Le fatiche dello studioso

 

Da un po’ di tempo mi sto chiedendo quali vantaggi porti l’attività scientifica che uno studioso, sia docente universitario o di liceo, voglia compiere nella sua vita. Chi facesse attività di ricerca per ricavarne un guadagno economico sarebbe un illuso, per non dire uno sciocco: occorrerebbe pubblicare un best seller, e stamparne almeno centomila copie, per ricavarci qualche soldo che sia anche lontanamente paragonabile ai proventi di un professionista o di un dirigente di medio livello. Le case editrici, quando va bene, corrispondono un piccolo compenso forfettario che, per un libro destinato alla scuola, può variare dai mille ai tremila euro, una cifra che un cameriere guadagna in una settimana. Un libro di maggior respiro e tale da richiedere un impegno assiduo e snervante che può durare anni, viene retribuito con una percentuale che va dal sei al dieci per cento (al massimo!) del prezzo di copertina, il che significa che se il libro costa venti euro occorre venderne almeno mille copie (ed è difficile che si raggiunga questa cifra con l’editoria scolastica e universitaria, ma anche con la saggistica) per ricavarne duemila euro appena. Perciò uno sforzo mentale enorme, che è costato al sottoscritto anche in termini di stress e di esaurimento delle energie psichiche, che l’ha costretto agli arresti domiciliari per quattro anni perché questo è il tempo che gli è stato necessario per compilare la storia e antologia della letteratura latina a uso di licei e università, non ha coperto con il ricavato neppure le spese per l’acquisto di libri, fotocopie, viaggi presso l’editore ecc. L’opera, che l’editore Loffredo di Napoli ha intitolato Scientia Litterarum, è stata adottata in diversi licei classici e scientifici ed apprezzata da molti studiosi della materia, ma il sottoscritto dichiara che, se invece di perdere quattro anni della propria vita per questo lavoro, avesse imparito lezioni private agli alunni asini che ne hanno sempre bisogno, avrebbe guadagnato molto di più.

E allora cos’è che spinge uno sfortunato mortale a un’impresa del genere? Francamente non lo so. Che sia l’ambizione, il desiderio di gloria, il klèos di omerica memoria? Ma quante persone oggi, nel nostro Paese, vengono a conoscenza di un’opera del genere? E quanti la sanno apprezzare? I cultori della materia sono talmente pochi che non mette conto rovinarsi la salute per far bella figura soltanto con loro. E poi non sono mancate le critiche al mio lavoro, perché i colleghi che hanno il perfido gusto di trovare il pelo nell’uovo ci sono sempre. E quindi? Convinto come sono che la cultura oggi in Italia non paga, in nessun senso, chi la produce, non mi resta che pentirmi di essermi messo in un’impresa simile. Mi rimane solo una speranza: che questo lavoro, insieme agli altri miei libri che ho dedicato alla Scuola, abbia potuto aprire la mente almeno a pochi studenti e li abbia fatti riflettere sull’importanza della conoscenza, abbia in quanche modo contribuito alla loro formazione. Questa mi sembra un’opera meritoria, anche se fosse una goccia nel mare, ed è l’unico conforto che rimane a chi, con una buona dose di stupidità, crede ancora che la cultura serva a qualcosa in questa nostra società del XXI secolo, certo la più rozza ed ignorante che sia mai comparsa sulla faccia della terra.

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1 Commento

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Una risposta a “Le fatiche dello studioso

  1. Gino

    Considerazione molto amara, caro professore, ma che sottoscrivo in pieno. Dopo avere pubblicato tre libri di carattere storico (l’ultimo mi è costato cinque anni di lavoro), sarà festa grande se riuscirò a introitare due o tremila euro per rientrare almeno un po’ delle spese. Io non ho né i titoli né la pretesa di insegnare qualcosa: da giornalista sul viale del tramonto che un po’ per caso si è ritrovato a fare anche lo scrittore, racconto cose che vado scoprendo con le mie ricerche. In questo mi sorregge solo, come dice lei, la speranza che tanta fatica, tanta passione, tanto sacrificio (sopportato soprattutto dai miei familiari) possano alla fine indurre qualcuno a pensare, a riflettere, e alla fine magari a prepararsi a raccogliere un giorno – il più tardi possibile, ovvio – il testimone che noi giocoforza dovremo abbandonare. Un cordiale saluto e l’augurio di una felice Pasqua.

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