Riforme e ostruzionismo

Osservando ciò che sta accadendo sul fronte della politica in questi ultimi tempi, mi sembra che si debba dare atto a Renzi ed al suo governo di essere almeno un po’ diverso da tutti quelli che l’hanno preceduto, se non altro per la chiara volontà di cambiare qualcosa in questo Paese: mi riferisco alle riforme costituzionali ed alla legge elettorale, attualmente in discussione in Parlamento. Forse qualcuno dirà che ci sono altre priorità, come il problema della disoccupazione e quello del costo del lavoro, diventato ormai insostenibile a causa dell’esagerato carico fiscale che incombe sulle imprese; è infatti assurdo, a mio giudizio, che un’azienda debba pagare ogni mese 2500 euro o più per un operaio che ne riceve, al netto delle trattenute, appena 1200, uno stipendio del tutto inadeguato alle esigenze di vita attuali. Eppure anche le riforme istituzionali sono importanti, perché una diversa gestione del potere legislativo ad esempio, ottenibile con la fine del bicameralismo perfetto (un’anomalia soprattutto italiana) e la riduzione del numero dei parlamentari, oltre a far risparmiare soldi allo Stato consentirebbe anche di approvare e promulgare le leggi sul lavoro e sulle altre questioni importanti di ogni settore sociale in un tempo minore ed in modo più agevole. Quindi io stesso, che pure non mi sono mai riconosciuto nella parte politica da cui proviene Renzi ed il suo partito, apprezzo i suoi sforzi per realizzare finalmente delle riforme di cui il Paese ha bisogno e che si aspettano ormai da vent’anni o più.
Ma ecco che, come sempre accade ogni volta che qualcuno ha dei buoni propositi e cerca di realizzarli, qualcun altro si diverte a mettere i bastoni tra le ruote, impedendo ogni cambiamento e rendendosi quindi interprete di un conservatorismo e di un immobilismo propri di una mentalità della quale una volta si accusava la destra e che veniva chiamata reazionaria. Mi riferisco al vergognoso ostruzionismo messo in atto, in Senato, dalle opposizioni ed in particolare dai seguaci del buffone Beppe Grillo, il cosiddetto “Movimento cinque stelle”, che io ho ribattezzato “Cinque stalle” osservando l’aspetto e l’eloquio di alcuni di loro come la Taverna o la Lombardi, tanto per citarne solo due. Costoro sono stati eletti e mandati in Parlamento da cittadini che si aspettavano un cambiamento dello status quo, che confidavano in loro per combattere la vecchia politica; ed invece quello che i grillini stanno facendo adesso è l’esatto contrario, perché stanno ostacolando con ogni mezzo (anche con la volgarità e l’insulto becero di cui si fanno vanto) proprio quel cambiamento del quale avrebbero dovuto farsi portatori. Con il loro ostruzionismo, con il loro dire sempre e comunque di no a tutto, con l’assenza di qualsiasi proposta sensata, costoro vogliono in realtà il mantenimento della situazione attuale, di un Senato che in pratica serve soltanto a complicare l’iter delle leggi ed a gettare sabbia nel motore del rinnovamento, la permanenza di quei privilegi e di quegli sprechi che dicevano di voler eliminare. Anche questo dimostra che le buffonate come quella dell’essere dalla parte dei cittadini ed il “Tutti a casa”, che i grillini sventolavano qualche tempo fa, erano enormi falsità, delle colossali bugie con le quali hanno ingannato milioni di italiani. In realtà essi si sono inseriti subito nel meccanismo della vecchia politica, tanto da volerne mantenere ad ogni costo i privilegi e le inefficienze. Lo dimostrarono anche quando, in occasione dell’elezione del Presidente della repubblica, sostennero addirittura Rodotà, un residuato bellico del vecchio regime e della sinistra più oltranzista e supponente. E anche adesso non vogliono la riforma o l’abolizione del Senato, che sarebbe una soluzione ancora migliore, perché hanno da mantenersi la poltrona. E poi i ladri sarebbero i partiti tradizionali!
La verità è che quando un movimento nasce dalla pura protesta, dalla cosiddetta antipolitica, riceve sì sul momento il consenso di tanti illusi qualunquisti (come io giudico chi ha votato Grillo) che fanno di ogni erba un fascio e gettano sui politici tutte le colpe possibili (piove, governo ladro!), ma poi i nodi vengono al pettine; perché non basta urlare e protestare, non basta dire sempre di no, qualcosa di logico e di realizzabile si deve pur proporre, si deve collaborare con qualcuno visto che, nonostante il malaugurato 25 per cento che hanno avuto alle elezioni, non possono certo decidere tutto da soli. Costoro si sono isolati, non hanno mai collaborato con nessuno né fatto una proposta concreta, e adesso si scagliano contro Renzi perché finalmente vuole cambiare qualcosa nelle istituzioni di questo Paese, modificare giustamente una Costituzione che andava benissimo nel 1948, ma che non è più adatta ai tempi ed alla società attuali. In parte vanno compresi, poveracci che non sono altro, perché sono stati presi alla sprovvista da un presidente del Consiglio diverso dagli altri, che non possono certo accusare di conservatorismo o di immobilità; per questo si trovano in difficoltà, perché la protesta fine a se stessa, oltre ad essere inconcludente, diventa addirittura assurda quando la controparte mostra di saper fare proposte concrete. Di qui il loro smarrimento, l’urlo impotente di chi sa di essere destinato a perdere sempre più consensi, come si è visto anche alle recenti elezioni europee, dove tuttavia una parte ancora consistente di italiani (il 21 per cento) ha continuato ad illudersi e a dare fiducia ad un’accozzaglia di sprovveduti guidata da un comico e da un “guru” impresentabile e sgradevole anche alla vista. Ma prima o poi questi elettori, pur poco lungimiranti quali sono, si renderanno conto della verità e così il grillismo finirà come finì nel ’48 l'”Uomo qualunque”, annegherà cioè nel proprio disfattismo e nella propria inconcludenza.

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La nostra TV e la truffa del canone

Mi sono reso conto, rileggendo quanto scritto qui sul blog, che negli ultimi tempi ho dedicato tutti i post alla scuola. E’ naturale, visto che al mio lavoro di docente e di studioso ho dedicato tutta la vita, ma in un diario pubblico debbono esistere anche altri argomenti, altrimenti si divenda monotematici e quindi noiosi. Per qualche tempo quindi cercherò di non parlare di scuola (tanto più che siamo in vacanza) e di trattare altre questioni, a meno che non emerga qualche novità clamorosa che mi costringa a ritornare sul mio tema principale.
Voglio pertanto dedicare questo post alla televisione, ed in particolare alla Rai, la TV di Stato. Dico subito che il mio giudizio sulle trasmissioni televisive in genere è molto negativo: il livello culturale è bassissimo, predominano programmi sciocchi e ad uso degli analfabeti, le uniche trasmissioni interessanti vengono proposte a orari impossibili e notturni, la volgarità e il turpiloquio dilagano, e altre perle di questo tipo. In altre parole, la televisione italiana, secondo me, è di infimo livello, e ciò riguarda anche i programmi giornalistici a cominciare dai telegiornali, dove si sprecano le banalità, dove non viene dato il giusto rilievo alle notizie importanti e si spreca invece tempo per fatti del tutto irrilevanti; manca inoltre quell’obiettività che si richiederebbe a un’azienda come la RAI che, attraverso il canone, è pagata da tutti i cittadini. Ma la cosa peggiore secondo me, quella che abbassa infinitamente la qualità dei programmi, sta nel fatto che l’unica cosa che interessa ai dirigenti RAI non è la qualità o il valore educativo e culturale delle trasmissioni, ma il cosiddetto “share” (ma una parola italiana non esisteva?), cioè la percentuale di spettatori che guardano un determinato programma. E questo perché il gettito pubblicitario è direttamente proporzionale al numero (non alla qualità) degli spettatori che guardano in quel momento la televisione. Un tale presupposto, a mio parere, è legittimo nelle televisioni commerciali, per le quali gli introiti pubblicitari costituiscono quasi l’unica fonte di sostegno, ma non per la televisione pubblica, che ha il canone e che quindi dovrebbe guardare alla qualità dei programmi, non al numero degli spettatori. Per questo andrebbero usati i soldi del canone, non per pagare milioni di euro ai conduttori o alle ballerine; del resto la TV, strumento potentissimo di diffusione delle idee perché entra in ogni casa, dovrebbe avere un valore educativo e formativo per i cittadini. Aristofane diceva che, se per i bambini c’è la scuola, per gli adulti c’è il teatro a trasmettere buoni principi e sane idealità; oggi la televisione avrebbe un impatto ancor più elevato del teatro di allora, se solo fosse impiegata nel modo giusto. Invece ciò che si vede in TV contribuisce semmai a diffondere la volgarità, la violenza e l’odio di partito; svolge quindi un ruolo opposto a quello che dovrebbe svolgere, e la RAI è in prima fila in questa deriva diseducativa e indegna di un Paese civile.
C’è inoltre un’altra cosa che mi preme puntualizzare. Perché tutti i programmi, dai quiz ai “talk show” giornalistici, a quelli di intrattenimento, finiscono a fine maggio per riprendere a ottobre, e d’estate vengono trasmesse solo stucchevoli repliche di vecchi programmi (v. “Don Matteo” e “Il medico in famiglia”) e telefilms americani con pistole e gangsters? In pratica, per la RAI, l’estate non esiste, forse perché pensano che tutti vadano in vacanza e che nessuno guardi la TV, così da potersi permettere di sospendere per quattro mesi la normale programmazione e trasmettere solo robaccia trita e ritrita? Forse non sanno che tante persone non vanno in vacanza, oppure, anche se ci vanno, non vi rimangono certo per quattro mesi!
Il canone, però, lo pretendono per tutto l’anno, martellando i poveri spettatori con pubblicità pro-canone da gennaio a marzo. A questo proposito vorrei lanciare una proposta, provocatoria ma fino ad un certo punto: perché, la prossima volta, non paghiamo solo 2 terzi del canone (se sono circa 120 euro, paghiamone 80), visto che per un terzo dell’anno (cioè i mesi da giugno a settembre) praticamente la TV non esiste?

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Osservazioni sugli esami di Stato 3. Dalla parte degli studenti

Ho già dimostrato, nel primo post di questa “trilogia” sugli esami di Stato della scuola superiore, che l’impegno degli studenti è gravoso, dovendo essi essere preparati sui programmi dell’intero anno scolastico conclusivo in quasi tutte le materie del loro corso. Questa formula d’esame, inaugurata nel 1999 dall’allora ministro Berlinguer, non è affatto semplice, ed i risultati spesso positivi non debbono ingannare chi non è addentro alla questione. Qui però desidero affrontare un altro argomento, collegato ai primi due, e cioè: come vivono gli studenti questa prova che debbono affrontare? Vi si avvicinano nel modo corretto oppure compiono degli errori di prospettiva piuttosto gravi?
Ovviamente la risposta a quest’ultimo interrogativo è sì, e vediamo perché. Il primo e più diffuso errore degli studenti, a ciò abituati da un andazzo facilone che esiste nel nostro Paese dai tempi del ’68, è quello di pensare che la promozione sia cosa certa e scontata. Non è così: la commissione d’esame, per promuovere un alunno, deve avere comunque degli appigli, dati dalle prove scritte o da quelle orali; se questi punti di forza non ci sono, se cioè vengono fallite sia le prove scritte che il colloquio, la bocciatura è nella logica delle cose, è probabile e del tutto corrispondente alle leggi vigenti. Anzi, è più facile adesso che con il vecchio esame, perché allora veniva fatto un bilancio al 50 per cento (o quasi) tra i risultati ottenuti nel corso degli studi e quelli delle prove d’esame, per cui uno studente, se pur aveva avuto qualche esito positivo in precedenza, poteva salvarsi; ma oggi il voto finale è dato da una pura somma di voti, in cui il credito scolastico (che rappresenta appunto l’andamento dei tre anni precedenti) conta solo per il 25 per cento; se quindi tale punteggio, sommato a quello delle prove scritte ed orali d’esame, non raggiunge i 60 centesimi, lo studente è bocciato e non c’è nulla da aggiungere o da rimarcare.
Un altro diffusissimo errore degli studenti è quello di sottovalutare l’esame e non prepararlo nel modo dovuto. Alcuni di loro pensano che sia sufficiente conoscere il proprio argomento iniziale (la cosiddetta “tesina”), che è invece sempre meno valutata dalle commissioni attuali. La tesina non ha alcuna influenza sulle prove scritte, mentre al colloquio le sono riservati, di norma, i primi dieci minuti, dopo di che si passa alle domande specifiche su tutte le materie. Molti studenti, appunto, non prendono in considerazione questo dato di fatto e si presentano all’esame con una preparazione raffazzonata e spesso superficiale, senza tener presente che debbono portare il programma di un intero anno scolastico di quasi tutte le materie del loro corso. Che questo sia un atteggiamento molto comune si nota anche dal fatto che mentre noi, che pure (lo ripeto) avevamo un esame molto più semplice e basato su due sole materie scritte e due orali, passavamo pomeriggi e notti a studiare e spesso non frequentavamo più la scuola nel mese di giugno proprio per prepararci, gli studenti attuali vengono a scuola fino all’ultimo giorno (anche per organizzare festicciole e perdere tempo) e si fanno vedere di pomeriggio in giro per i luoghi di divertimento, come se l’esame non ci fosse o non toccasse proprio a loro.
Il terzo e gravissimo errore di studenti e genitori è quello di non avere un’esatta consapevolezza della propria preparazione. Molti si illudono di essere preparati, di sapere tutto, di fare bella figura, e invece poi subiscono all’esame un’amara delusione. Certe persone, anche durante l’anno scolastico, sono convinte di essere brillanti e di avere capacità che in realtà non hanno; ed in questo campo specifico i genitori sono peggiori degli studenti, perché molti di loro credono erroneamente che il loro figlio sia un genio, un Einstein in miniatura, salvo poi scoprire a loro spese che non è così. Questo accade anche perché i genitori proiettano sui figli le loro frustrazioni, pretendono di veder raggiunti da loro i traguardi ch’essi non sono stati capaci di raggiungere nella vita, e finiscono per sopravvalutarli; perciò, se poi i risultati non sono quelli sperati, ne consegue una forte delusione e una colpevolizzazione dei professori, che diventano così il capro espiatorio. La colpa è sempre dei professori, specie dei membri interni che non hanno sostenuto abbastanza il povero studente. E non si rendono conto, invece, che spesso non c’era nulla da sostenere, che di fronte a prove miserevoli non c’è nessuno che possa falsare la realtà di fatto.
In conclusione, alla fine dell’esame non c’è nessuno che sia contento del voto ricevuto, perché tutti erano convinti, nella loro presunzione, di meritare di più. Questo riguarda purtroppo anche i più bravi, quelli che se ne escono con valutazioni alte, perché poi fanno i confronti con i compagni e ciascuno presume di essere più bravo degli altri, per cui il voto gli sta sempre stretto. Oltretutto c’è una falsa convinzione che gira per le scuole: che cioè lo studente bravo, che ha avuto sempre buoni risultati, debba prendere per forza il massimo dei voti, 100 centesimi. Ed invece non è così: i 100 centesimi, cioè il massimo, vanno attribuiti soltanto alle eccellenze vere e proprie, ai casi di bravura eccezionale, e non genericamente a tutti quelli che hanno avuto un buon rendimento; anche voti come 98, 96, 94, 90 e persino 85 sono alti e denotano un merito individuale di indubbio rispetto, per cui chi li ottiene dovrebbe comunque essere soddisfatto. Ed invece non è così: tutti avrebbero voluto di più, tutti (genitori e studenti, ugualmente presuntuosi) pensavano di meritare di più. E la colpa del mancato risultato di chi è? Non dello studente, che ha fallito delle prove scritte o ha detto sciocchezze varie all’orale. No. La colpa è sempre dei professori, brutti e cattivi, che non vogliono aiutare i poveri ragazzi e pretendono perfino che lo studente sappia commentare un testo o sapere quando è iniziata la prima guerra mondiale. Cosa importa conoscere queste bazzecole? Tanto c’è internet, dove si trova tutto; la scuola può andare a farsi benedire.

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Osservazioni sugli esami di Stato 2. L’infelice condizione del membro interno

Nella mia lunga esperienza di esami di Stato mi sono trovato più volte a svolgere sia la funzione di membro interno, per me obbligatoria ogni due anni perché al liceo Classico si alternano in questo ruolo il docente di italiano e quello di latino e greco, che quella di commissario esterno o di presidente di commissione; e debbo dire, in tutta sincerità, che preferisco di gran lunga questa seconda situazione, sebbene vi sia da fare un viaggio piuttosto disagiato, specie nelle giornate più calde, per raggiungere sedi situate all’altro capo della provincia.
Perché dico questo? Il presidente o commissario esterno, che va ad esaminare alunni non suoi, è molto più tranquillo dato che, non conoscendo nessuno degli studenti che esaminerà, non è al corrente del loro reale livello culturale, delle capacità, dell’impegno profuso negli studi ecc., e quindi può giudicare oggettivamente, senza troppo coinvolgimento emotivo. Dovrà solo ricordarsi che ha lasciato nella sua scuola i propri alunni, che non necessariamente sono più bravi o preparati di quelli che andrà a giudicare in un’altra sede; dovrà evitare quindi (ma non tutti lo fanno, purtroppo) di assumere atteggiamenti censori o troppo esigenti, di mettere in difficoltà i ragazzi dei colleghi ed ostentare una severità che certamente non ha mostrato l’anno o gli anni precedenti, quando ha svolto la funzione di membro interno.
E quest’ultimo invece, il malcapitato che porta all’esame i propri studenti, come si sente? Male, molto male, specie quando sa che tra i suoi alunni ci sono alcuni che mantengono le lacune accumulate in tutto il quinquennio e mai superate, alunni che il Consiglio di classe ha deciso di ammettere all’esame ma che lo affrontano tra mille paure e difficoltà. E a tal proposito aggiungo che la mia convinzione è quella secondo cui sarebbe di gran lunga preferibile evitare il buonismo deleterio che molto spesso è diffuso nelle nostre scuole, e bocciare prima (o comunque non ammettere all’esame) persone che non sono in grado di superarlo se non per buona sorte o per estremo lassismo delle commissioni. E invece si preferisce quasi sempre lasciare alla commissione d’esame le patate bollenti, sperando nella fortuna e nella clemenza della corte.
Ciò detto, torniamo a parlare dello stato d’animo del membro interno. Egli ha dentro di sé una scala di valori dei propri alunni, e logicamente vorrebbe che fosse rispettata; ma molto spesso non è così, perché succede frequentemente che chi ha sempre avuto un buon rendimento si emozioni e si perda nelle prove d’esame, così come può accadere, all’inverso, che il lavativo di turno incontri una giornata felice, abbia fortuna nelle domande rivoltegli o comunque faccia buona impressione ai commissari e ottenga così valutazioni più alte di chi si è sempre impegnato ed ha avuto per cinque anni un andamento scolastico migliore. Questo è nella logica delle cose, ma dispiace a chi ha in sé il senso di giustizia che vorrebbe fosse rispettato; e del resto non si può nemmeno insistere con i colleghi esterni facendo presente la disarmonia uscita fuori dalle varie prove, perché essi generalmente ti rispondono che dei risultati di profitto precedenti si è già tenuto conto nel punteggio del credito scolastico, e che l’esame ha una vita propria. Ma proprio qui sta l’iniquità, secondo me: con il vecchio esame, quello delle due materie scritte e due orali, si verificava un sostanziale equilibrio, nell’attribuire il voto finale, tra i giudizi che la scuola elaborava circa l’andamento dello studente negli anni precedenti e le prove d’esame; adesso invece il voto conclusivo è ottenuto mediante una pura e semplice sommatoria di punteggi, nella quale il credito scolastico (cioè il punteggio dato sulla base delle medie ottenute dallo studente nei tre anni conclusivi del ciclo di studi) conta soltanto per il 25 per cento, mentre il 75 per cento deriva dalle prove d’esame. Di qui le frequenti incoerenze che si riscontrano nelle valutazioni finali, delle quali ben pochi sono contenti, ben pochi si riconoscono nel voto ricevuto.
Aggiungo un’ultima considerazione. Il membro interno, nell’immaginario collettivo, è sempre stato concepito come il paladino degli studenti, quello che li difende a spada tratta in tutte le situazioni e cerca quindi di far lievitare tutte le valutazioni; e ci sono in effetti molti membri interni che continuano a comportarsi così, suggerendo persino le risposte ai ragazzi durante le prove scritte, comunicando in anticipo le domande della terza prova o spingendo al colloquio per ottenere voti assolutamente non meritati. E su questo blog ho detto più volte perché costoro agiscono così: non tanto per il bene degli studenti, ma per se stessi, nel senso che se una classe ha buoni voti all’esame ciò è una gratificazione per i docenti che li hanno preparati durante l’anno scolastico, che così risultano più bravi. Ma io, che in molti casi la penso diversamente dalla maggioranza dei miei colleghi, non credo affatto che questo sia il compito del membro interno, ma che egli debba piuttosto cercare di far rispettare, per quanto possibile, la scala dei valori dei suoi studenti, cercando di premiare i migliori e non i peggiori. Ciò significa, in molti casi, fare il contrario di quel che si è detto sopra, cioè impegnarsi non per aumentare ma per diminuire certe valutazioni eccessive, che la commissione esterna a volte attribuisce per mancata conoscenza degli studenti, per cui – come dicevo sopra – chi si presenta bene o ha un colpo di fortuna riesce ingiustamente a passare avanti a chi si è sempre impegnato. Io credo molto nel merito individuale e odio ogni forma di ingiustizia e di massificazione, per cui chi ha sempre mostrato capacità ed impegno costante dovrebbe, a mio giudizio, ottenere i voti migliori. E non bisogna dimenticarsi che con la forma attuale dell’esame di Stato, diversamente dal precedente, il membro interno è parificato agli esterni nella commissione, deve correggere gli scritti e porre le domande al colloquio orale; è necessario perciò che sia obiettivo, che evidenzi gli errori quando ci sono e non mistifichi la realtà facendo passare per bravi e meritevoli studenti che non lo sono affatto. Ricordiamoci che la Verità paga sempre, la menzogna e l’ingiustizia sono invece prerogative delle persone meschine, non di uomini e donne che debbono essere, oltre che docenti delle loro materie, anche maestri di vita.

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Osservazioni sugli esami di Stato 1. Il perché degli insuccessi

Leggo in questi giorni, sui forum di alcuni siti specializzati ed in particolare quello di “Orizzonte Scuola”, le lamentele di molti docenti che sono stati impegnati nell’esame di Stato delle scuole superiori che si è concluso da pochi giorni. Alcuni di loro riaffermano l’assoluta necessità di cambiare la struttura dell’esame e la composizione delle commissioni, altri se la prendono con i colleghi ed i presidenti, altri addirittura invocano l’abolizione totale dell’esame stesso, considerato un’inutile fatica per docenti e studenti.
Potremmo dire anzitutto che l’esame finale dei vari corsi di studi non si può eliminare “tout court”, perché è previsto dalla nostra Costituzione; ma poi, oltre a questo dato oggettivo, la mia opinione è che esso vada mantenuto perché è l’unico momento in cui i giovani si mettono veramente in gioco, si confrontano con persone che non hanno mai conosciuto prima, imparano insomma a crescere e ad affrontare le difficoltà della vita, comprendendo finalmente (anche sulla loro pelle) che non tutto è dovuto e che occorre impegnarsi in prima persona per ottenere un qualche risultato. Sotto questo profilo l’esame ha una funzione educativa e formativa e credo quindi che vada mantenuto; resta però da stabilire se vada bene così com’è adesso o se invece andrebbe in qualche modo modificato. Lasciando da parte per il momento la questione, che non compete a noi ma agli organi legislativi, cerchiamo invece di parlare della realtà attuale restando, per così dire, con i piedi per terra, senza elucubrazioni che lasciano per lo più il tempo che trovano.
Sulla base della mia esperienza mi sembra di dover suggerire alle scuole e ai docenti di preparare meglio durante il percorso scolastico gli alunni a sostenere questo impegno. Mi spiego: ai miei tempi portavamo all’esame solo due materie scritte e due orali (che oltretutto sceglievamo noi, diciamo la verità) e pertanto, anche se la verifica su quelle materie era più approfondita di quanto avviene adesso, la struttura dell’esame consentiva però di prepararsi al meglio, perché potevamo tranquillamente trascurare tutte le discipline che non fossero quelle che avevamo scelto. Oggi non è più così. La terza prova scritta, tanto per cominciare, è per lo più organizzata nei Licei con domande a risposta aperta (con numero limitato di righe) su quattro o cinque materie e su argomenti spesso specifici che non sempre lo studente può ricordare perché magari svolti all’inizio dell’anno scolastico. Al colloquio orale, per giunta, il malcapitato deve passare, nello spazio di mezz’ora o 40 minuti, di fronte a tutti i commissari, che lo interrogano su 9-10 materie quasi contemporaneamente. Vengono ovviamente fatte poche domande per ogni materia, ma lo studente deve comunque essere preparato – e riferire in poco tempo – sui programmi dell’intero anno scolastico di tutte o quasi le discipline del suo corso di studi. Questo è molto gravoso, non possiamo negarlo, e conduce molto spesso a risultati deludenti e molto inferiori a quelli ottenuti dai ragazzi durante l’anno scolastico nelle singole materie; io stesso, da commissario interno, ho sempre verificato questa situazione, dovendo constatare che purtroppo all’esame gli studenti rendono molto meno di quanto avveniva in precedenza, tanto che spesso non sono preparati su argomenti che ben conoscevano soltanto un mese prima. A cosa dobbiamo attribuire questo fallimento? Talvolta ad uno scarso impegno degli allievi, che sottovalutano l’esame e pensano di potersela cavare con la sola “tesina”; ma il più delle volte la vera ragione dell’insuccesso è la massa pletorica degli argomenti da studiare e da coordinare tra di loro, cosa a cui non sono abituati durante l’anno scolastico, quando le verifiche scritte e orali vengono organizzate quasi a compartimenti stagni, nel senso che se una settimana c’è la verifica di storia non c’è quella di matematica, se c’è il compito di latino non si può interrogare nello stesso giorno ecc. In pratica, gli studenti non sono abituati ad orientarsi contemporaneamente su argomenti afferenti a diverse discipline, né a collegare i contenuti tra di loro: ecco perché all’esame, costretti a galleggiare in un fuoco di fila di domande diverse ed argomenti molto vasti, finiscono per annaspare e qualche volta, purtroppo, per annegare del tutto. Come si può affrontare concretamente il problema, cercando di ridurre almeno, se non di eliminare, il disastro dell’esame? Occorrerebbe cambiare la didattica dell’intero percorso quinquennale, ad esempio, dando spazio agli argomenti interdisciplinari ed abituando gli alunni a operare collegamenti e confronti, non a studiare a compartimenti stagni come se frequentassero tanti corsi diversi tra di loro. Si potrebbe anche (e qualche scuola lo fa, in verità) organizzare delle simulazioni non solo della terza prova scritta, ma anche del colloquio orale, magari al di fuori dell’orario curriculare: alcuni pomeriggi ad esempio potrebbero essere dedicati a colloqui interdisciplinari su tutte le discipline studiate, con la partecipazione di tutti i docenti del consiglio di classe. So bene che questo è un impegno aggiuntivo che non viene retribuito, ma la nostra funzione di insegnanti e di formatori ci impone di fare qualche sforzo in più per il bene dei nostri studenti e anche di noi stessi; se infatti la nostra classe – sia che abbiamo svolto o meno la funzione di membri interni – ha un insuccesso globale all’esame e voti molto più bassi di quelli che ci saremmo aspettati, è una delusione anche per noi, la constatazione di un fallimento, di una vanificazione dell’impegno che abbiamo profuso durante tutto il corso di studi. Meglio lavorare qualche ora in più, anche senza retribuzione aggiuntiva, che piangersi poi addosso per il deludente esito dei nostri studenti; meglio abituarli prima a sostenere l’esame, senza buonismo e senza ipocrisie, piuttosto che vedere poi durante le prove scritte lo sconcio spettacolo di alcuni membri interni che vanno girando per i banchi suggerendo le risposte agli alunni o che tentano di falsificare totalmente l’esito del colloquio orale proponendo valutazioni improponibili a chi non ha saputo rispondere nemmeno alle domande più elementari. La nostra dignità professionale, dico io, dovrebbe venire prima di tutto.

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Scuola e Università: perché tante disparità?

Nel leggere i contributi sui siti e forum dei vari siti internet circa le folli proposte del sottosegretario Reggi in materia di scuola e di orario di servizio dei docenti, mi sono imbattuto in un articolo di Marina Boscaino sul “Fatto quotidiano” che mi pare bene affrontare il problema. Non è mia intenzione commentare qui l’assurdità di certe idee come quella di tenere le scuole aperte fino alle 22 per tutto l’anno o quella di portare a 36 ore l’orario di lavoro dei docenti, che evidentemente questo governo considera ancora “fannulloni” o per compiacere l’opinione pubblica o forse per ignoranza, visto che non sanno che molto spesso i professori lavorano anche più di quel limite. Mi è venuto in mente invece un altro aspetto del problema, presente in alcuni commenti all’articolo della sig.ra Boscaino.
A questo proposito mi chiedo: perché i vari governi succedutisi negli ultimi 20 anni hanno sempre manifestato la volontà di intervenire sui presunti “privilegi” degli insegnanti, che farebbero solo 18 ore settimanali (ma quando mai?), e nessuno ha mai pensato, neppure di striscio, ad intervenire sui privilegi (quelli sì, autentici e dimostrabili!) dei ricercatori e dei professori universitari? Costoro arrivano a ricoprire quei ruoli (non sempre, per carità, ma spesso sì) con concorsi dalla dubbia regolarità, grazie a favoritismi e nepotismi vergognosi i quali fanno sì che il prof. Tizio chieda al collega Caio di sistemargli il suo alunno X, e di rimando il prof. Caio chieda al collega Tizio di sistemargli il suo alunno Y; e non solo, ma spesso i posti di insegnamento all’università, con lauto stipendio pagato dai cittadini contribuenti, vengono distribuiti in base alle parentele, tanto che il prof. Tizio, autorevole luminare e barone indiscusso della sua facoltà, sistema nei ruoli la moglie, i figli, i cognati, i fratelli, gli amici ecc. Arrivano così a ricoprire cattedre molto ben remunerate autentici incompetenti, dei quali tutti noi abbiamo fatto esperienza durante i nostri corsi di laurea. Ci sono poi anche facoltà e dipartimenti dove i docenti e i ricercatori sono tutti imparentati tra loro. Come è successo? Chissà!
Ma, tornando a parlare dell’orario, si pretende che i docenti della scuola facciano 36 ore. Benissimo. Ma allora perché non imporre questo orario di servizio anche al personale universitario? Attualmente ricercatori e professori universitari svolgono sì e no 6 ore di insegnamento alla settimana, con la scusa di dover effettuare un lavoro di ricerca importante per le sorti del Paese. Ma chi controlla l’effettivo svolgimento di questa attività? Esistono indubbiamente docenti che si applicano intensamente alla ricerca e sono rispettabili e benemeriti, nessuno lo nega; ma ci sono anche altri che pubblicano forse un articoletto ogni cinque anni, spesso saccheggiando le tesi degli studenti, e nessuno li controlla e li caccia come sarebbe giusto fare. Esistono ricercatori che si presentano in facoltà solo al momento di ritirare lo stipendio, e questo è sempre stato sotto gli occhi di tutti. Ecco che i nostri ministri e sottosegretari si accaniscono contro i professori di Liceo, spesso più preparati e con più titoli dei colleghi universitari, e nulla fanno per limitare i privilegi e gli stipendi di questi ultimi, almeno quelli chiaramente immeritati.
E c’è un’altra cosa da aggiungere: il governo considera l’università come giudice insindacabile della scuola, dato che i concorsi e le iniziative di formazione dei professori della scuola (intendo le varie SSIS, TFA ecc.) vengono sempre affidati a docenti universitari, i quali non hanno la minima competenza e la minima conoscenza della scuola e dei suoi problemi. Lo stesso fanno le case editrici, nell’affidare a luminari accademici la compilazione dei libri di testo per la scuola, con cui poi, inevitabilmente, gli alunni si trovano male, perché vi viene impiegato un linguaggio non adatto a loro e contenuti spesso specialistici e pressoché inutilizzabili. Sarebbe il momento di rendersi conto, invece, che ciò che riguarda i Licei dovrebbe essere affidato a docenti di Liceo di provata esperienza, e non agli universitari che non sanno nulla della scuola. Il reclutamento dei professori (ed a maggior ragione il tirocinio) dovrebbe essere affidato, a mio parere, a commissioni formate da docenti liceali o anche ai singoli Istituti, i cui Dirigenti e docenti anziani avrebbero competenze infinitamente superiori a quelle degli universitari per stabilire quali siano le conoscenze, le competenze e l’impostazione didattica necessarie per insegnare in una scuola superiore.

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Le ricerche dei miei studenti

Poiché da più parti, e soprattutto ad opera dei giornalisti che hanno diffuso questa mentalità nel Paese, si ritiene che la scuola italiana sia uno sfacelo, un totale disastro, e che non vi si faccia più cultura come un tempo, mi sono riproposto di utilizzare i “nuovi” mezzi di comunicazione (dicasi internet) per dimostrare che si tratta di una credenza falsa e bugiarda, un luogo comune che solo in certi casi limitati può contenere un fondo di verità.
Nel mio quotidiano lavoro di docente di lingue e letterature classiche, io non mi limito ad illustrare gli argomenti, a leggere i testi e ad attendere che gli alunni si preparino su quanto esaminato e me lo ripetano mnemonicamente alle verifiche: il mio obiettivo, infatti, non è soltanto quello di far apprendere dati e conoscenze di base ineliminabili, ma anche quello di sviluppare negli studenti il pensiero critico, condurli cioè ad un’analisi consapevole di quanto da essi studiato; in altre parole, la spiegazione del docente ed il libro di testo sono certamente punti di partenza fondamentali, ma poi l’alunno deve anche ragionare autonomamente su quello che sta studiando, provare un’autentica passione per i contenuti che più suscitano la sua curiosità culturale, non finalizzare tutto al voto ed al superamento dell’interrogazione. So che si tratta di una pretesa ambiziosa, ma non impossibile da raggiungere; pertanto, oltre a cercare di far partecipare attivamente gli alunni alla lezione ed ascoltare le loro osservazioni (anche se apparentemente banali), assegno loro tutti gli anni autori ed opere da leggere in traduzione e sulle quali poi chiedo una relazione scritta, che mi debbono spedire tramite e-mail. In alcuni casi tale lavoro supplementare è facoltativo (e quindi non tutti lo eseguono), in altri è obbligatorio: nella classe quarta, ad esempio, io pretendo la lettura integrale di almeno una tragedia greca a scelta dello studente, con successiva relazione scritta. Leggo ed esamino attentamente tutte le relazioni e gli approfondimenti che mi sono stati consegnati nel corso dell’anno scolastico; quelle poi che giudico più interessanti ed originali vengono pubblicate sul mio sito internet, a disposizione di chiunque voglia leggerle. Questa mia attività, ormai in atto da diversi anni, ha riscosso riconoscimenti e plausi da studiosi italiani e stranieri, i quali ben sanno che spesso un’osservazione di un ragazzo o di una ragazza di liceo, pur non sostenuta da un vero metodo filologico, può costituire uno spunto di riflessione e di analisi anche per docenti universitari o in generale esperti del settore. Io stesso ho talvolta tenuto conto dei contributi degli studenti per le mie pubblicazioni scientifiche, divulgative e scolastiche.
Anche quest’anno ho pubblicato sul mio sito ben 30 relazioni, 15 della classe 4° e 15 della 5°. Chi volesse leggerle e magari trarne qualche spunto di riflessione, può farlo collegandosi al sito. http://profrossi.altervista.org

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Esame di Stato 2014: tracce banali e penalizzazione del Liceo Classico

E’ un vizio tipico di noi italiani lamentarci sempre di tutto, e noi docenti non facciamo certo eccezione, anzi, siamo peggiori degli altri. Consapevole di questo, io cerco spesso di giustificare o almeno di comprendere l’operato dei nostri parlamentari e dei nostri governanti; ma purtroppo, nonostante la mia buona volontà, spesso non posso fare a meno di protestare contro decisioni che mi sembrano irrazionali e contraddittorie.
L’ultima occasione è appunto quella che riguarda le tracce ministeriali dell’esame di Stato in corso di svolgimento, per quanto attiene alle prime due prove scritte, le quali, notoriamente, sono uguali in tutta Italia. Cominciamo dalla prima, cioè le tracce proposte per la prova di italiano. Per l’analisi del testo è stata scelta una poesia di Quasimodo, bella sì ma difficile da interpretare in alcuni passi, certamente ermetici e poco comprensibili per ragazzi diciannovenni dei licei e degli istituti tecnici; va anche detto che, nella stragrande maggioranza dei casi, il vastissimo programma di letteratura italiana dell’ultimo anno di corso non arriva a trattare questo poeta, e ciò ovviamente aumenta le difficoltà interpretative per i malcapitati che dovevano svolgere la prova. Una scelta inopportuna, quindi, così come quella che riguarda il cosiddetto “saggio breve” o “articolo di giornale”, novità di berlingueriana memoria che altro risultato non ha ottenuto se non quello di complicare ulteriormente questa prova già di per sé tutt’altro che facile. Senza discutere degli argomenti, non certo esaltanti e piuttosto scontati (la tecnologia pervasiva ad esempio), c’è da dire che il nostro Ministero ha corredato i titoli con testi a mio avviso malposti e incompleti: tutti i contributi su cui gli alunni dovevano riflettere per elaborare poi una propria interpretazione erano recentissimi (dal 2009 al 2014) e appartenevano a saggisti o giornalisti, con esclusione di tutti gli scrittori classici e moderni che pure avevano scritto pagine importanti al riguardo. Un esempio: il saggio sul “dono”, corredato oltretutto con fotografie di quadri come la “donazione di Costantino” che non c’entravano nulla, non teneva conto affatto di chi, come Seneca nel trattato “De beneficiis”, si era occupato dell’argomento con grande saggezza; e quello sulla tecnologia, per fare un altro esempio, riportava solo scritti recentissimi, senza tener conto che sul problema dell’invadenza tecnologica che limita o distrugge l’essenza dell’uomo si erano già espressi illustri scrittori come Pirandello, nel romanzo “Quaderni di Serafino Gubbio operatore” o nei “Giganti della montagna”. Perché questa sbornia per l’attualità, che porta a trascurare tutto ciò che c’è stato prima degli anni 2000? Non vorrei che si trattasse di pura ignoranza. So di essere malevolo in questa affermazione, ma è proverbio ben noto quello che dice che a pensar male ci si azzecca sempre (o quasi).
E veniamo adesso alla seconda prova, quella di oggi 19 giugno. Al Liceo Classico è stato assegnato da tradurre un brano di greco di Luciano, dal titolo “L’ignoranza acceca gli uomini”. Forse i dotti del Ministero, nell’apporre questo titolo, alludevano a se stessi? Mah, sta di fatto che il brano, pur non essendo micidiale come quello di Aristotele di due anni fa, aveva pur sempre le sue brave difficoltà, specie per gli studenti attuali che, com’è noto, sono sempre più disarmati di fronte alle traduzioni dal greco e dal latino, per le ragioni che ho esposto in altri post e che qui non posso ripetere per ragioni di spazio. Io da tempo vado sostenendo, anche con lettere ed e-mail agli ispettori e ai direttori generali del Ministero, che sarebbe il caso di provvedere ormai a rivedere questa seconda prova del Liceo Classico, che continua ancor oggi, dopo 80 anni dall’istituzione dell’esame di Stato, ad essere costituita solo ed unicamente dalla traduzione, come se questa fosse l’unica competenza che i nostri studenti debbono raggiungere nel loro corso di studi. Io mi chiedo allora perché la prova del Liceo Scientifico è stata modificata anni fa, così che gli studenti possono scegliere uno tra due problemi e cinque tra dieci quesiti, privilegiando ovviamente quelli che sanno di poter svolgere meglio. Perché al Classico questa opportunità non viene concessa e si continua ancora, nel 2014, con questa versione unica e imposta dall’alto, senza che gli studenti possano scegliere alcunché? Il bello è che i nostri ministri (più di tutti Profumo, ma anche gli altri) ci bombardano continuamente con la necessità di adottare le nuove tecnologie, ci impongono l’uso di computers, tablets e LIM che non servono a nulla se non ad arricchire le ditte produttrici, e poi all’esame ci rifilano la stessa versione di greco o latino come si faceva ai tempi di Gentile. Non è una contraddizione questa? Al Ministero sono moderni solo quando loro conviene, mentre si continua a penalizzare il Liceo Classico, del quale a quanto pare si vuole l’estinzione, proprio perché gli studenti che escono da questa scuola sanno ragionare con la propria testa, interpretare in modo autonomo e consapevole la realtà che li circonda, e questo evidentemente dà fastidio a chi vuole che la scuola formi non cittadini responsabili, ma automi capaci solo di schiacciare tasti di un computer e di obbedire proni alle leggi del mercato. Tutto il resto non conta. Ed io credo che sia proprio questo il motivo per cui il Liceo Classico deve sostenere le stesse prove di 80 anni fa (in qualche caso, persino più difficili di quelle di allora!), perché lo si vuole penalizzare, far passare come una scuola anacronistica e non consona ai tempi moderni. E’ vero l’esatto contrario, ma sembra proprio che per qualcuno questa verità sia molto scomoda.

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Scrutini ed esami: ulteriori umiliazioni per i docenti

Se si ha la pazienza di leggere, sui siti specifici e sui forum dedicati alla scuola, i contributi dei docenti in questo periodo dell’anno che segue immediatamente gli scrutini, troviamo in essi una serie di lamentele e di proteste contro il modo in cui, in molti Istituti, questi adempimenti vengono condotti. Quasi sempre la protesta dei professori che scrivono è rivolta contro i colleghi o i Dirigenti che li hanno costretti a promuovere anche gli asini, trasformando in sufficienze valutazioni nettamente insufficienti per voto di consiglio, e mettendo quindi sullo stesso piano chi si è meritato con le sole proprie forze la promozione e chi l’ha ottenuta in modo truffaldino. Il problema si ripresenta puntualmente tutti gli anni, e anche a me è più volte successo di vedere promosse persone che a mio giudizio non lo meritavano affatto, sia perché dei cinque e dei quattro sono passati miracolosamente a sei poco prima dello scrutinio oppure, come sempre più spesso avviene, perché alcuni colleghi non ricorrono proprio ai voti bassi, assicurando a tutti la sufficienza e quindi la promozione.
Non voglio entrare nel merito di questo triste fenomeno, di cui ho già parlato in altri post indicando le ragioni del buonismo imperante nelle nostre scuole: residui di vecchie ideologie di matrice sessantottina, il falso senso di “umanità” che porta alcuni colleghi ad alzare i voti credendo erroneamente di aiutare gli studenti, considerazioni di tipo utilitaristico e opportunistico come la volontà di non avere fastidi dalle famiglie degli studenti, paura di eventuali ricorsi al TAR e altro ancora. Sta di fatto che la bocciatura, almeno nei Licei, sta diventando un fenomeno sempre più raro e scandaloso, perché concepita non come un riconoscimento della necessità di una maggior durata del corso di studi per il raggiungimento degli obiettivi formativi prestabiliti, bensì come una catastrofe, una rovina totale dello studente e della sua famiglia.
Ma lo scopo di questo post vorrebbe essere un altro, quello cioè di rilevare e di condannare la perenne perdita di prestigio e di credibilità degli insegnanti e delle loro decisioni. Mi riferisco all’inaccettabile invadenza dei tribunali amministrativi (i TAR) nelle deliberazioni dei consigli di classe e delle commissioni d’esame, che spesso ribaltano con le loro assurde sentenze. E’ di questi giorni la notizia che riguarda uno studente di un liceo classico di Roma Eur: bocciato agli scrutini con tre materie gravemente insufficienti (due tre e un quattro), ha presentato ricorso al TAR del Lazio, il quale ha annullato la decisione del consiglio di classe perché – così suona la motivazione della sentenza – non era stata valutata adeguatamente la personalità complessiva del ragazzo, visto che in pagella aveva un otto in italiano. Con ciò si è voluto dire implicitamente che quei docenti che hanno deciso la bocciatura sono degli incompetenti e degli incapaci, in quanto la loro deliberazione (del tutto legittima, perché con tre gravi insufficienze si può benissimo bocciare) è destituita di valore e di fondamento. Quale stima e considerazione sociale potranno avere d’ora in poi quei professori, visto che, oltre a tutte le altre frustrazioni che subiscono durante l’anno da parte di colleghi, alunni, genitori, organi di stampa e opinione pubblica, non hanno più nemmeno la libertà di svolgere liberamente il proprio lavoro, in cui rientra anche il decidere la promozione o meno di un alunno? In questo procedimento il TAR è andato al di là delle proprie competenze, perché l’annullamento di una deliberazione di un organo collegiale della scuola statale può avvenire solo per vizi di forma, mentre qui i giudici sono entrati pesantemente nel merito della decisione, violando altresì quanto scritto nell’art. 33 della nostra Costituzione, il quale recita che “l’arte e la scienza sono libere, e libero ne è l’insegnamento”. Dove va a finire questa libertà se dei giudici qualsiasi, del tutto ignoranti delle problematiche scolastiche, si permettono di mortificare in questo modo la dignità di persone che hanno tutte le competenze per prendere liberamente le proprie decisioni, s’intende senza infrangere alcuna legge? Nella libertà di insegnamento rientra anche la formulazione di criteri per la promozione o non promozione degli alunni, e non esiste un numero minimo di materie insufficienti per arrivare alla bocciatura. Se il Consiglio di classe ritiene che un alunno abbia delle lacune incolmabili e determinanti per il suo percorso formativo, può bocciare anche per le insufficienze di una sola materia. Così s’intende leggendo le circolari ministeriali al riguardo.
Un’altra sentenza di un TAR della stessa risma è stata quella che ha riammesso all’esame di Stato una studentessa esclusa perché sorpresa ad usare il cellulare durante una prova, con la motivazione che la ragazza non avrebbe tratto dal cellulare alcun giovamento per la prova perché sequestratole subito dopo che aveva squillato. Ma i giudici si sono dimenticati che esiste una ben precisa e chiara norma contenuta nell’Ordinanza ministeriale sugli esami di Stato, che io conosco benissimo in quanto spesso Presidente di commissione, norma che prescrive la totale esclusione dagli esami dello studente sorpreso con il cellulare durante le prove, anche se questo ha solo squillato e persino se è spento. Quindi un organismo statale (il TAR) ha di fatto sbugiardato un altro organismo statale (il Ministero dell’Istruzione e della ricerca), cosa che in un Paese civile non dovrebbe mai avvenire. Ecco quindi che il famigerato buonismo nostrano non appartiene solo a certi docenti, ma anche a certi magistrati che farebbero meglio a cambiare mestiere.
Intervenire sulle decisioni di un organo collegiale sovrano e annullarle è un’ingerenza inconcepibile e gravissima: sarebbe come se il TAR intervenisse nelle decisioni di un Comune che ha stabilito una certa aliquota dell’IMU o della TASI abbassandola per le proteste dei cittadini costretti a pagare troppo. Ma questo non avviene, si può stare certi, e le tasse le dobbiamo pagare senza se e senza ma. Soltanto l’operato dei docenti è criticabile, censurabile, modificabile da qualsiasi incompetente di turno, perché evidentemente noi insegnanti siamo reputati incapaci di intendere e di volere.

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Scrutini e coerenza dei docenti

Ho visto che, in questi ultimi tempi, il post più visitato sul mio blog è quello che si intitola “Bocciare o non bocciare?”, evidentemente perché l’argomento è di attualità in questo periodo di scrutini; in tutte le scuole, infatti, è adesso il momento in cui si tirano le somme dell’anno scolastico per tutte le classi, con gli scrutini finali e i giudizi di ammissione per quelle che dovranno sostenere gli esami di Stato.
Quello che intendo riferire qui, tuttavia, non è il mio pensiero circa le promozioni e le bocciature, per cui rimando al post citato prima. Mi preme invece sottolineare lo strano comportamento di certi docenti (parlo in generale, non dei miei colleghi, beninteso!) i quali, dopo essersi lamentati per tutto l’anno scolastico di una classe o di alcuni studenti in particolare, affibbiando loro tutti i peggiori titoli e facendoli oggetto del proprio disprezzo, li presentano poi agli scrutini con voti sufficienti o persino discreti. E questo succede anche nei confronti di persone che, nelle loro materie, avevano valutazioni insufficienti fino a pochi giorni prima dello scrutinio ma che poi, non si sa per qualche magia o miracolo, hanno rimediato in un giorno alle lacune di un anno intero. E’ davvero sorprendente quanto riescono a fare certi solerti colleghi, che evidentemente hanno con sé l’acqua di Lourdes, se riescono a presentare con un sei o un sette persone a cui per tutto l’anno hanno affibbiato dei cinque, dei quattro e persino dei tre. C’è da congratularsi, sono abilità non comuni, che io confesso candidamente di non possedere, perché a me non basta un sei stiracchiato rimediato a giugno per cancellare un anno intero di disimpegno e di cialtroneria.
Le ragioni reali di questo comportamento sono varie, e sono quelle che ho esposto nel post citato prima e in altri dell’anno passato in cui parlo degli scrutini e delle promozioni immeritate di certi studenti. Aggiungo solo che la coerenza, una delle virtù da sempre apprezzate nell’essere umano, evidentemente non è più un valore, come dimostra del resto anche l’esempio che viene dall’alto: basti pensare al trasformismo dei politici e dei giornalisti, a coloro che salgono sempre sul carro del vincitore (dicasi Renzi) dopo aver servito per anni l’odiato Berlusconi. Ho sbagliato io a pensare che la coerenza sia ancora un valore, e che i docenti abbiano la decenza e la professionalità per giudicare oggettivamente i loro alunni; invece l’opportunismo, il terrore delle reazioni dei genitori sindacalisti dei figli, il timore di perdere classi con qualche bocciatura, la volontà di fare personalmente bella figura presentando i propri studenti alla commissione d’esame con voti stratosferici, tutto ciò determina questa situazione. Così vengono promossi anche gli asini e i vagabondi, e la nostra scuola si squalifica sempre più: perché non dobbiamo dimenticare che la scuola, per assolvere bene il proprio compito nella società, deve essere selettiva e non mettere sullo stesso piano chi ha studiato seriamente e chi non ha fatto nulla. Purtroppo, benché siano passati 45 anni, la logica sessantottina è sempre quella dominante: tutti promossi, non si può bocciare nessuno perché lo si distrugge, e chi si oppone è un retrivo oscurantista. A questa logica si aggiunge poi l’opportunismo di chi desidera non avere noie godersi in pace il meritato (?) riposo estivo. Promuovendo tutti si sta tranquilli e le famiglie non rompono le scatole. Meglio di così….

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La mia malinconia è tanta e tale

Hayez_Malinconia
Mi piace iniziare questo primo post di giugno con due citazioni dotte: il titolo, che altro non è se non l’incipit di un celebre sonetto di Cecco Angiolieri, e l’immagine di corredo, una foto dello stupendo quadro “Malinconia” di Francesco Hayez, famoso pittore romantico italiano. La pittura di Hayez mi affascina in modo particolare, come tutta l’arte dell’800, un secolo straordinario per la nostra cultura. E pensare che fino a qualche anno fa non conoscevo se non il nome di questo artista, fino a quando non presi parte ad un’uscita didattica a Padova, dove era stata allestita una mostra delle sue opere; e mi appassionai a lui ascoltando l’esposizione che ne fece, in quell’occasione, il mio amico e collega di storia dell’arte, il prof. Furio Durando, archeologo e storico dell’arte di fama internazionale. Tale fu, in quell’occasione, il fascino delle sue parole, che anche i custodi del museo lasciarono le loro occupazioni per ascoltarlo, e questo sta a indicare ai lettori che livello di docenti siamo ed abbiamo nel mio Liceo.
Ma perché voglio parlare della malinconia? E’ un argomento alquanto sfruttato nell’arte e nella letteratura di tutti i tempi, e di recente (2009) è uscito un libro che si occupa proprio di questo: l’ha curato un ricercatore della “Sapienza” di Roma, Roberto Gigliucci, ed è stato pubblicato da Rizzoli nella popolare collana “Bur” con il semplice titolo “La melanconia”. Si tratta di un’antologia di passi letterari dal Medioevo ad oggi, dove la malinconia (o melanconia, termine più appropriato perché deriva dal greco “melan” = nero e “cholé” = bile, in quanto la bile nera, uno dei quattro umori teorizzati da Ippocrate, si riteneva alla base dei comportamenti malinconici) è al centro dell’attenzione. Essa si è espressa in vari modalità secondo Gigliucci, dalla più cupa disperazione (che confina con la depressione) fino ad una sorta di autocompiacimento, di sberleffo irridente; in pratica essa rappresenta “i diversi modi in cui l’uomo da sempre reagisce al male e al disastro.”
Il mio interesse per l’argomento è grande, perché anch’io molto spesso soffro di tristezza e di malinconia; ma di recente si è accresciuto perché, essendo io uno studioso del mondo classico, mi sono chiesto se una tale tematica potesse ritrovarsi anche negli scrittori greci e romani, i quali molto spesso trattavano motivi ed argomenti che a torto si sono creduti moderni e posteriori. Anche il concetto moderno di “depressione”, vera e grave patologia dei nostri tempi che può purtroppo sfociare anche nel suicidio, non era sconosciuto nell’antichità. Già in Omero troviamo un personaggio, Bellerofonte, che a detta del poeta sfuggiva la compagnia degli altri per ritirarsi da solo nel proprio dolore, perché consunto da tristezza e “venuto in odio agli dèi”. Anche i lirici greci affrontano l’argomento: Mimnermo (VII-VI secolo a.C.), nel descrivere i mali della vecchiaia dovuti all’assenza dei piaceri amorosi, insiste non sulla malferma salute fisica dell’anziano, ma sul disagio psicologico, sulla malattia della psiche che “gli rode l’animo”. Ed Euripide, il terzo dei tre grandi poeti tragici greci, ci presenta Oreste, nell’omonima tragedia rappresentata nel 408 a.C., con i tratti tipici del depresso moderno: giaceva nel letto senza potersi alzare, sporco e trasandato, senza cibo, incapace di parlare con anima viva, senza più alcuna fiducia nell’avvenire ed in se stesso, tanto da attendere ormai soltanto la sentenza di morte che i cittadini di Argo stavano per proferire su di lui.
Ma anche nel mondo romano la tematica della malinconia, della tristezza e della depressione trovano largo spazio. Per non appesantire troppo il post cito solo tre esempi: Lucrezio, che nella sua opera presenta i tratti inconfondibili di quella che oggi viene chiamata “depressione bipolare”, perché passa dall’esaltazione delle certezze filosofiche alla più cupa disperazione nell’osservare la misera condizione umana; Orazio, che in un’epistola ad un amico dice di sentirsi triste e sfiduciato pur senza averne alcun motivo apparente; e infine Seneca, che nel “De tranquillitate animi” cerca di spiegare a sé ed agli altri le cause della profonda tristezza che spesso colpisce gli uomini senza dare alcun indizio di sé.
Questa esemplificazione è volutamente breve, ma il campo di indagine è molto più vasto, e dimostra soprattutto un dato di fatto, che cioè molto di ciò che si crede scoperto e inventato nei tempi moderni era ben conosciuto anche prima, sebbene non se ne avesse una consapevolezza scientifica: anche la psicanalisi di Freud ha precedenti nell’Antichità, anche la fisica, la matematica, la medicina moderne hanno detto meno di nuovo di quanto si potesse pensare, per non parlare della filosofia, che con Platone ed Aristotele ha già praticamente detto tutto. E per restare nel mio campo di interesse, che sono le letterature classiche, intendo occuparmi proprio dell’argomento della malinconia e della depressione nel mondo antico, con un percorso di studio che sto preparando e che spero di pubblicare in avvenire.

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Docenti in atto e docenti in-decenti

Nella sezione Scuola del sito del “Corriere della sera” è apparso oggi un articolo di Alessandro D’Avenia, insegnante, scrittore e blogger che io seguo da tempo. Lo scritto mette l’accento sulla professione dell’insegnante, spiegando come la si possa e debba svolgere nel modo ottimale. Esistono, a suo parere, tre elementi indispensabili che ogni bravo docente deve possedere e senza i quali l’azione didattica produce noia e disinteresse: l’amore per ciò che si insegna, l’amore per le persone a cui si insegna (cioè l’empatia verso gli studenti) ed infine l’amore per come si insegna (cioè il metodo didattico). Su questa base distingue i docenti in altrettante categorie: i docenti “in atto”, cioè i veri maestri che suscitano negli allievi entusiasmo e curiosità intellettuale; gli “in-docenti”, cioè coloro che, pur possedendo competenza disciplinare nelle loro materie, non riescono a trasmettere entusiasmo negli studenti per vari motivi personali (insoddisfazione per lo stipendio, noie burocratiche, stanchezza ecc.); gli “in-decenti”, quelli che “Non conoscono ciò che insegnano e trasformano la classe, presto connivente, in chiacchierificio e poltiglia educativa.” (sic!)
A prima vista dico subito che questa classificazione mi pare troppo schematica e rigida, ciò che non ci si aspetterebbe da una persona che conosce la scuola: esiste infatti una casistica di docenti molto più ampia delle tre categorie in cui ci ha confinato il buon D’Avenia, e svariate sono le ragioni per cui un’azione didattica può andare o non andare a buon fine. Si potrebbe obiettare, come prima ovvia osservazione, che il rapporto didattico è binario e interattivo, presuppone cioè un’azione combinata tra docente e studenti: se cioè, per dirla in parole semplici, il docente è bravo ed appassionato, ma si imbatte in una classe di scansafatiche o di sempliciotti, i risultati non potranno mai essere esaltanti. Il difetto principale dell’articolo di D’Avenia, a mio giudizio, è proprio questo: che non tiene conto delle diversità esistenti tra gli alunni, che non sono tutti uguali né tutti disposti ugualmente a reagire positivamente all’azione educativa. Se vogliamo fare un paragone di sapore biblico ma molto spicciolo, possiamo dire che il docente è il seme che fa nascere la pianta, mentre gli studenti sono il terreno. E’ vero che il seme deve essere vivo e non marcito, ma è altrettanto vero che se viene gettato sulla sabbia del deserto nessuna pianta può attecchire. E non mi si dica che l’impegno dei ragazzi dipende solo dalla qualità del docente, perché non è vero: ci sono studenti refrattari a ogni stimolo e ogni sollecitazione, che vengono a scuola perché costretti dai genitori ma completamente demotivati, che dovrebbero dedicarsi ad altro e magari entrare subito nel mondo del lavoro, senza scaldare inutilmente per anni i banchi scolastici.
E poi c’è un’altra precisazione da fare a proposito delle parole di D’Avenia: che il docente lavora con una pluralità di persone, tutte diverse tra di loro, e non può quindi pretendere di essere gradito a tutti allo stesso modo. Io stesso ne ho la prova, perché ho ricevuto e continuo a ricevere tante attestazioni di stima da studenti ed ex studenti, ma c’è stato anche qualcuno che mi ha odiato e persino insultato sui social network. Piacere a tutti è impossibile, qualunque sia l’impegno, l’entusiasmo, la competenza, la passione e tutto ciò che il Nostro considera prerogative del docente “in atto”.
Quanto ai docenti “in-decenti”, è vero che esistono, ma sono comunque una minoranza, comune del resto a tutte le professioni: non ci sono forse medici ignoranti e ottusi, avvocati incapaci, ingegneri che progettano edifici che crollano? Eppure di questi nessuno parla, mentre tutti sono pronti a gettare la croce sulla nostra categoria: nei commenti all’articolo di D’Avenia sul “Corriere”, tanto per fare un esempio, sono rispuntate ancora le teste vuote che vengono a ripetere il solito ritornello secondo cui noi lavoriamo solo 18 ore la settimana e abbiamo quattro mesi di ferie. Io neanche rispondo più a queste capre, e mi meraviglio che qualche collega perda ancora tempo con loro.
Il vero problema, quello che toglie a molti docenti bravi ed appassionati la voglia di insegnare, è lo squallido egalitarismo di origine sessantottina che ancora stiamo subendo, per cui nessuno controlla il nostro lavoro (se qualche dirigente ci prova viene quanto meno accusato di mobbing) e tutti riceviamo lo stesso stipendio, a prescindere dalla qualità del lavoro svolto. Con il potere dei sindacati ed il garantismo che abbiamo i fannulloni e gli incompetenti – che per fortuna non sono molti, come dicevo sopra – non si possono licenziare, anzi dobbiamo pure trattarli bene e togliere loro qualsiasi incarico aggiuntivo, perché tanto non lo svolgerebbero. Così tutte le incombenze toccano sempre alle stesse persone e gli “in-decenti” continuano a fare danni per una vita e a percepire uno stipendio che non meritano. Si abbia il coraggio di intervenire e di inserire nel contratto di lavoro il licenziamento per scarso rendimento, ovviamente documentato; ma questo dovrebbe valere anche per tutti gli altri lavoratori del pubblico impiego, dirigenti, alti funzionari e politici compresi.

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Ancora su cellulari e copiature

Sto notando da un po’ di tempo che tra i termini più ricercati dagli utenti del mio blog ci sono “come copiare con il cellulare”, “copiare la versione”, “come non farsi sgamare dai prof mentre si copia”, e altre perle di questo tipo. Ciò significa che gli alunni continuano a cercare le scorciatorie e nell’ultima parte dell’anno scolastico, anziché studiare con più impegno, tentano come sempre di fare i furbi e di copiare, per raggiungere in modo disonesto e truffaldino una valutazione che non meritano. Parlando poi con colleghi di altre scuole (e anche della mia) mi accorgo che il fenomeno delle copiature con il cellulare durante gli esami ed i compiti in classe ha raggiunto dimensioni macroscopiche: ci sono classi dove, in barba al professore che non fa sufficiente attenzione (forse in buona fede, perché si fida dei suoi alunni), copiano praticamente tutti, falsando i risultati delle prove scritte e rendendo quindi queste ultime praticamente inutili. Il problema è già stato fatto presente ai vari ministri dell’istruzione che si sono succeduti, ma nessuno ha mai preso in considerazione l’idea di prendere provvedimenti atti ad impedire questa sconcezza che disonora tutta la scuola italiana. Non ci sono norme che tutelino gli insegnanti: i dirigenti scolastici infatti, interrogati in proposito, sostengono che se un alunno non viene sorpreso nel momento in cui copia, nessun provvedimento può essere adottato, neanche se il docente trova su internet la traduzione del brano latino (o greco) uguale a quella fatta dall’alunno e gliela mette sotto gli occhi. Niente da fare. Dinanzi a questa situazione, molti docenti fanno finta di non accorgersi di nulla (tanto lo stipendio arriva lo stesso!) e si rendono così complici dei disonesti e sono quindi cialtroni pure loro; altri tentano di reagire in qualche modo, ma è veramente difficile. Far consegnare i cellulari prima del compito è indispensabile ma non risolve il problema, perché i furbetti ne consegnano uno e ne occultano un altro tra i vestiti, nell’astuccio, facendo un incavo nel vocabolario e in altro modo ancora; perquisire gli alunni non si può assolutamente; impiegare i disturbatori di frequenze, che sarebbero l’unico strumento in grado di risolvere il problema, è illegale. Cosa ci resta da fare? Io ho cercato di dare qualche suggerimento in un post dello scorso 18 gennaio intitolato “Vademecum anticopiature per docenti di latino (e greco)”, basato essenzialmente sulla modifica sostanziale del brano da tradurre proposto, in modo da rendere difficile il suo reperimento su internet; aggiungo ora che può essere utile anche ricorrere ad autori semisconosciuti, magari di epoca medievale e umanistica, i cui testi non sono stati ancora collocati nei siti canaglia che si rendono complici di questo reato, perché di questo si tratta, specie se compiuto agli esami di Stato. Ritengo però che le scuole dovrebbero anzitutto elaborare un proprio regolamento in proposito, autorizzando i docenti ad assegnare il voto minimo (1 su 10) quando riescano a trovare una traduzione uguale o simile a quella effettuata dall’alunno, oppure – quanto meno – costringere quest’ultimo a svolgere un compito supplementare dove sia da solo e sottoposto a stretta sorveglianza.
C’è pure qualche ebete che, di fronte a queste mie parole, mi manda commenti accusandomi di metodi polizieschi o peggio ancora. Sarebbe meglio non arrivare a tanto, ma a mali estremi estremi rimedi. E poi, concludo, del problema dovrebbe occuparsi chi di dovere, cioè il nostro Ministero, perché è del tutto inutile fare proclami sui problemi della scuola e sul valore dei titoli di studio quando si permette che questi titoli vengano conseguiti in modo truffaldino e del tutto illegale. Ho già scritto in proposito ai funzionari che dovrebbero occuparsi del caso, ma per adesso nessuna risposta.

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Come attribuire i voti agli studenti

In questo periodo dell’anno scolastico tutti i docenti e gli studenti sono impegnati, a ritmo battente, nelle ultime verifiche orali e compiti in classe, per arrivare poi allo scrutinio finale con un “congruo numero” di valutazioni, come prevede la norma ministeriale. E’ quindi lecito chiedersi, ora più che mai, quale sia il criterio giusto per attribuire i voti alle prove degli alunni. Da quando è stato istituito il nuovo esame di Stato (1999) e di conseguenza il credito scolastico (ossia il punteggio che la scuola attribuisce ad ogni studente in base alle medie dei voti riportati negli ultimi tre anni di corso, punteggio he concorre poi a determinare il voto finale dell’esame), anche l’uso della scala valutativa è cambiato, pur restando sempre in decimi. I voti assegnati, in altri termini, vanno sempre da 1 a 10, ma mentre in precedenza i docenti tendevano ad attribuire soprattutto i voti intermedi della scala (cioè, più o meno, da 4 a 8), adesso è necessario invece adoperare l’intera successione numerica: se vogliamo infatti porre un alunno/a particolarmente meritevole in condizioni di ottenere all’esame il massimo dei voti (cioè 100/100) è indispensabile ch’egli/ella consegua allo scrutinio finale una media superiore a 9/10, altrimenti non ha il credito necessario per raggiungere l’obiettivo finale. E’ vero che le commissioni dispongono di un “bonus” aggiuntivo che va fino a cinque punti, ma non sempre sono disposte ad utilizzarlo e comunque basta che lo studente abbia qualche imperfezione nelle prove d’esame per mancare il risultato.
Ciò nonostante, molti colleghi sembrano non aver compreso questa necessità di una revisione della scala valutativa, che va impiegata tutta, in entrambe le direzioni; se è vero infatti che nulla impedisce l’attribuzione dei voti massimi (9 e 10) quando le prove dell’alunno sono del tutto rispondenti alle richieste del docente, è altrettanto vero che a prove scadenti o addirittura nulla si debbono attribuire valutazioni basse (2 e 3), e non partire dal 4 che, almeno a mio parere, denota sì una prova negativa, ma nella quale vi sono comunque alcuni elementi apprezzabili. Voglio dire che se un alunno mi fa 10 errori in una versione di latino, ma ha comunque cercato di tradurla e ne ha compreso almeno il senso generale, io posso attribuire un 4; ma se ha lasciato il compito in bianco o ha tradotto (e male) solo due o tre righe io non posso trattarlo allo stesso modo, perché non sarebbe giusto nei confronti dell’altro, e quindi debbo attribuirgli un 3 o un 2. Per quanto mi riguarda, dunque, io mi conformo all’invito ministeriale e utilizzo l’intera scala dei voti, escludendo soltanto, quasi sempre, i due voti estremi, cioè l’1 e il 10, perché oggettivamente mi sembrano esagerati. A dire la verità non ho mai, nella mia lunghissima carriera, attribuito l’1, mentre il 10 qualche volta l’ho dato, sia pure in casi eccezionali.
L’uso dell’intera scala valutativa mi sembra giusto non solo perché ce lo richiede il Ministero, ma perché lo esige la norma morale della giusta differenziazione tra prestazioni molto diverse: chi appiattisce le valutazioni, in effetti, adoperando solo i voti dal 4 all’8 (e talvolta persino dal 5 al 7!), compie un’iniquità, perché non distingue abbastanza tra gli esiti didattici dei propri alunni. Poiché la natura umana è molto diversa da individuo a individuo, poiché non siamo tutti uguali ed in particolare gli studenti sono molto differenziati tra loro per capacità e impegno allo studio, non è opportuno omologare e massificare le valutazioni, dato che in tal modo si mortifica l’alunno capace e meritevole che si vede quasi parificato a chi è molto meno capace e diligente di lui. Invece purtroppo il fenomeno c’è ancora, e certi colleghi, forse per non esporsi a critiche o proteste delle famiglie, non scendono mai sotto il 4 o il 5; poi però, forse per non dare l’impressione di essere troppo permissivi, mortificano gli studenti bravi fermandosi al 7 o all’8, quando non c’è nessun motivo per negare, a chi veramente lo merita, la soddisfazione di vedere premiate le proprie fatiche con il massimo della valutazione. Anche questo atteggiamento, a mio parere, deriva da una certa visione idelogica della società che poco sopporta le differenze economico-sociali, e che in base a questo preconcetto tende a ridurle anche nella scuola, attribuendo più o meno a tutti gli stessi voti. Forse sembrerà loro di contribuire con ciò all’uguaglianza tanto invocata ai tempi della “lotta di classe”, ma in realtà ciò che essi ottengono è solo un’ingiusta omologazione tra personalità umane che sono tra loro diverse e come tali debbono essere valutate. Esistono poi ancora, a distanza di oltre 40 anni dal “mitico” ’68, professori che ricorrono al “sei politico”, che cioè non danno per principio insufficienze a nessuno, nemmeno ai vagabondi che non si sognano mai di aprire un libro; ciò si verifica più spesso in alcune materie (v. storia e filosofia) che non casualmente sono state le più contagiate da quell’atmosfera “rivoluzionaria” degli anni ’70 nella quale tanti docenti di oggi sono stati formati; ma il danno che questo modo di agire provoca agli studenti stessi è evidente, perché chi sa che comunque otterrà la sufficienza in una materia si guarda bene da studiarla, salvo poi pentirsene in anni più maturi, quando le sue lacune gli faranno apprezzare e rivalutare proprio quei professori che abbondavano di valutazioni basse, dato che un alunno di 16-17 anni ha bisogno di questo “timore” del voto per impegnarsi veramente.
Molti di noi continuano a rammentare il fatto (piuttosto ovvio del resto) che il voto dato alle prove scolastiche non è un giudizio irrevocabile sulla persona, ma solo il corrispettivo di una precisa e momentanea prestazione culturale; non ne dubito, ma non possiamo fare a meno di accorgerci che per gli studenti e le loro famiglie il voto è importante, ed occorre quindi attribuirlo con criteri improntati a giustizia ed onestà, altrimenti la nostra immagine sociale, già compromessa, ne viene ulteriormente svalutata.

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La difficile scelta dei libri di testo

In questi giorni noi docenti di tutte le scuole siamo impegnati nella scelta dei libri di testo per il prossimo anno scolastico, operazione che può sembrare semplice a chi non vive all’interno della scuola, ma che in realtà è piena di difficoltà e di problemi. Uno di questi, che esiste ormai da vari anni, è il famigerato “tetto” di spesa, in base al quale il costo totale dei libri adottati per una determinata classe non può superare una cifra prestabilita – non si sa con quale criterio – dal Ministero. A prima vista sembra una cosa giusta, visto che ogni anno i mass-media ci riempiono la testa di lamentele circa il grande disagio economico delle famiglie provocato dal prezzo dei libri, come se quelle stesse famiglie non si attivassero velocemente e con tanto zelo per procurare ai propri figli il cellulare di ultima generazione o i pantaloni firmati da 200 euro. Ma nella fattispecie questa limitazione crea notevoli problemi ai docenti, perché quando il “tetto” viene sforato (e succede spesso perché le materie sono molte ed i libri sono necessari) si creano diatribe e accuse reciproce tra i colleghi per il prezzo di determinati testi, ed alcuni sono costretti a togliere dalla lista libri che sarebbero necessari (v. i classici latini e greci) per rientrare nel limite stabilito. Già questa è una limitazione alla libertà di insegnamento, ancora difesa a parole dalle circolari ministeriali.
Sulla scelta dei testi, inoltre, è spesso necessario mettersi d’accordo tra colleghi, perché non sempre il docente che adotta un libro lo utilizzerà effettivamente nel successivo anno scolastico: al momento attuale, infatti, la maggioranza dei professori non sa come sarà costituita la sua cattedra futura, quali classi gli assegnerà il Dirigente scolastico, e quindi si trova a scegliere al buio strumenti didattici che forse utilizzerà un collega. Di qui la necessità di trovare libri che vadano bene a tutti, in modo da ridurre al minimo il rischio di vedersi imposto un testo non gradito; ma mettere d’accordo vari docenti delle stesse discipline su questo argomento è spesso difficile, perché ognuno ha il suo metodo e le sue preferenze, e quindi ciò che sembra ottimo ad uno può sembrare pessimo ad un altro.
Un altro problema è quello di doversi adeguare alla stupida prescrizione ministeriale di scegliere testi che abbiano anche una part on-line, o che siano addirittura del tutto digitali. Le case editrici hanno raccolto l’appello ma in modo disuguale: alcune hanno semplicemente trasformato in e-books i propri testi, altre hanno invece riproposto il libro di carta con una semplice aggiunta telematica; tra questi, per fare un esempio attinente al mio insegnamento, ci sono i versionari di latino e di greco, che se prima contenevano, a titolo esemplificativo, 500 brani da tradurre, adesso ne contengono 400 più 100 online, ma la sostanza è rimasta esattamente la stessa di prima. Si è trattato quindi di un colossale bluff che non serve a nulla, neanche a far diminuire il prezzo di copertina dei libri cartacei, né tanto meno ad agevolare gli studenti, perché una traduzione di greco, come un esercizio di matematica, non può farsi con un tablet, e se pur fosse possibile non cambierebbe nulla e sarebbe quindi del tutto inutile. Però noi docenti siamo costretti a scegliere libri con espansioni on-line, pur sapendo che i vantaggi apportati da questa innovazione sono pari a zero.
Io poi personalmente, nel mio insegnamento di Latino e Greco al triennio del Liceo Classico, ho anche un’altra difficoltà: cioè che non riesco a trovare testi di qualità e che siano veramente esaustivi. Le storie letterarie, ad esempio, sono sempre più banali e minimaliste e spesso trascurano concetti e contenuti importanti, anche quando sulla copertina c’è il nome di famosi professoroni universitari. Forse costoro partono dal presupposto che nei licei ormai si studi poco, o che i docenti dei licei siano degli ignoranti per i quali basta il minimo indispensabile; invece è spesso vero il contrario, nelle scuole si ha una visione più completa e approfondita di quella che viene data nelle aule universitarie, dove si insiste per lo più su minuzie filologiche senza dare agli studenti quella preparazione che veramente servirebbe per una futura didattica. La mia difficoltà è questa, che cioè molti libri non sono all’altezza del livello culturale che io intendo far raggiungere ai miei studenti, e sono pieni di banalità e di inutili disquisizioni. Il problema mi si è posto, ad esempio, per la storia della letteratura greca, dove nessuno dei testi in circolazione è per me soddisfacente. Pare però che nell’ultima circolare ministeriale sia contemplata la possibilità per le scuole di dotarsi di proprie dispense e di utilizzarle nei prossimi anni, dopo approvazione ministeriale, al posto dei libri di testo. In alcuni settori, come quelli citati, ciò diventerà indispensabile per ovviare alle profonde carenze dell’editoria scolastica attuale.

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La vergognosa vicenda del Giulio Cesare

E’ accaduto in questi giorni un fatto di cronaca che ha del grottesto e dell’assurdo, tale da risultare incredibile se non fosse tragicamente vero: due docenti del prestigioso liceo classico “Giulio Cesare” di Roma hanno fatto leggere in classe, ad alunni del ginnasio di 14-15 anni, un brano chiaramente osceno e pornografico tratto da un “romanzo” di una “scrittrice” attuale, certa Melania Mazzucco, sulla quale il mio parere è indicato dalle virgolette apposte su termini che meriterebbero miglior sorte. Mi ero riproposto di non intervenire sulla vicenda perché non sapevo cosa in realtà fosse stato letto in quel liceo ma adesso, dopo aver letto sul sito di “Orizzonte Scuola” il contenuto del brano, non posso fare a meno di esprimere il mio sconcerto e la mia indignazione per quanto è accaduto.
Anzitutto trovo inconcepibile che dei docenti, che dovrebbero avere una professionalità e un senso morale che li guida nell’educazione dei ragazzi, possano soltanto concepire un’idea del genere, utilizzare cioè la pornografia (perché di questo si tratta) a fini didattici. Nulla rileva il fatto che i ragazzi di oggi siano già consapevoli di certe cose; il compito della scuola non è quello di assecondare le tendenze attuali verso l’osceno e il volgare, ma semmai il contrario, cercare cioè di riportare i giovani ad un atteggiamento moralmente positivo e rispettoso anzitutto delle sensibilità altrui, sia sul piano dei contenuti che su quello del linguaggio. Non si tratta di “far conoscere la realtà”, perché la vita reale la si può approfondire anche senza usare parolacce o leggere in classi testi volgari e pornografici come quello della Mazzucco. Si sa che gli scribacchini di oggi, che non possono in alcun modo essere definiti scrittori (parola troppo nobile e non adatta a loro) ricorrono all’oscenità e al turpiloquio per stuzzicare i peggiori istinti delle persone e poter così vendere le nefandezze che scrivono; ma la funzione sociale della scuola è ben diversa, è quella di inculcare nei giovani i veri valori della moralità e della vita associativa, contrastando il marciume mediatico che ci viene imposto da televisione, internet e pubblicazioni vergognose come quella di cui si parla.
I due docenti di Roma sono stati giustamente denunciati dai genitori per il loro comportamento, ed io mi auguro che a ciò segua una condanna penale ed un’altra disciplinare; sarebbe giusto, a mio avviso, ch’essi fossero semplicemente licenziati, senza se e senza ma, perché hanno dimostrato chiaramente di non conoscere affatto i loro doveri e quindi di non essere all’altezza dei propri compiti, a prescindere dalla loro oggettiva preparazione didattica. I farisei del finto progressismo di oggi hanno reagito a ciò in maniera scomposta e ridicola, affermando che la denuncia dei genitori sarebbe un atto di omofobia soltanto perché in quel brano viene descritto un rapporto di tipo omosessuale; ma la falsità e la malafede di questa posizione è evidente nel fatto che le rimostranze riguardano l’oggettiva oscenità del brano e non il sesso dei protagonisti. In altre parole, il reato di corruzione di minori ipotizzato per i docenti avrebbe fondamento anche se in quel brano fosse stato descritto un rapporto tra uomo e donna, perché si tratterebbe sempre e comunque di pornografia, una delle vergogne dei nostri tempi che non deve mai e poi mai varcare le porte degli istituti scolastici. Alla stessa maniera ingenua (eufemismo) ha reagito l’autrice del brano incriminato, dicendosi sconvolta e dispiaciuta da chi non vuole che i giovani si confrontino con la realtà. Alla signora in questione io rispondo che i veri scrittori, quelli che sanno (o meglio sapevano) far successo con i loro libri, non avevano bisogno di infarcirli di oscenità e nefandezze: certe cose possono essere fatte ben comprendere ed intuire anche senza descrivere crudamente un fatto del genere. Anche Manzoni, Verga e Pirandello presupponevano, nei loro scritti, che tra i protagonisti delle loro opere fossero intervenuti rapporti sessuali, ma nessuno di loro ha sentito la necessità di descriverli minuziosamente, con riferimenti anatomici precisi e volgarità di ogni tipo. Queste schifezze che si scrivono oggi dimostrano una cosa sola: che la letteratura non esiste più, che per far leggere un libro a qualcuno bisogna mettere in primo piano l’aspetto più animalesco che c’è nell’uomo. Bella civiltà, di cui vantarsi!
L’onorevole Gasparri di Forza Italia ha presentato un’interrogazione al Ministero dell’istruzione per la vicenda romana, e a mio giudizio ha perfettamente ragione, e spero vivamente che la cosa non si fermi qui, anche per evitare che si proceda in questa deriva di degrado morale che già da tempo ha invaso il nostro Paese e di cui si vedono le tracce anche nel comportamento dei politici. Il fatto che il libro in questione parli di una relazione gay non c’entra nulla: ma chi non ha argomenti, chi è cosciente della propria nullità, non trova di meglio che accusare di omofobia, di oscurantismo e (perché no, già che ci siamo?) anche di fascismo chiunque creda nella famiglia tradizionale e nei valori che i nostri padri ci hanno trasmesso e che l’inciviltà moderna sta cercando, ormai da decenni, di annullare.

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Viaggio in Germania

Era da molto tempo che meditavo l’idea di recarmi in Germania, paese che non avevo mai visto; così, approfittando delle vacanze pasquali, ho deciso di effettuare un viaggio in Baviera, precisamente a Monaco, sulle Alpi bavaresi e sul lago di Costanza; ed in quest’ultima località l’interesse era costituito, oltre che dal magnifico specchio d’acqua diviso tra tre nazioni, anche dalla bellissima isola di Mainau, detta “Blumeninsel” perché ricca di splendide aiuole e prati fioriti.
Il viaggio in auto è stato tranquillo e tutti gli obiettivi sono stati raggiunti; così io e mia moglie abbiamo potuto constatare la veridicità di quanto ci aspettavamo sulla bellezza dei luoghi e su ciò che proverbialmente si dice della Germania e dei tedeschi. In effetti, sia durante la permanenza a Monaco che durante gli spostamenti, ci siamo resi conto di come ciò che comunemente si pensa su quel Paese sia sostanzialmente vero: le città sono pulite, le persone disciplinate e attente al rispetto delle regole molto di più di quanto faremmo (e in effetti facciamo) noi italiani. Le file in ingresso ai musei ed alle pinacoteche sono rapide e regolari (nel senso che nessuno fa il furbo tentando di passare avanti), le persone a passeggio per le vie sono silenziose e corrette, gli automobilisti sono talmente gentili che, alla vista di un passaggio pedonale, si fermano anche se hanno soltanto il sospetto che tu voglia attraversare la strada, cosa che magari non hai in quel momento intenzione di fare. I limiti di velocità, inoltre, vengono rispettati alla lettera, anche quando manifestamente malposti: anche in Germania, per intenderci, ci sono strade ampie e diritte con assurdi limiti di 50 ed anche 30 Km orari, che i tedeschi osservano scrupolosamente, mentre da noi le cose vanno in maniera molto diversa. Su questo piano dobbiamo riconoscere che siamo dalla parte del torto, c’è poco da dire.
Nonostante ciò, debbo dire che i miei sentimenti verso i tedeschi non sono cambiati dopo questo viaggio; continuo infatti a non nutrire simpatia per quel senso di superiorità ch’essi mostrano nei confronti degli stranieri e soprattutto di noi italiani, verso cui hanno certamente poca considerazione. Per prima cosa ho dovuto constatare con dispetto che nell’albergo dove abbiamo alloggiato nessuno del personale sapeva una parola di italiano, tanto che ho dovuto arrangiarmi con quel poco di inglese che so, e che anch’essi non parlavano affatto bene; e a tal riguardo dico senza remore che trovo inconcepibile che in un hotel internazionale, che raccoglie ospiti da tutti i paesi dell’Unione Europea, non si parlino tutte le principali lingue di questo continente. In giro per Monaco e nei luoghi visitati (musei, chiese ecc.) tutto era scritto in tedesco e solo qualcosa in inglese; mancavano tutte le altre lingue, a dimostrazione del fatto che i tedeschi considerano la loro come unica lingua di comunicazione, nonostante che sostengano a parole l’unità europea e l’abolizione delle frontiere. Parlando poi con un cameriere che sapeva l’italiano, ci è stato detto che la Germania è giustamente il primo paese d’Europa perché è migliore degli altri: di fronte alla crisi economica internazionale, infatti, i tedeschi avrebbero preso oculate misure preventive che hanno impedito il verificarsi di ciò che è successo in altri paesi come il nostro. La realtà è che l’euro è stato voluto dai tedeschi a tutto vantaggio loro e della loro economia, mentre tutti gli altri sono stati impoveriti da questa moneta, che per noi si è rivelata un autentico capestro. Ma questo non lo dicono e non lo ammetteranno mai: loro sono superiori a tutti, sono “über alles” per dirla nella loro lingua.
In questi ultimi giorni c’è stata una forte polemica contro Berlusconi per quella sua affermazione secondo cui per i tedeschi i campi di concentramento nazisti non sarebbero esistiti. Non si può negare che la frase sia infelice ed in senso letterale falsa, perché anche in Germania i libri di storia parlano della seconda guerra mondiale, del regime hitleriano, dell’olocausto ecc.; contiene però un fondo di verità, nel senso che fino agli anni ’70 tutto questo in Germania era tabù, era escluso dai libri di storia e i tedeschi evitavano l’argomento, cercavano di rimuovere questa macchia orribile che gravava su di loro. E anche oggi, quando ormai i fatti sono noti, non mi risulta che in Germania ci si occupi molto del problema, né che ci sia per esso un autentico pentimento: durante la mia permanenza a Monaco, in effetti, non ho visto rammentare l’olocausto da nessuna parte, neanche nel maestoso “Deutsche Museum” che raccoglie infinite testimonianze di scienza, tecnica, lavorazione di materiali, aerei, navi, macchine di tutti i generi del passato e del presente. Perché i signori del “Museum” non si sono sentiti in dovere di mostrare ai visitatori come funzionavano i camion dentro ai quali venivano asfissiati gli ebrei o di far vedere come si produceva il micidiale “Zyklon B”, il gas con cui sono stati sterminati milioni di persone? L’occasione ci sarebbe stata, ma tutto è caduto nel dimenticatoio, e questo mi sembra un atto di disgustosa ipocrisia, il voler allontanare da sé, dal proprio popolo, un orrore del genere rimuovendolo, fingendo che non sia mai esistito. E’ vero che i tedeschi di oggi non hanno alcuna colpa, ma potrebbero e dovrebbero ancora sentirsi responsabili, come popolo, di quanto è accaduto, parlarne e non tacere, e soprattutto educare i giovani, per mezzo della storia, alla tolleranza ed alla fratellanza con gli altri popoli, anziché ostentare questo senso di superiorità che non mi sembra affatto giustificato. Ritengo quindi che l’affermazione di Berlusconi, certamente fuori luogo, abbia però una sua motivazione in quello che io stesso ho potuto vedere, e che le solite polemiche insultanti contro di lui dimostrino ancora una volta che non esiste ancora in Italia un dibattito politico sereno e fondato sul rispetto verso chi manifesta idee ed opinioni diverse dalle proprie.

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Il problema del precariato

Da tanti, tantissimi anni esiste nella scuola il problema della condizione degli insegnanti precari, coloro cioè che vengono chiamati da apposite graduatorie a ricoprire cattedre vacanti o a svolgere supplenze di varia durata ma che poi, nonostante il servizio svolto ed i titoli posseduti, non hanno alcuna certezza del posto di lavoro. Si tratta di persone con alle spalle anni di servizio, spesso anche con la necessità di mantenere una famiglia, ma che non sanno se l’anno successivo ritroveranno il loro posto, visto che la scuola è da anni oggetto di “tagli” indiscriminati e risparmi che vanno a incidere, oltre che sul problema dei precari, anche sulla qualità dell’insegnamento: classi sempre più numerose, cattedre ricondotte tutte al massimo contrattuale di ore settimanali, riduzione vistosa dei fondi assegnati alle scuole e via dicendo.
Il problema è grave, da tutti i punti di vista. Anch’io, sebbene in tempi migliori di questi, sono stato precario e so cosa significhi non conoscere il proprio futuro lavorativo, avere addosso il terrore che qualcuno da fuori provincia chieda un trasferimento proprio sulla cattedra che tu stai occupando, oppure che diminuisca il numero delle classi della scuola e quindi che il tuo posto svanisca come fumo nell’aria. Diciamo che io ho avuto fortuna perché ai tempi miei eravamo pochissimi ad essere laureati in lettere antiche, il Liceo Classico (come altre scuole) era in espansione e quindi in sostanza ho sempre lavorato, fin dalla laurea, per l’intero anno scolastico con supplenze annuali, cosa che oggi è diventata molto rara; ma anch’io ho vissuto la condizione di incertezza che oggi tanti insegnanti precari vivono, il senso di vederti crollare tutto addosso, di non avere più terra sotto i piedi. Comprendo quindi le proteste dei colleghi precari, che spesso sono tali non per colpa loro, ma perché lo Stato non ha più organizzato concorsi per la stabilizzazione dei posti di lavoro, continua cioè a utilizzarli senza dare loro alcuna certezza né alcuna prospettiva concreta.
Tutto ciò è indubitabile, e tuttavia ci sono un paio di cose che ho ancora da dire in proposito. La prima è che il precariato nella scuola non è un evento eccezionale, ma connaturato all’essenza stessa di questo servizio: mentre in altri settori, se manca un titolare, si può chiudere uno sportello oppure distribuire le mansioni di quella persona tra i vari colleghi (che spesso sono anche più del necessario), nella scuola non si può. Se manca un docente va sostituito, se un posto è vacante va necessariamente ricoperto, non si possono abbandonare le classi a se stesse e lasciarle senza insegnamento di questa o quell’altra materia. Ciò significa che il precariato, nella fattispecie, esisterà sempre, non lo si può eliminare del tutto perché è un elemento strutturale dell’organizzazione scolastica; non è quindi accettabile, proprio per questo motivo, che chi ha avuto una supplenza di qualche mese o di un anno possa pretendere con ciò di essere immesso in ruolo, perché fin dall’inizio sapeva che quel posto era provvisorio e che ciò corrispondeva ad un’esigenza temporanea, non poteva avere carattere di stabilità. Diverso è però il caso di chi è precario da dieci o quindici anni, che ha svolto un servizio pari o talvolta anche superiore a quello dei colleghi di ruolo; a costoro andrebbe riservato un canale preferenziale per la stabilizzazione del posto, previo però un serio accertamento delle conoscenze e capacità didattiche.
E qui arrivo al secondo concetto che volevo esprimere. Tra gli insegnanti precari, come tra quelli di ruolo, ce ne sono alcuni bravissimi, che sarebbero stati in grado di superare e di vincere un concorso ordinario (se fosse stato indetto) ed altri invece che hanno magari esperienza, ma che lasciano a desiderare dal punto di vista della preparazione e delle attitudini didattiche. Ciò perché lo Stato si è servito di loro quando ne aveva bisogno, ma non li ha mai sottoposti ad un accertamento serio e completo del loro spessore culturale; e questo è avvenuto, purtroppo, anche in occasione degli ultimi concorsi ordinari banditi dal disastroso ministro Profumo (del governo Monti, il che è tutto dire!), in cui, tanto per restare nell’ambito delle mie discipline, la prova di latino era costituita da 5 righe di Cesare (sic!) da tradurre più due domandine sciocche di storia letteraria. In questo modo non si accerta nulla e si apre la strada a insegnanti impreparati che, non solo durante gli anni di precariato, ma anche quando prima o poi verranno stabilizzati, continueranno a rovinare classi ed intere generazioni di studenti.
L’unico modo per evitare tutto ciò è, a mio avviso, l’indizione di concorsi ordinari seri ed impegnativi da organizzare ogni due o tre anni, dove emerga davvero la preparazione culturale dei candidati ed anche la loro attitudine all’insegnamento. Dalla risultante graduatoria dovrebbero essere scelti coloro che, evitando il precariato, vadano ad occupare stabilmente i posti vacanti, e questo dovrebbe essere l’unico ed il solo metodo di reclutamento dei docenti. Per coloro che sono precari da anni andrebbero previsti punteggi speciali derivati dagli anni di servizio, ma per essere immessi in ruolo dovrebbero comunque anch’essi superare il concorso ordinario, perché non si può pretendere di occupare un posto nella scuola in maniera definitiva senza prima aver dimostrato di avere la cultura necessaria per meritarlo. Per le supplenze temporanee, invece, si potrebbero assumere docenti (abilitati o no) da altre graduatorie, che però non permettano mai l’accesso al ruolo, riservato unicamente ai concorsi.
Ora qualcuno mi dirà che esistono vincitori di concorso, magari con risultati brillanti, che però non sanno rapportarsi agli studenti attuali perché vivono nel loro mondo incantato degli studi specialistici senza avere contatto effettivo con la realtà, o per altre ragioni. Ammetto che ciò è vero, ma continuo a ritenere che il concorso ordinario – finché non ne verrà trovato uno migliore – sia a tutt’oggi il metodo più efficace per decidere chi debba andare a ricoprire un posto di docenza nella scuola, dalla quale dipende un dato importantissimo, cioè la formazione dei futuri cittadini. Di ciò io sono femamente convinto, anche perché ancora orgoglioso, dopo 30 anni, di essere un vincitore di concorso ordinario della classe 52 (latino e greco), dove ho dovuto sostenere prove micidiali, tra cui la traduzione di oltre 50 versi di Euripide dal greco al latino senza vocabolario, altro che Profumo! Per quanto attiene agli aspetti “pratici” dell’insegnamento, inoltre, nulla impedisce che tra le prove concorsuali ne vengano comprese anche alcune di didattica effettiva, di correzione di elaborati, di lezioni multimediali, ecc.; ma tutto ciò, pur importante, è sempre subordinato alla preparazione culturale nelle discipline che si intendono insegnare, perché se manca quella tutto il resto è aria fritta.

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I profeti di sventure non mancano mai

Chi sono i profeti di sventure? Quelli che si lamentano di tutto, che dicono e ribadiscono che non va bene nulla e che finiremo tutti sul lastrico a chiedere l’elemosina, o qualcosa di simile. Sono le Cassandre del XXI secolo, una specie di individui che in Italia ha sempre prosperato e continua ancor oggi a prolificare. Basta accendere la tv e seguire un programma di attualità e ci rendiamo conto che questi gufi non mancano mai e non cessano di ripetere il loro lugubre ritornello: che tutti i politici sono ladri, mafiosi e delinquenti, che l’economia va malissimo, che le tasse ci soffocheranno, che moriremo di fame in breve tempo, e altre belle profezie di questo tipo. Questa abitudine al disfattismo e al pessimismo cosmico è un male tipicamente italiano, di un popolo cioè che non ha fiducia in niente ed in nessuno, e che sa solo lamentarsi e gettare sugli altri tutte le colpe possibili e immaginabili; non è così negli altri paesi, dove i cittadini si chiedono – caso mai – cosa possono fare loro per migliorare la situazione, non piangersi addosso e continuare a pronosticare guai e sciagure. Qualche anno fa questa abitudine era solita contraddistinguere la sinistra nostrana, che al tempo del governo di centro-destra seguitava a prevedere mali e disgrazie di ogni risma, tanto che Berlusconi ebbe a definire queste voci, provenienti dagli uomini e dagli organi di informazione di partito, le “Cassandre della sinistra”. La definizione è azzeccata, perché nella mitologia greca Cassandra era appunto una profetessa che aveva avuto dagli dèi un singolare destino: sapeva prevedere il futuro ma era condannata a non essere mai creduta. Così accade anche nell'”Agamennone” di Eschilo, dove Cassandra, ormai schiava del condottiero greco, prevede in una scena del forte pathos la morte sua e del suo padrone, ma come al solito non viene creduta e va incontro quindi alla propria triste sorte. Dev’essere dura, senza dubbio, prevedere eventi importanti e non ricevere credito da nessuno!
Le Cassandre di oggi, invece, fanno breccia nella mente dei cittadini italiani, ormai votati al disfattismo e all’idea della rovina totale, tanto da fidarsi – alle elezioni – di avventurieri senza scrupoli e senza idee come i sostenitori di Beppe Grillo, che ha fatto dello sfascismo la propria bandiera politica. I suoi servitori in Parlamento non trattano con nessuno, non si confrontano con nessuno, sono capaci solo di urlare, contestare e insultare gli altri al grido di “tutti a casa”, come se potesse esistere una democrazia senza politici e senza partiti. Si tratta di una deriva pericolosa ed eversiva alla quale i cittadini, se hanno un po’ di intelligenza e di coscienza, si dovrebbero ribellare sdegnosamente, anziché ascoltare i proclami deliranti dei paladini a 5 stelle, le Cassandre del nostro tempo. Nonostante sia palese l’inconsistenza totale di questo movimento, la tv continua a dare spazio a Grillo, al suo blog, ai suoi comizi da tribuno gracchiante, anziché rinfacciargli le menzogne di cui si riempie la bocca ad ogni pié sospinto. Ne ricordo una sola: nella primavera dell’anno scorso (2013) Grillo disse (anzi urlò) con la sua solita istrionica sicurezza che lo Stato non aveva fondi per pagare i suoi dipendenti e che quindi, da settembre in poi, non sarebbero più stati corrisposti i nostri stipendi. Invece, come ognuno può constatare, gli stipendi sono stati pagati regolarmente fino ad oggi, compreso il prossimo del corrente mese di aprile 2014. Perché nessuno rinfaccia a questo soggetto le sue fanfaronate degne del “Miles gloriosus” di Plauto, e tante persone continuano ad ascoltarlo come fosse un Messia, quando è soltanto un ciarlatano privo di ogni credibilità?
In questi mesi siamo dinanzi ai primi segnali di ripresa dell’economia, che non vanno sottovalutati; anzi, i dati positivi debbono essere seguiti dall’impegno e dalla collaborazione di tutti, facendola finita una buona volta con questo vittimismo e questo disfattismo che purtroppo – per colpa del movimento grillino ma non solo – continua a prosperare con tanta vigoria, proprio perché appartiene ai caratteri genetici dell’italiano medio, sempre pronto a lamentarsi, a piangersi addosso, a lasciarsi andare al più nero pessimismo. Io invece, dal canto mio, voglio sperare che la situazione generale del nostro Paese possa migliorare, soprattutto per i giovani, che hanno il sacrosanto diritto di trovare un lavoro e vivere serenamente la propria vita senza dover emigrare all’estero. Dobbiamo avere fiducia in qualcosa o in qualcuno, altrimenti tutto precipita del baratro del nichilismo, da cui non ci risolleveremo mai. Il tentativo di Matteo Renzi, giovane e promettente leader politico, va seguito con attenzione e fiducia, perché certamente è diverso da quelli che l’hanno preceduto. Può darsi che fallisca anche lui, non c’è dubbio; ma almeno lasciamolo tentare, aspettiamo a giudicarlo almeno per qualche mese prima di emettere le solite sentenze di condanna definitiva che vengono pronunciate, aprioristicamente, su tutti i politici. I 5 stelle hanno già cominciato a dargli del venditore di pentole e del mentitore, prima ancora di vedere cosa realmente farà; ma certo loro possono farlo, il loro profeta Grillo ha la presunzione di giudicare tutti e tutti, di vedere la pagliuzza nell’occhio degli altri senza vedere la trave che è nel suo. Per me lui e il suo movimento non sono altro che delle Cassandre, non perché siano veramente profeti, ma perché non credo a nessuna delle loro parole, anzi dei loro guaiti e dei loro ululati da lupi in gabbia.

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Sulle gite scolastiche o “viaggi di istruzione”

Questo periodo dell’anno, tra marzo e aprile, è l’epoca consueta delle gite scolastiche, a cui qualcuno, per fugare il sospetto alquanto diffuso che si tratti in realtà di occasioni per divertirsi e far baldoria, ha pensato bene di cambiare il nome, definendole “viaggi di istruzione”. La scelta delle parole, in effetti, è importante: sappiamo bene tutti quanto si sentano sollevati dagli inconvenienti del loro lavoro i netturbini, da quando li chiamano “operatori ecologici”, o quanto avvertano meno i loro problemi i portatori di handicap da quando sono definiti, con una buona dose di ipocrisia, “diversamente abili”.
La gita scolastica è diventata quindi viaggio d’istruzione; ma questo non impedisce agli alunni di cogliere quell’occasione per divertirsi smodatamente o anche, come dicono loro con un’orrenda parola, “sballarsi”. Lo sanno bene i poveri docenti che hanno il compito di accompagnare queste masse di scalmanati: sempre preoccupati tutto il giorno a verificare e contare i ragazzi nel terrore che ne manchi qualcuno, che qualcuno si sia fatto male o gli sia capitato chissà quale inconveniente. La notte, poi, peggio ancora: i professori non hanno diritto di dormire, debbono stare in piedi tutta la nottata a controllare che i propri alunni non disturbino gli altri clienti dell’albergo, che non se ne vadano fuori senza permesso, che non corrano pericoli di sorta, magari camminando sui cornicioni fuori delle finestre. Un autentico calvario per i docenti, i quali oltretutto sono responsabili civilmente e penalmente degli alunni, per tutta la durata del viaggio e per 24 ore su 24. Ciò significa che, se non succede nulla di grave, il docente ritornerà stanco, affaticato, stravolto dalla gita ma non subirà altre conseguenze; se invece, come purtroppo in certi casi avviene, un alunno dovesse restare ferito o peggio ancora, come di recente è capitato a Barcellona, dove uno studente di Catania ha perso la vita cadendo dal parapetto della nave, i professori accompagnatori subiranno guai giudiziari a non finire. Al dolore ed al senso di colpa per quanto accaduto, allora, si aggiungerà la prospettiva di finire sotto processo ed essere condannati per mancata sorveglianza, quando anche i muri – nonché i giudici – dovrebbero sapere che una persona non può avere il dono dell’ubiquità e tallonare i ragazzi uno per uno, giorno e notte, 24 ore su 24.
Per questa ed altre ragioni il sottoscritto ha solennemente e da sempre deciso (e se necessario lo dichiarerà ufficialmente al Collegio dei docenti) di non partecipare a nessun titolo alle gite scolastiche, scambi culturali, viaggi di istruzione o come altro le si vogliano chiamare. A mio parere tutti i docenti dovrebbero rifiutarsi di svolgere questo compito, per una serie di motivi: primo, per l’enorme responsabilità civile e penale dalla quale nessuno ci tutela; secondo, perché non ci viene data nessuna indennità di trasferta, che hanno invece i funzionari di tutte le altre amministrazioni quando si recano in missione; terzo, perché l’abolizione di queste iniziative, provocando disagi agli operatori turistici e quindi al tessuto economico di un territorio, sarebbe uno strumento di lotta sindacale – in difesa dei diritti e della dignità della categoria – molto più efficace degli inutili e antiquati scioperi che ancora i sindacati continuano a proclamare, con l’unico risultato di far risparmiare soldi allo Stato a nostro unico e totale danno. Va anche detto che le gite scolastiche, nella realtà attuale, sono diventate un residuato arcaico di un tipo di scuola e di società che non esiste più. Un tempo la grande maggioranza delle famiglie non poteva permettersi di viaggiare o far viaggiare i figli, per cui la gita scolastica era – per così dire – l’unica occasione che un ragazzo aveva per uscire dalla quotidianità della sua città o del suo paesello; ma oggi è tutto cambiato, tutti o quasi hanno agio e facoltà di viaggiare e conoscere il mondo autonomamente, da soli o in compagnia di amici e parenti. Perché dunque le scuole continuano con queste inziative? Gli studenti possono benissimo, durante le vacanze o dopo il termine dell’anno scolastico, organizzarsi da soli i propri spostamenti, accompagnati dai genitori o meno ma responsabili di se stessi, anziché coinvolgere persone che hanno già i loro impegni e che non se la sentono di sobbarcarsi imprese di questo genere.
Eppure, nonostante tutto ciò, quasi tutte le scuole propongono viaggi per ogni classe, anche quando è palese che il loro valore didattico non è il motivo principale per cui gli alunni vi partecipano. Mi sento di affermare ciò con sicurezza, avendo constatato che molto spesso gli studenti dell’ultimo anno delle superiori scelgono destinazioni che poco si addicono al loro corso di studi (v. Amsterdam, Copenhagen, Barcellona ecc.) solo perché credono di divertirsi di più in questi luoghi, e vogliono ad ogni costo andare all’estero come se in Italia non esistessero località degne di essere visitate e culturalmente molto più significative delle città nominate sopra. E perché quasi ogni istituto, nei mesi invernali, organizza la settimana bianca, un po’ ipocritamente mascherata con il nome di “attività di avviamento allo sci” o altre formule simili, e sulla cui valenza didattica e culturale preferisco non esprimermi? Spesso la verità è che sono i docenti stessi, in questo o in altri casi, a volervi partecipare per seguire i propri interessi (culturali o meno), e così si mettono in piedi iniziative che, oltre a comportare la perdita di molti giorni di lezione, si rivelano utili a ben poche persone e non all’istituto nella sua globalità.
C’è poi un’altra osservazione da fare, cioè che ci sono gite più ambite da parte dei docenti ed altre molto meno. Per le prime non ci sono problemi, anzi, di accompagnatori se ne trovano anche troppi; per le seconde, invece, succede spesso che qualcuno dia la disponibilità a partecipare e poi, a pochi giorni di distanza dalla partenza, accampi ragioni più o meno valide per rinunciare all’impegno. Allora si scatena la questua di studenti e colleghi alla ricerca degli accompagnatori, e vengono consultati, pregati ma a volte quasi costretti a partecipare alla gita docenti che non ne avrebbero avuta alcuna intenzione. E’ un malcostume che si ripete ogni anno, ed anch’io talvolta sono stato sollecitato e ho dovuto persino trovare giustificazioni per motivare il mio rifiuto, alle quali in realtà non sono tenuto perché nessun docente può essere obbligato a partecipare ad un’attività che comporta – come si è visto – responsabilità molto gravose. E’ del tutto evidente che, qualora non si trovino docenti disposti ad accompagnare un viaggio, lo si debba annullare; ma nella pratica quotidiana non è così, perché tanto insistono, con noiosa petulanza, studenti e colleghi, che alla fine qualcuno disposto a cedere lo trovano sempre, perché per loro rinunciare alla gita sarebbe un sacrilegio. Evidentemente c’è qualcuno – e non solo tra gli studenti – che ritiene che sia questa la funzione sociale più importante della scuola.

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