Ho letto oggi, sul sito di Repubblica, che una collega di un liceo di Palermo, la prof. Silvia Parroco, ha denunciato (penso con una lettera al quotidiano) l’umiliazione che, come tanti altri colleghi, ha subito dal Ministero: chiamata dall’ufficio scolastico regionale della Sicilia per ricevere l’incarico di commissaria nei concorsi a cattedre per il Latino, ha scoperto che avrebbe dovuto lavorare un’intera estate, anche ad agosto perché le pratiche concorsuali debbono concludersi entro il 31 di quel mese, per un compenso complessivo che non avrebbe raggiunto i 500 euro. Indignata, la collega ha rifiutato e si è sentita dire dall’impiegato: “Lo faccia per spirito di servizio”. Inutile dire che lei non ha cambiato idea ed è tornata alle sue classi; ma quel che desta sconcerto e meraviglia non è soltanto il trattamento ignobile e vergognoso riservato ai docenti, ma anche il fatto che qualcuno possa credere che persone con una dignità umana possano accettare una condizione da schiavo per pura vocazione e per “spirito di servizio”. Andiamo a chiederlo agli avvocati, ai medici specialisti che si fanno pagare anche 150 euro a visita, ai politici e a qualsiasi altra categoria: ci risponderanno con parole che non sarebbe carino trascrivere in questo blog.
Qualche mese fa avevo già trattato l’argomento con il post “Presidi e docenti trattati da pezzenti (e fa anche rima!)”, che ha ricevuto centinaia di visite ed alcuni commenti. Ma nulla è cambiato: per i concorsi voluti da Profumo ai docenti esaminatori, che dovranno correggere centinaia (e forse migliaia) di elaborati scritti e interrogare centinaia di candidati, con un impegno che dura per molti mesi (e senza poter avere, oltretutto, l’esonero dall’insegnamento!) vengono corrisposti 209 euro più 50 centesimi per ogni candidato. Un mendicante che si sdraia con un cane in una via cittadina guadagna almeno dieci volte di più.
Ma la colpa è anche nostra, perché l’esempio della collega palermitana dovrebbe essere seguito, se solo noi docenti avessimo un briciolo di dignità e di professionalità, da tutti: nessun docente dovrebbe accettare di lavorare in queste condizioni, tanto da costringere i negrieri del Ministero a cambiare radicalmente e corrispondere ai docenti una cifra almeno 10 volte superiore (e sarebbe il minimo!) oppure annullare il concorso. Ma purtroppo la categoria degli insegnanti non è mai stata coesa, né capace di farsi valere, in nessuna circostanza: accettiamo tutto, lavoriamo molto spesso oltre quel che sarebbe il nostro obbligo, non ci ribelliamo mai. In questo modo siamo noi per primi a svalutare il nostro lavoro, e non possiamo poi lamentarci se l’opinione pubblica pensa di noi tutto il male possibile, se i giornalisti della TV e dei quotidiani ci dileggiano apertamente strizzando l’occhio alle malefatte degli studenti, se i ministri incapaci come Profumo restano più di un anno in un incarico che presume una competenza che non hanno affatto. Voglio fare un paragone con il mondo classico: i sofisti della Grecia antica, e gli oratori del IV secolo come Isocrate, avevano scuole ed insegnavano ai giovani l’arte della parola. Si facevano pagare moltissimo, molto più dei medici, perché sostenevano che la cura dell’anima è molto più importante di quella del corpo. Noi invece, in una società dove il denaro è status-symbol e determina anche (purtroppo!) la rilevanza sociale di un individuo, veniamo invitati a lavorare “per spirito di servizio”, e molti di noi lo fanno, accettando di esser trattati come schiavi. Chi si comporta così manca di ogni dignità, di ogni coscienza professionale, è – in altre parole – indegno di esercitare questa professione.
Chi declassa la categoria dei docenti?
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Cosa c’è di nuovo nella scuola?
La nomina del nuovo ministro, la prof.ssa Maria Chiara Carrozza, mi ha lasciato quasi del tutto indifferente, anche perché finora non ho mai avuto l’onore di conoscerla; sono venuto a sapere che era la direttrice della prestigiosa Scuola S.Anna di Pisa e che appartiene al Partito Democratico, ma non mi è noto alcun suo contributo per quanto riguarda la scuola primaria e secondaria. Può anche darsi che ne abbia piena conoscenza, ma la cosa, almeno fin qui, non mi risulta; ed il fatto che provenga dal mondo universitario non è una garanzia che sia un buon Ministro dell’istruzione, come dimostra chiaramente l’operato del suo predecessore. I signori del Governo dovrebbero sapere, d’altro canto, che Scuola e Università non sono la stessa cosa, ma hanno invece esigenze e problematiche del tutto diverse, e che l’esser vissuti in un ambiente non vuol dire automaticamente adattarsi anche all’altro, anzi spesso è il contrario. Tuttavia, nonostante i legittimi dubbi, non voglio e non posso esprimere giudizi prima di aver visto all’opera il nuovo Ministro.
Alcune avvisaglie ci sono però, e non mi sembrano positive. In un’intervista rilasciata qualche tempo fa, la prof. Carrozza ha riesumato una vecchia idea della sinistra italiana dimostratasi del tutto fallace, quella del biennio unitario alle superiori. Si tratta di un grossolano errore, un “revival” dell’egalitarismo sessantottino, perché è assurdo far fare lo stesso percorso a ragazzi che frequenteranno un liceo Classico o Scientifico ed a quelli destinati agli istituti professionali. Il mio pensiero è del tutto opposto, nel senso che a me parrebbe opportuno differenziare anche la scuola primaria (com’era ai miei tempi!), introducendo fin dalle medie materie opzionali a seconda del percorso futuro che compirà ogni studente. Ma so che questo non è proponibile, e quindi mi taccio.
Un’altra cosa che mi lascia deluso è la circolare del ministro sugli esami di Stato, in cui si raccomanda di nuovo a presidenti e commissari di sorvegliare affinché gli studenti non copino con il cellulare, escludendoli da tutte le prove se sorpresi ad utilizzare tali apparecchiature. Queste disposizioni c’erano già prima, ed hanno ormai compiutamente dimostrato la loro totale inefficacia, perché gli studenti non sono sciocchi e sanno bene come fare: consegnano un cellulare, magari vecchio e inservibile, e tengono addosso quello nuovo, supertecnologico, con cui si collegano a internet e copiano quanto vogliono. Non possiamo perquisire i ragazzi, né sorvegliarli ininterrottamente per sei ore, questo lo sanno tutti. Tanto eccessiva quanto inefficace, inoltre, è la prescrizione di escludere l’alunno trovato col cellulare da tutte le prove, facendolo quindi bocciare e ripetere l’anno: un provvedimento del genere, proprio perché troppo severo, non viene adottato da nessun presidente di commissione, il quale, anche nel caso di studente colto sul fatto, preferisce far finta di non vedere e lasciar correre, perché non se la sente di rovinare la carriera di una persona per così poco, ed anche perché l’immancabile ricorso al TAR finirebbe per dar ragione al ragazzo e quindi costringere la commissione a riunirsi nuovamente e rifare l’esame. Una minaccia del genere è troppo grave per indurre un presidente ad una misura simile; sarebbe stato molto più assennato, a mio giudizio, prevedere l’esclusione dello studente soltanto dalla prova in cui ha copiato (assegnandogli la valutazione minima, cioè un quindicesimo), ma lasciandogli ugualmente la possibilità di superare l’esame, ovviamente con un voto basso. Ma la vera soluzione del problema, come ho detto altrove, sarebbe quella di dotare le scuole di apparecchiature elettroniche (i cosiddetti disturbatori di frequenze) che impediscono ai cellulari, in un certo raggio, di collegarsi a internet e di comunicare con l’esterno in qualsiasi modo. La cattiva tecnologia si combatte con altrettanta tecnologia, c’è poco da fare. E quanto ai provvedimenti sanzionatori, mi pare chiaro che, come dimostrano le gride manzoniane, val più una norma moderata ma rispettata rispetto ad una severissima ma di fatto mai applicata. Possibile che la storia non abbia insegnato niente ai nostri politici?
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Un perenne problema scolastico: le interrogazioni
Mi è arrivato in questi giorni un commento ad un mio recente post (Ancora sul decalogo del docente) da parte di una signora, la quale è madre di ragazzi che sono andati o vanno ancora a scuola, ed in più fa la psicologa di professione. In quel commento lei sostiene, con argomenti in parte condivisibili, che le verifiche scolastiche sugli studenti non andrebbero mai programmate, perché altrimenti molti ragazzi, dopo essere restati inoperosi per mesi, si fanno la classica abbuffata di studio uno o due giorni prima dell’interrogazione, con il risultato di acquisire una cultura appiccicaticcia che viene dimenticata subito dopo. A suo parere, quindi, occorre non programmare mai le verifiche, né accettare i cosiddetti “volontari”, ma interrogare ogni qual volta che il professore lo desidera, senza avvertire nessuno, in modo da costringere gli studenti ad uno studio metodico e quotidiano.
Premetto che anch’io molto spesso sono stato assalito dai dubbi che mi rammenta il commento della signora; non mi sfugge di certo che molti studenti, mentre il programma va avanti, non fanno nulla e poi alla fine, quando incombe l’interrogazione, studiano tutto assieme in modo confuso e approssimativo; e so anche che, con il fenomeno dei cosiddetti “volontari”, gli unici che si preparano per quel giorno sono i volontari stessi mentre gli altri fanno la bella vita. Tutto ciò è ben chiaro, ma non è detto che questo sistema non possa cambiare e che gli alunni non possano comprendere che una riflessione quotidiana, anche se non esaustiva, su quanto spiegato al mattino costituisce un metodo di apprendimento molto migliore rispetto alla sfacchinata dell’ultimo momento. E’ un problema di organizzazione personale, che servirà poi anche nella vita al futuro cittadino che per il momento è studente; e sono sicuro che molti miei alunni hanno capito questo e che non si riducono all’ultimo giorno. Se poi c’è qualcuno che lo fa se ne prenderà le conseguenze, anche perché un docente con esperienza si accorge se la preparazione acquisita dal ragazzo è consolidata oppure raccogliticcia. Un indizio sicuro di quest’ultimo caso si verifica quando l’alunno confonde i concetti o i dati tra loro: se ad es. viene posta una domanda su Manzoni e lo studente gli attribuisce le Operette morali significa che si è preparato all’ultimo momento e non ha riflettuto su ciò che studiava.
In alcuni casi io non concedo ai miei alunni interrogazioni programmate, in altri sì, e per un motivo semplice: negli ultimi periodi del quadrimestre, soprattutto quando si avvicina il termine dell’anno scolastico, gli studenti sono bersagliati da verifiche e interrogazioni a ritmo battente, in tutte le materie del loro curriculum. Se tutti i docenti interrogassero a sorpresa, senza avvertire e senza programmare, gli studenti uscirebbero di senno, non avrebbero la minima possibilità di organizzare il loro lavoro. Facciamo un paragone con il mondo degli adulti: se un avvocato fosse consultato contemporaneamente da otto o dieci clienti, ognuno dei quali avesse un caso particolare da esporgli che richiede riflessione, consultazione di codici, leggi ecc., e pretendesse una risposta immediata, come farebbe il malcapitato ad accontentare tutti? Si può pretendere dagli studenti, che sono ragazzi con i loro problemi e spesso gravati anche da ansia e da uno stato emotivo non proprio invidiabile, che nello stesso periodo di venti, trenta giorni siano pronti a riferire sul programma di dieci materie, magari affrontando due o tre verifiche nello stesso giorno? Si può anche pretendere, ma bisogna concedere loro la possibilità di organizzarsi nello studio e di conoscere il momento in cui saranno sentiti nelle varie discipline; altrimenti si crea un disagio psicologico che non può che dare esiti negativi. Si sa che i giovani di oggi soffrono di insicurezza e fragilità emotiva, provocata anche da una società che concede loro tutto ma non li abitua ad affrontare le difficoltà; la scuola deve assolvere questo compito, preparare gli studenti alla vita futura, ma non può farlo incutendo il timore, diffondendo la paura delle verifiche a sorpresa, una vera forma di terrorismo psicologico. Programmando le interrogazioni non togliamo nulla agli alunni, che comunque debbono studiare tutto il programma e su tutto vengono verificati; ma al tempo stesso diamo loro la possibilità di organizzare il loro lavoro e di affrontarlo nel modo più responsabile. Del resto è pacifico che quando i nostri ragazzi saranno all’Università conosceranno sempre in anticipo le date degli esami; perché non possiamo fare lo stesso anche noi? E poi io credo anche in un altro principio: che il ricordare o meno i contenuti culturali non dipende soltanto dalle modalità con cui vengono studiati, ma dall’interesse e dalla passione che lo studente mette nel proprio lavoro. Se un giovane (ma anche un adulto!) legge un libro o anche una sola pagina in maniera svogliata, con fastidio e senza il vero desiderio di apprendere, dimentica tutto in breve tempo; se invece si lascia guidare da curiosità intellettuale e vero entusiasmo per ciò che studia, se lo ricorderà per sempre. Il nostro compito di docenti, perciò, non è tanto quello di fare interrogazioni programmate o meno, ma quello di far comprendere ai nostri studenti che la cultura è essenziale nella formazione e nella vita futura di ogni giovane, che ciò che si studia a scuola non è necessariamente inutile o noioso. Se noi riusciremo a trasmettere agli alunni il nostro amore per la cultura, se ci mostreremo noi stessi entusiasti di ciò che diciamo e facciamo, avremo raggiunto il più alto obiettivo che la nostra professione può e deve prefiggersi.
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Che cosa si festeggia il 25 aprile?
Anche quest’anno siamo arrivati alla fatidica data del 25 aprile, festa della Liberazione, e mi pare opportuna una riflessione sull’evento. A parte il fatto che le condizioni politiche ed economiche del nostro Paese hanno la priorità in questo momento, almeno nei pensieri della gente comune, rispetto alla memoria storica, ma in generale è bene chiedersi che cosa si festeggia in questa data. Se si vuol celebrare in questo giorno la fine di una guerra sanguinosa e l’avvio dell’Italia verso la repubblica, la democrazia e la costituzione, va benissimo, nulla da eccepire: è stato un passaggio storico importante e portatore di valori condivisi da tutti, e tutti noi oggi, a distanza di quasi 70 anni, dobbiamo esserne fieri.
Quel che per tanti anni è stato sbagliato e fuorviante è la celebrazione del 25 aprile come una festa di una sola parte politica, la sinistra, che nei libri di storia scritti dai vincitori si è appropriata del merito esclusivo della liberazione dell’Italia dal fascismo e dal nazismo. Questa visione è falsa e faziosa, perché alla lotta di liberazione parteciparono anche tutte le altre forze democratiche, dai democristiani ai liberali, e tutti costoro avevano subito persecuzioni dal precedente regime; anzi, dovremmo dire che la vera lotta antifascista per la libertà e la democrazia fu condotta proprio dalle forze cattoliche e liberali, non certo dai comunisti, i quali combatterono il fascismo non con la volontà di formare uno Stato libero e democratico, ma considerarono quella guerra come un’occasione per attuare la loro rivoluzione proletaria, l’occasione di eliminare una dittatura per sostituirla con un’altra, anche peggiore della precedente. I comunisti combatterono non per liberare l’Italia, ma per consegnarla a Stalin e per creare uno di quei regimi che, in tutto il mondo, si sono resi responsabili di 100 milioni di omicidi.
Ma è ben noto che la storia la scrivono i vincitori, dai tempi di Giulio Cesare e ancor prima, oscurando la memoria ed anche il sangue dei vinti. Già, questo titolo, “Il sangue dei vinti”, è quello di un fondamentale libro di Giampaolo Pansa, giornalista orientato a sinistra ma di grande obiettività e intelligenza, il quale ha mostrato a tutti quali furono le violenze e le atrocità commesse dai partigiani comunisti durante e dopo la guerra, fino agli anni 1946-1947, quando torturarono e trucidarono migliaia di persone innocenti per vendetta personale, per sete di denaro o semplicemente per soddisfare la propria natura criminale, sotto la generica accusa di aver aderito al fascismo, accusa rivolta anche a persone come il seminarista Rolando Rivi, trucidato a soli 14 anni e che non sapeva neppure cosa era stato il fascismo. Le atrocità commesse da questi criminali sono state ignorate per decenni dai libri di storia e dagli organi di informazione, i quali hanno suddiviso in modo ipocrita e manicheo la società italiana in due categorie contrapposte: il male, rappresentato da chi si mantenne fedele ai propri principi e aderì alla Repubblica di Salò, ed il bene identificato con i partigiani, e neanche tutti, ma soltanto quelli con la bandiera rossa ed il simbolo della falce e martello.
Quella degli anni 1943-1945 fu, checché se ne dica, una vera e propria guerra civile, dove il bene ed il male non stavano da una sola parte, come mai può accadere. Chi aderì al fascismo in quegli anni lo fece in buona fede, credendo di servire la Patria e di realizzare i propri ideali; e la storia, si sa, si giudica a posteriori, non sul momento in cui i fatti si svolgono, quando ciascuno ritiene di essere dalla parte giusta e non può prevedere il giudizio che la storia, anni o decenni dopo, darà del suo operato. Perciò chi combatté quella guerra dalla parte perdente avrebbe diritto all’onore delle armi, come si suol dire, non quello di ricevere infamanti condanne morali che si sono protratte fino ad oggi, quando si è visto il male tutto da una sola parte e quando si sono ignorate le atrocità commesse dai vincitori, dalle foibe agli infiniti assassinii politici perpetrati dal regime sovietico con la complicità del compagno Togliatti, dalle bombe atomiche sganciate dagli americani su un Giappone già sconfitto alle torture, gli stupri, i massacri di innocenti compiuti in Italia e altrove dai partigiani comunisti. E’ bene che la storia venga una volta per sempre interpretata nel modo giusto, senza nascondere nulla e dando con giustizia a ciascuno il suo. Questo dovrebbe essere il 25 aprile, la festa della democrazia e della libertà rconquistata, non l’ipocrita vanto fazioso di chi si comportò, in molti casi, ancor peggio del nemico.
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Ancora sul decalogo del docente
Lo scorso 9 agosto 2012, in mezzo alla calura estiva, ebbi l’idea di inserire qui sul blog un mio personale “decalogo” contenente le norme che, a mio giudizio, dovrebbe seguire un docente serio e responsabile della nostra scuola. Ho notato poi, osservando le statistiche relative al mio blog, che questo post ha ricevuto molte visite, seppure i commenti siano stati ancora pochi e di certo in numero minore di quanto io avrei auspicato. Riprendo perciò adesso l’argomento, nella speranza che interessi ai miei pochi lettori e ch’essi abbiano la volontà di intervenire con commenti e osservazioni, in modo da aprire una discussione costruttiva sull’argomento. Il mio scopo è quello di conoscere le opinioni dei colleghi sul tema da me proposto, senza pretendere di condizionare nessuno; su questa materia, infatti, ognuno ha le sue convinzioni ed il suo carattere personale, elementi questi che gli suggeriscono il comportamento da tenere.
Premetto il fatto che io sono un docente di una certa età, con una concezione della scuola che non corrisponde esattamente a quella prevalente dagli anni ’70 a questa parte, quando molti formalismi precedenti sono stati eliminati e dove sono cambiati anche vistosamente i rapporti tra le varie componenti dell’ambiente scolastico. Perciò, per quanto riconosca che alcuni cambiamenti siano stati opportuni, rimango ancora legato, anche per una certa riservatezza di carattere, a una visione dei ruoli e delle gerarchie piuttosto ben definita.
Passo a riassumere, con qualche modifica, i “comandamenti” che enunciai nel post del 9 agosto ispirandomi anche alla pedagogia di Quintiliano, che ancor oggi mi appare come una specchiata figura di maestro irreprensibile.
1 – Il docente sia sempre preparato nelle sue discipline. Se si accorge di avere lacune corra subito a colmarle, onde evitare di ricevere disistima e disprezzo dagli alunni e dalle loro famiglie.
2 – Il docente sia sempre chiaro e comprensibile nello spiegare agli studenti gli argomenti del programma. Organizzi le verifiche in modo trasparente, senza tranelli o interrogazioni impreviste. Pretenda ciò che gli alunni possono dare, senza infierire su chi ha capacità limitate. Sia invece inflessibile con chi non si impegna nello studio.
3 – Il docente non dia mai confidenza agli alunni, perché il rispetto dei ruoli è imprescindibile per un buon rapporto educativo. Si ricordi che non è l’amico dei ragazzi, ma un educatore. Non s’interessi della vita privata dei ragazzi, a meno che non siano loro ad esporgli un problema che può incidere sull’andamento scolastico. Non tolleri dagli studenti alcuna mancanza di rispetto, come battute o scherzi nei suoi confronti, imitazioni o simili.
4 – Il docente deve pretendere assolutamente il rispetto da parte degli studenti, ma anche lui è tenuto a rispettare i ragazzi. Non usi mai nei loro confronti termini offensivi o umilianti, né ironie o sarcasmi che ne danneggerebbero l’autostima. Non faccia alcuna osservazione sull’aspetto fisico o sul modo di vestire degli alunni, a meno che non si superino i limiti della decenza.
5 – L’operato del docente deve essere ispirato a imparzialità e giustizia, definita da Cicerone come la virtù di colui che “dà a ciascuno il suo”. Non faccia alcuna distinzione nelle valutazioni, indipendentemente dalle simpatie personali.
6 – Il docente sia un modello di vita per i suoi alunni anche nel comportamento personale. Vesta in modo sobrio, evitando le stravaganze, la sciatteria e l’eccessiva eleganza. Non fumi e non usi il cellulare a scuola. Anche nella vita privata fuori della scuola cerchi di evitare comportamenti riprovevoli, perché per gli alunni il professore deve costituire un esempio da seguire, non limitato al ristretto ambiente scolastico.
7 – In sede di scrutinio finale il docente valuti con estrema imparzialità tutti gli studenti, senza considerare altro se non l’oggettivo rendimento e la preparazione raggiunta da ciascuno. Eviti inutili buonismi fortemente dannosi, perché promuovere chi non lo merita costituisce una grave ingiustizia nei confronti della società e soprattutto verso gli studenti che, dopo essersi impegnati seriamente, si vedono messi alla pari con gli incapaci ed i vagabondi.
8 – Nei rapporti con i colleghi il docente si mostri cordiale e disponibile, senza dare l’impressione di essere presuntuoso o di sentirsi superiore agli altri. Mantenga le necessarie distanze con il personale non docente, dato che, pur rispettando il lavoro di ciascuno, i ruoli restano comunque diversi e separati.
9 – Nei colloqui con i genitori il docente sia chiaro ed esprima chiaramente la situazione scolastica del figlio, senza indorare la pillola e senza dare vane illusioni. Sappia distinguere i problemi reali che i genitori esprimono dalle scuse penose che spesso essi adducono per coprire le mancanze o la svogliatezza dei figli.
10 – Il docente si mostri rispettoso verso il proprio Dirigente scolastico e cerchi di collaborare con lui per il buon andamento dell’istituzione scolastica. Non mostri atteggiamenti adulatori ma non alzi neanche inutili steccati.
Vediamo se qualcuno leggerà questo post e vorrà replicare. Mi piacerebbe anche conoscere l’opinione degli studenti, soprattutto per quei “comandamenti” che riguardano loro ed i loro rapporti con il docente.
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Quale governo?
Sono passati quasi due mesi dalle elezioni politiche, e ancora siamo in alto mare per quanto riguarda la formazione di un governo. La cosa è spiacevole e dannosa, specie se consideriamo la situazione economica del Paese che non può più attendere, ed inoltre ci mette in cattiva luce con l’Europa e con il mondo. Certo, un risultato elettorale come quello cui abbiamo assistito non era prevedibile, specie per quel 25 per cento di qualunquisti che, per pura protesta e senza alcun progetto concreto, hanno dato il loro voto ad un’armata Brancaleone, a dei dilettanti allo sbaraglio che non hanno alcuna conoscenza della politica, né intendono prendersi alcuna responsabilità di fronte ai loro elettori. Perciò, forse tardivamente, molti italiani si sono accorti di avere sbagliato, perché la rabbia, le urla e gli insulti non conducono a nulla di positivo.
Rimangono in campo le altre due forze, il centrodestra ed il centrosinistra, più o meno con uguale consenso da parte dell’elettorato, salvo il fatto che una balorda legge elettorale (da cambiare subito!) concede il 55 per cento dei seggi a chi ha avuto solo il 29 per cento dei voti. Ma tant’è, c’è poco da fare in proposito. Ora però, se vogliamo seguire un ragionamento logico e nell’interesse del Paese, chi ha avuto la maggioranza (sia pur relativa) avrebbe l’obbligo di accordarsi con le altre forze per costituire un governo stabile ed in grado di varare quei provvedimenti di cui c’è tanto bisogno. Non c’è scelta: tolto di mezzo quel 25 per cento di avventurieri che non collaborano con nessuno, l’unica possibilità concreta e ammessa dai numeri (visto che la matematica non è un’opinione) è quella di un accordo tra i due maggiori partiti, cioè il PD ed il PDL. Tutti hanno capito che non c’è altro da fare, anche i bambini della scuola materna; gli unici che non lo hanno ancora compreso sono i falchi della sinistra tradizionale e postcomunista, a cominciare dal segretario del PD Bersani ed i suoi accoliti, irriducibile gruppo di “duri e puri” che mai verrebbero a patti col “nemico”. Così, per l’ostinazione di questi signori della sinistra, a due mesi quasi dalle elezioni non abbiamo ancora un governo e l’economia del Paese rischia di andare a rotoli, con conseguenze disastrose per tutti, anche per coloro, come i lavoratori del pubblico impiego, che finora si sono considerati al sicuro. Se questo accadrà, non resterà che individuare i colpevoli in coloro che, per odio ideologico, per chiusura mentale propria di un mondo ormai tramontato e per puri interessi di partito, non hanno voluto esperire l’unica soluzione possibile all’empasse attuale che ci fa canzonare da tutto il mondo. Eppure anche nel PD si sono levate voci di buon senso come quella di Renzi e di altri, che hanno cercato di far comprendere al segretario che di questo passo e con questa ostinazione non si andrà mai ad una soluzione; e per ricambio hanno ricevuto insulti da chi si ritiene infallibile, da chi pensa di avere il possesso assoluto della Verità e della Giustizia.
Io credo, piuttosto semplicemente, che questa assurda posizione di Bersani e C. derivi anzitutto dal timore di perdere voti e consensi all’interno del partito, in cui molte persone continuano ad odiare l’avversario e quindi male digerirebbero un accordo con il PDL e soprattutto con il suo presidente. Così i meschini interessi di partito e di conservazione delle poltrone prevalgono sulla logica e sul bene del Paese, di cui tutti si riempiono la bocca ma che nessuno vuole veramente. Eppure, mi viene da dire, un segretario di partito serio ed onesto avrebbe dovuto fare, come si dice oggi, “un passo indietro”, cioè dimettersi dopo la mancata vittoria alle elezioni; invece non solo Bersani non si muove, ma pretende addirittura di dominare e dirigere il partito come fosse un suo possesso, facendo dell’odio per il “nemico” di centrodestra il suo maggior argomento politico. Questo significa che, nonostante i vari nomi cambiati nel corso degli anni, quella parte del PD che fa capo a Bersani è ancora nostalgica di un’ideologia che la storia stessa ha dimostrato falsa e bugiarda.
E c’è anche un’altra cosa da dire, che riguarda una dichiarazione rilasciata ieri dallo stesso Bersani, il quale ha detto in sostanza di non poter governare con Brunetta o Gasparri, tanto per fare due nomi a caso. A parte il fatto che queste persone non sono né malfattori né affette da peste o malattie contagiose, ma poi, dico io, con quale autorità Bersani disprezza gli avversari quasi che lui fosse geneticamente superiore a loro? Io penso che anche questo sia un retaggio del passato, dei tempi dal ’68 in poi, quando i cosiddetti “intellettuali di sinistra” avevano (ed hanno ancora) la puzza sotto il naso, quella presunta superiorità umana e culturale che mai è stata dimostrata, ma che i radical-chic di oggi continuano impavidamente ad ostentare. A quanto pare Bersani ed i suoi considerano gli avversari come una razza inferiore con cui non avere contatti, così come i nobili di un tempo facevano con i contadini o i paesani, ai quali non rivolgevano nemmeno la parola. A me sembra che questo atteggiamento sia del tutto alieno dalla realtà attuale e si richiami a principi vecchi e ammuffiti come quello della lotta di classe, oggi improponibile perché non esistono più nemmeno le classi sociali di cui parlava il buon Marx. Ma non c’è da stupirsi: ormai siamo abituati alle contraddizioni ed alle buffonate dei politici, siamo – purtroppo – vaccinati contro tutte le fesserie di questo mondo.
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La scuola e l’attualità
In questi giorni, girovagando su internet, ho letto una notizia che mi ha fatto riflettere su una questione annosa e mai risolta. Un alunno del liceo Classico della bella cittadina pugliese di Gioia del Colle (Bari) ha mandato una lettera ad un giornale locale, dove si sfoga lanciando accuse di ogni tipo alla sua scuola: dalla fatiscenza dell’edificio dove è ubicata alle forti critiche nei confronti dei docenti, accusati da lui di inculcare nei ragazzi una cultura vetusta e nozionistica fatta di nomi e di date, tanto da definire l’istituto come un “votificio”, dove si richiede agli studenti uno studio continuo ma sterile, privo di agganci con la realtà contemporanea e fisso in un’asettica contemplazione del passato. Si tratta, ancora una volta, della vecchia accusa di nozionismo di cui è sempre stata vittima la nostra scuola, la quale da un lato si fonderebbe su dati puramente oggettivi senza trasmettere il vero sapere, dall’altro si arroccherebbe in una torre d’avorio lontana anni luce dalla società contemporanea e dai suoi problemi. La lettera del ragazzo è grave, drammatica; e non mi pare affatto soddisfacente la risposta dei docenti inviata al medesimo organo di informazione appena il giorno seguente, perché in essa non si prende alcuna posizione sulle questioni sollevate dallo studente, ma ci si limita a rimpallare le responsabilità dei problemi logistici sull’amministrazione provinciale che non provvede a tenere l’edificio scolastico in condizioni decenti (e questo è vero senza dubbio), ma nulla o quasi si replica in merito alle accuse di nozionismo e di autoreferenzialità che emergono chiaramente dal messaggio dello studente.
Purtroppo queste accuse sono antiche, risalgono al ’68 ed agli anni immediatamente seguenti, quando tutta la scuola italiana (ma in particolare, come sempre, il Liceo Classico) era accusata di trasmettere non vera cultura ma solo nozioni, e di trattare argomenti troppo lontani dalla realtà contemporanea. Molti di noi, nel corso della carriera, si sono sentiti ripetere, da studenti e genitori politicizzati, queste lamentele, su cui i docenti di Gioia del Colle avrebbero dovuto prendere posizione, come ho sempre cercato di fare io in simili frangenti. Quanto al cosiddetto “nozionismo”, bisogna intendersi su come definire questo termine. Certo, se un docente pretende dagli studenti soltanto che ricordino nomi e date senza collegarle ai problemi più ampi di cui sono espressione, e senza impostare una riflessione critica sui concetti e sulle tematiche affrontate, l’accusa è fondata; ma se invece egli tratta in modo approfondito gli argomenti del suo programma, facendo partecipare al dialogo gli studenti e sollecitando il loro contributo critico ed autonomo, quei nomi e quelle date non saranno fini a se stessi, ma verranno inseriti in un contesto culturale in cui anch’essi risulteranno indispensabili, perché non è lo stesso dire che la Rivoluzione Francese si è svolta nel 1789 o collocarla magari due o tre secoli prima o dopo. Non è la data in sé che conta, né può essere sufficiente a conoscere un problema storico o letterario, ma è comunque necessaria per collocare il fenomeno nel suo giusto contesto temporale, altrimenti si perde del tutto la cognizione del problema.
Altro discorso merita l’accusa fatta alla scuola, ormai da un quarantennio, di essere lontana dall’attualità. A questo riguardo io dico liberamente ciò che penso, anche se so che molti non condivideranno il mio pensiero. Secondo me la scuola deve fornire gli strumenti critici e culturali per comprendere la realtà in cui viviamo, ma non deve parlarne direttamente, magari intavolando discussioni o sit-in simili ai talk-show televisivi o qualcos’altro del genere. Per l’informazione su ciò che avviene attualmente in Italia e nel mondo ci sono i canali televisivi, i giornali, i siti internet, i blog ecc. ecc., non v’è alcun bisogno di trasformare la scuola in un circolo ricreativo o un’assemblea di partito o di circolo. Studiando e approfondendo le discipline umanistiche come l’italiano, il latino, il greco, la storia, la filosofia ecc. lo studente acquisirà quella conoscenza dei fenomeni politici e sociali e quell’autonomia di giudizio che gli consentirà di diventare un cittadino consapevole e di operare serenamente le proprie scelte di vita, sia ideologiche che di diversa natura.
Ovviamente ciò non esclude che, ogni volta che studiando un fenomeno storico o letterario si possono operare paralleli con le istituzioni e la società contemporanee, il docente operi questi collegamenti ed inviti gli studenti ad una riflessione meditata su di essi. Faccio un esempio. Spiegando ai miei alunni di quarta le tragedie di Eschilo, mi sono a lungo soffermato sulle Eumenidi, un’opera grandiosa che possiamo definire il primo manifesto della democrazia, perché da essa emergono concetti importanti come l’organizzazione assembleare, la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, la funzione delle leggi nello Stato, l’amministrazione della giustizia e via dicendo. In tale occasione ho operato puntuali paralleli con la nostra società attuale e fatto riflettere i miei alunni su questi importanti principi che saranno alla base della loro vita futura di cittadini, in un confronto critico da cui sono emerse considerazioni e suggerimenti di grande rilievo. Questo si può e si deve fare, ma non mi si chieda di trasformare la scuola in un talk-show alla Bruno Vespa, perché mi rifiuterò sempre di prendere anche soltanto in considerazione una simile aberrazione.
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Il declino del Liceo Classico
Leggendo, in questi giorni, i dati emanati dal MIUR sulle iscrizioni alla scuola secondaria superiore per il prossimo anno scolastico 2013/14, si nota che a livello nazionale risultano in aumento gli istituti tecnici e professionali, mentre nell’ambito dei Licei, l’unico incremento significativo è quello dello scientifico delle scienze applicate. Non buoni sono invece i risultati dei Licei tradizionali, ed in particolare quello del Liceo Classico, per il quale risulta in calo la percentuale degli iscritti a livello nazionale, con un passaggio dal 6,7% del totale al 6,1%; se poi consideriamo che, attorno agli anni 2005-2007, la percentuale dei ragazzi che sceglievano il Classico era intorno al 10% del totale, il declino appare ancor più chiaro e inarrestabile,con un’accentuazione in questi ultimi due o tre anni.
Quali le cause di questo mancato gradimento degli studi classici e della cultura umanistica, che pure ha costituito da sempre la culla della nostra civiltà? In parte possiamo chiamare in causa la crisi economica, che induce le famiglie a ritornare al vecchio concetto del diploma da utilizzare dopo cinque anni di studi, senza dover affrontare l’Università, che come tutti sanno è molto dispendiosa; e questa motivazione può essere chiamata in causa per tutti i Licei, non solo per il Classico, cioè tutte le scuole che presuppongono, come naturale esito del proprio percorso formativo, la prosecuzione degli studi in ambito universitario. A ciò si è aggiunta però, per volontà del nostro Ministero e del ministro Profumo, una insistente propaganda, effettuata anche mediante spot televisivi, a favore degli istituti tecnici e professionali. Io considero vergognosa e bugiarda questa propaganda: vergognosa perché un ministro della Repubblica non deve mai favorire un ordine di scuole rispetto ad un altro, e illusoria perché con questi spot si è lasciata intravedere per i diplomati un’immediata immissione nel mondo del lavoro, un’affermazione che è pura e semplice fantasia, considerato l’attuale tasso di disoccupazione giovanile, che, se è elevato per i laureati, è elevatissimo per i diplomati, il cui inserimento nell’attività produttiva è sempre più problematico.
Ma per quanto attiene al Liceo Classico le cause del declino sono ancor più variegate. A quelle sopra descritte va aggiunta anche la superficialità della società moderna, che non tiene più in alcun conto la cultura e la formazione umana dei nostri giovani. Si tratta, nel caso specifico delle discipline umanistiche, di una formazione lenta e graduale, i cui frutti non si colgono subito, ma nel corso degli anni e durante l’intero percorso dell’esistenza: una mente che funziona, che mediante lo studio del passato sa comprendere il presente e programmare il futuro, che sa ragionare autonomamente e compiere in piena libertà intellettuale le proprie scelte, non si forma in poco tempo, né con poca fatica. Ma questi princìpi, che per noi uomini alle soglie della terza età e da sempre cresciuti con questo tipo di cultura sono ovvi e scontati, non lo sono per i giovani di oggi, figli della società del “tutto e subito” e alimentati con la tecnologia della tv e del computer, anch’essa peraltro vissuta passivamente e superficialmente da chi passa le sue giornate su facebook o su twitter. I ragazzi di oggi, condizionati dall’ignoranza dei mass-media, dei politici e dei ministri stessi, i quali fanno intendere che per realizzarsi nella vita è sufficiente saper usare un tablet o sapere l’inglese, non comprendono più nemmeno l’importanza ed il valore della cultura umanistica, e perciò non prendono più neanche in considerazione l’idea di frequentare un Liceo Classico. La loro è pura ignoranza, l’ignoranza di chi è inconsapevole del valore di certi studi e perciò li rifiuta a priori. A ciò si aggiunge il fatto che studiare il latino e il greco (oltre ovviamente alle altre materie) richiede tempo e impegno costante, una fatica che i giovani di oggi non sono più disposti a sostenere; e non solo perché non ne comprendono il valore e l’utilità, ma anche perché è la società stessa a distoglierli, una società dove chi meno si impegna e più si fa furbo ottiene i maggiori successi. Non va poi trascurato che quelle scuole a cui si iscrive la maggior parte degli studenti attuali richiedono un tempo dedicato allo studio molto inferiore a quello richiesto da un Liceo Classico, mentre ad un tale disimpegno totale o parziale corrispondono, nella maggior parte dei casi, valutazioni più alte sia negli esiti dei singoli anni di studio sia in occasione dell’esame di Stato. Non ci vuole molto a capire, con tali premesse, il motivo per cui i ragazzi di terza media, interrogati sulla scelta della scuola superiore, storcono il naso quando si nomina loro il Liceo Classico e pongono all’interlocutore varie domande, tra le quali le più frequenti sono due: “A cosa servono il latino e il greco?”, e “Perché dovrei studiare tanto per avere voti più bassi di quelli che avrò in altre scuole studiando meno?”. Già: perché dovrebbero sacrificare la loro gioventù, i loro anni migliori, sui libri? Andiamoglielo a spiegare, con gli esempi che si vedono oggi in questa nostra società, a cominciare da quelli che ci fornisce la nostra classe politica.
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La triste fine di un autore di libri scolastici
Scrivo questo post come autore di svariati testi scolastici: 4 commenti a opere classiche (Plauto, Terenzio, Cicerone, Virgilio) ed una intera storia e antologia della letteratura latina. Lo scopo di questo mio scritto è quello di convincere gli eventuali aspiranti autori di testi scolastici a desistere dal loro folle proposito. La mia esperienza in proposito è a dir poco umiliante, e spiego perché. I quattro commenti a singole opere, pur adottate da diversi Licei, non mi hanno portato alcun titolo apprezzabile per eventuali concorsi a dirigente scolastico o universitari, e sono stati retribuiti in maniera scarsissima: o compensi forfettari dell’ordine di 1000/1500 euro, o percentuali sulle vendite del 6 per cento, che in oltre dieci anni hanno reso cifre del tutto trascurabili, soprattutto se comparate alle centinaia o migliaia di ore di lavoro occorse per la compilazione di questi libri.
Ma il colpo più grosso è venuto dalla mia edizione completa di una storia della letteratura latina, pubblicata a Napoli nel 2009 dall’editore Loffredo, con il titolo di Scientia Litterarum. Un bel titolo, certo, per un’opera che ha riscosso un certo successo, poiché le adozioni, pur non elevatissime, sono state effettuate in decine di Istituti superiori, soprattutto licei Classici, ma anche Scientifici e delle scienze umane.
A questo immane lavoro ho dedicato quattro anni della mia vita (dal 2004 al 2008), rinchiudendomi in casa per mesi interi come un condannato agli arresti domiciliari; ho dovuto acquistare, ovviamente a spese mie, molti libri e articoli indispensabili per il mio lavoro, ho consultato centinaia di siti web, ho effettuato diversi viaggi a Napoli, sede della casa editrice, anch’essi a spese mie. Ho ottenuto un contratto, regolarmente sottoscritto dall’editore, che mi garantiva una percentuale dell’8% sul prezzo di copertina; una condizione non disprezzabile, se i miei diritti fossero stati regolarmente rispettati. Invece che è successo? Che dopo il pagamento di quanto dovuto per il primo anno di vendite (2009/10), l’editore non mi ha più corrisposto un solo centesimo di quanto dovutomi, pur in presenza di un contratto con valore legale, limitandosi a generiche promesse mai mantenute. Poi è accaduto di peggio: l’editore si è defilato dalle sue responsabilità e si è reso irreperibile, la Casa editrice Loffredo è passata nelle mani di un nuovo direttore, il quale si nega anch’egli al telefono, non risponde alle e-mail ed alla posta ordinaria, e non ha pagato nulla agli autori di quanto dovuto per i pregressi contratti. Questa è stata la ricompensa per i miei quattro anni di lavoro matto e disperatissimo! Per questo invito chi volesse impelagarsi in un’attività del genere a cambiare idea immediatamente e magari giocarsi i soldi al superenalotto, che certamente rende di più.
Un trattamento del genere è vergognoso e disonesto, ma ben si accorda con la generale disistima e disprezzo che l’opinione pubblica ha nei confronti della categoria degli insegnanti, i quali possono essere impunemente trattati a pesci in faccia da tutti, senza alcun ritegno. Non abbiamo alcun prestigio sociale, questa è la realtà. Ed io adesso, insieme agli altri miei colleghi truffati così dall’editrice Loffredo di Napoli, cosa dobbiamo fare? Forse un’azione legale? Ma con la rapidità della giustizia italiana, specie quella civile, cosa c’è da attendersi? Di ricevere al massimo, e tra dieci anni, un decimo di quanto ci spetta, e dopo aver sostenuto spese e fastidi di ogni genere. Mi dispiace, ma così non può continuare, non possiamo dire di abitare in un Paese civile, ma di vivere in un paese dove la disonestà e la furbizia continuano ancora a farla da padroni.
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I concorsi della beffa
In questo periodo sono state espletate già le prove scritte dei concorsi a cattedra per i docenti. Così, per curiosità, ho voluto dare uno sguardo ai testi delle prove, per vedere se potevo in qualche modo paragonarli a quelli che affrontai io quando sostenni il mio concorso ordinario a cattedre nel 1983/84, anni lontanissimi quanto le guerre Puniche. Mi è capitato di trovare su un sito web il testo della prova di latino delle classi 51A e 52A, le stesse in cui io mi abilitai e vinsi la cattedra in quel concorso antidiluviano che ricordavo sopra. Alla lettura sono sbigottito letteralmente, non credevo ai miei occhi: tutta la prova, cui è affidata la grave responsabilità di decidere se un candidato è degno o meno di insegnare nei nostri Licei, si riduceva alla traduzione di cinque versi (sic!) di una Bucolica di Virgilio, quattro righe del Brutus di Cicerone e due domande di letteratura! Se penso che al mio concorso prima citato dovetti svolgere ben tre prove di otto ore ciascuna, la prima delle quali era un tema di italiano, la seconda una traduzione di due lunghissimi capitoli di Tacito con aggiunta di un commento e la terza una traduzione di 55 versi di Euripide dal greco al latino (sì al latino, non all’italiano, e senza la possibilità di usare il vocabolario italiano-latino) con annesso commento, queste prove di oggi mi sembrano non solo ridicole, ma addirittura offensive per quelle persone brave e preparate che pur esistono ancora oggi. Come se non bastasse, uno dei due quesiti di storia letteraria era inopportuno, se non addirittura errato, perché faceva riferimento alla produzione teatrale romana dell’età di Augusto, la quale, come sa chi si intende solo un poco di letteratura latina, non produsse opere di tal genere. E’ bensì vero che Augusto tentò di rilanciare i generi teatrali perché, essendo il teatro frequentato da tante persone, avrebbe in tal modo potuto contare su di un’ottima cassa di risonanza per la propaganda di regime; ma il tentativo non riuscì, e di tal fallimento abbiamo una chiara testimonianza, fornita di adeguate motivazioni, nella prima Epistola del II° libro di Orazio. Ciò che può afferire al teatro, in epoca augustea, è soltanto qualche opera isolata di valore (come la celebre tragedia Medea di Ovidio, che non ci è pervenuta) oppure manifestazioni di minor rilievo come il mimo e il pantomimo. La domanda è quindi del tutto inopportuna in una prova concorsuale; ma ciò non ci stupisce più di tanto, perché alle imprecisioni ed agli errori degli “esperti” (si fa per dire!) del Ministero siamo ormai abituati, anche alle prove dell’Esame di Stato per gli studenti dei Licei.
Sta di fatto, comunque, che una prova così congegnata vale poco o nulla, e non è assolutamente adeguata a valutare la preparazione di persone che dovranno divenire docenti di ruolo dei Licei; anzi, a detta degli stessi candidati con cui ho potuto parlare, questo concorso ha favorito gli avventurieri ed i cialtroni che in questi casi non mancano mai, e non soltanto perché quesiti come quelli proposti non sono credibili né probatori, ma anche perché – a detta di tutti – i soliti furbetti hanno potuto copiare come volevano servendosi di cellulari, I-phon e altre diavolerie del genere, senza che nessuno abbia controllato né impedito alcunché. Si afferma quindi di nuovo il sacrosanto principio per cui, nella nostra sventurata Patria, non è il merito né la cultura che vengono premiati, ma la furberia, la furfantaggine e l’ignoranza. Ed il primo ignorante in tutto ciò, quello che merita la corona di Re, è il nostro ministro Francesco Profumo, un illustre personaggio che avrebbe potuto meglio realizzarsi, forse, al ministero dell’agricoltura.
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