e contraddizioni

L’ex ministro Luigi Berlinguer ha recentemente affermato che l’attuale esame di Stato conclusivo degli studi superiori, così com’è, non va bene e che quindi andrebbe cambiato. Ci sarebbe da dire che avrebbe potuto pensarci prima, visto che è stato lui a progettare e applicare questo esame, ma bisogna riconoscere che nella sostanza ha ragione. Nella prassi attuale infatti, più o meno simile in tutto il Paese, questo esame di Stato presenta tante imperfezioni e contraddizioni da ridursi spesso ad una farsa, ad un rito squallido e ripetitivo che non lascia nulla a studenti e docenti se non un profondo senso di vuoto e di frustrazione.
Cominciamo con il dire che la legislazione sull’esame è di tipo puramente tecnico e burocratico e non garantisce in alcun modo l’equanimità dei giudizi, dato che non entra affatto nel merito della valutazione e del giusto rilievo da attribuire alla personalità dell’alunno, oltre che alla sua preparazione oggettiva. Non è previsto alcun giudizio di merito da parte delle commissioni, ma soltanto una serie di aride valutazioni numeriche che, alla fine, si traducono in una semplice somma di punteggi. Il vecchio esame che noi (purtroppo non più giovani) abbiamo sostenuto, quello cioè che entrò in vigore nel 1969, era sì limitato a poche materie, ma giudicava lo studente in modo più  equo e comprensivo, perché si fondava su giudizi articolati e non su semplici numeri, e teneva conto di ogni aspetto della personalità, non del semplice risultato delle singole prove, spesso valutate oggi in modo frettoloso e acritico. Consentiva inoltre, il vecchio e vituperato esame di maturità, di bilanciare adeguatamente i risultati delle prove d’esame con l’andamento didattico dello studente nel corso dei cinque anni precedenti; adesso invece, se uno studente fallisce una prova d’esame, è irrimediabilmente condannato a una valutazione bassa, perché i commissari esterni ripetono il trito e squallido ritornello secondo cui il profilo didattico dello studente è già stato considerato nel punteggio del credito, senza tener conto del fatto che tale punteggio rappresenta solo il 25% del voto finale, mentre il restante 75% è attribuito alle prove d’esame, sottoposte ai metri valutativi diversissimi e spesso bizzarri dei commissari esterni, che finiscono per condizionare totalmente la valutazione finale e spesso per stravolgere la scala dei valori che da sempre ha caratterizzato una determinata classe o gruppo di alunni.
La legislazione sull’esame non dà alcuna indicazione in merito; avviene così che in alcune commissioni certe prove scritte (specie il tema di italiano) vengono valutate in maniera anche troppo generosa (tutti voti da 10 a 15), mentre in altre viene adoperato un metro molto più restrittivo: quest’anno, nella commissione cui ho avuto la sventura di partecipare come commissario interno, ai temi di italiano sono state attribuite votazioni anche di 5 quindicesimi, senza la minima conoscenza della personalità degli studenti. Sotto questo profilo, nonostante l’apparente vacuità di un esame sostenuto di fronte ad una commissione di docenti tutti interni, dobbiamo ammettere che una tale eventualità, in un caso come questo, sarebbe molto migliore, perché chi conosce bene un alunno da più anni è certamente in grado di applicare un metodo valutativo più obiettivo rispetto a chi viene dall’esterno e non tiene in conto null’altro se non i caratteri specifici di quella singola prova, che spesso non coincidono con quelli rivelatisi nel corso dei cinque anni. Per lo meno occorrerebbero, da parte del legislatore, indicazioni più precise, in modo da evitare che in certe commissioni i voti vadano dal 10 al 15 ed in altre dal 5 al 10.
Un’altra grave carenza legislativa è la mancanza di criteri sulla conduzione della prova orale, il cosiddetto “colloquio”. Come va inteso questo termine? In molte commissioni lo si ignora totalmente, tanto che i commissari realizzano in pratica non un colloquio, ma una vera e propria interrogazione per materia; nelle discipline umanistiche, addirittura, viene richiesta anche una pedante lettura e traduzione di testi classici, con domande di grammatica, di sintassi ecc. A mio giudizio tale pratica è ingiusta e vessatoria, perché quando uno studente è stato interrogato tutto l’anno dal suo docente su questi aspetti tecnici dell’italiano o delle lingue classiche, non c’è affatto necessità di pretenderli nuovamente all’esame di Stato; qui la prova orale non deve essere un’interrogazione, ma, appunto, un colloquio, dove si pongono quesiti generali badando alla sostanza dei concetti, ai collegamenti interdisciplinari da cui emerge la capacità dello studente di esprimere il proprio spirito critico, e non alle pure e semplici nozioni come le cosiddette “regole” grammaticali, che verranno comunque dimenticate entro breve tempo . Io sono certo che ad uno studente, quando sarà uscito dal Liceo, sarà più utile ricordare il pensiero e l’importanza di un Leopardi o di un Lucrezio nella storia della cultura piuttosto che un enjambement o un ablativo assoluto.
Tutto ciò deriva dalla mancanza di una legislazione adeguata, per cui ogni commissione agisce come vuole, e talvolta i commissari esterni, arrivando all’ultimo momento e con un’impostazione didattica del tutto diversa dagli insegnanti che hanno seguito l’alunno durante l’anno scolastico, stravolgono completamente la valutazione di un’intera classe.

E spesso accade anche di peggio, perché i presidenti delle commissioni, nel loro folle terrore di ricevere dei ricorsi dalle famiglie degli studenti e quindi di essere costretti a tornare in agosto a scuola per riprendere in mano le carte dell’esame, sono generalmente intenzionati a non bocciare nessuno. Questo è un gravissimo errore, perché chi non ha una preparazione adeguata o almeno accettabile può e deve essere bocciato. Ma ammettiamo pure, a dispetto del vero, che queste promozioni forzate derivino da motivi di umanità, e cioè dall’idea che gli studenti, una volta ammessi all’esame, sarebbero umiliati se dovessero ripetere l’ultimo anno di corso. Ma quel che accade poi ha addirittura del grottesco: volendo promuovere tutti, le commissioni sono costrette a compiere veri e propri falsi, attribuendo (quasi sempre all’orale) votazioni alte e assolutamente immeritate solo per far raggiungere allo studente il fatidico 60 che gli consente la promozione. Ma agli altri chi ci pensa? Si aiuta sfacciatamente chi non lo merita e poi, con malcelato cinismo, si affossano gli altri, arrivando così a una squallida massificazione nelle valutazioni finali. Con un simile criterio i nullafacenti e gli incapaci sono promossi con 60/100, mentre chi per cinque anni ha sempre studiato ed ha raggiunto, magari senza brillare, risultati dignitosi si trova poi, per aver fallito nell’interrogatorio (pardon: nel colloquio) d’esame, a uscire dalla scuola con 61 o 62/100. Questa è giustizia? Io pongo la domanda, nella speranza che qualcuno che conta in alto veda quanto scrivo e ci rifletta. Sarà una speranza vana ma, come da sempre si suol dire, la speranza è l’ultima a morire.

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2 commenti

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2 risposte a “Ancora sugli esami di Stato: incoerenze e contraddizioni

  1. beatrice de marco

    Condivido a pieno le considerazioni sopra riportate; come madre e come psicologa ho potuto constatare che i meccanismi indotti dall’attuale organizzazione dell’esame di maturità tendono a facilitare massificazioni (poichè si tende a promuovere in massa) ; dall’altra parte non sufficiente attenzione viene, spesso, posta per i ragazzi con un profitto in fascia alta di rendimento; cioè quei ragazzi che per tutto il corso di studi hanno seguito e studiato costantemente e seriamente. Per questi ultimi si finisce, spesso,con il dare per scontato che, poichè ce la faranno da soli, non necessitano di quel supporto anche molto “impegnativo” indirizzato a coloro che rischiano la bocciatura. Il. Risultato? E’ ormai diventato difficilissimo, quasi impossibile, conseguire il massimo dei voti mentre molto facile, quasi scontato, raggiungere il 60. Ritengo deleterio tutto ciò per due ordini di ragioni:1) perchè nella vita, in particolare in fase di sviluppo e formazione,, coerenza e giustizia sono aspetti importanti; 2) perchè chi si è impegnato nei cinque anni merita di raccogliere i “frutti” del proprio lavoro. attraverso una valutazione complessiva del rendimento negli anni e non solo nelle poche ore dell’esame e con la variabilità valutativa, per altro di somma numerica, delle singole commissioni.

    • Mi fa piacere che la dott.ssa De Marco approvi quanto ho scritto. Il suo parere è sicuramente autorevole, perché è una psicologa e può quindi comprendere le reazioni emotive dei ragazzi, soprattutto di quelli che si vedono discriminati da questo tipo d’esame. Sarebbe proprio il caso che il nostro Ministero dell’istruzione, università e ricerca, come si chiama adesso, si decidesse a modificare ciò che non va: del resto, l’esperienza maturata dal 1999 ad oggi ci dice che così com’è congegnato l’esame di Stato provoca tante ingiustizie e difformità, che certamente hanno un effetto deleterio sui giovani, specie quando chi si è impegnato a fondo e ha sempre fatto il proprio dovere si rende conto che i furbi e i disonesti hanno ottenuto risultati migliori dei suoi, e che chi doveva essere bocciato è stato invece promosso per “non avere noie”. Se non siamo noi ad avere a cuore la giustizia e la legalità, come possiamo sperare che i giovani credano in questi valori?

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