I profeti di sventure non mancano mai

Chi sono i profeti di sventure? Quelli che si lamentano di tutto, che dicono e ribadiscono che non va bene nulla e che finiremo tutti sul lastrico a chiedere l’elemosina, o qualcosa di simile. Sono le Cassandre del XXI secolo, una specie di individui che in Italia ha sempre prosperato e continua ancor oggi a prolificare. Basta accendere la tv e seguire un programma di attualità e ci rendiamo conto che questi gufi non mancano mai e non cessano di ripetere il loro lugubre ritornello: che tutti i politici sono ladri, mafiosi e delinquenti, che l’economia va malissimo, che le tasse ci soffocheranno, che moriremo di fame in breve tempo, e altre belle profezie di questo tipo. Questa abitudine al disfattismo e al pessimismo cosmico è un male tipicamente italiano, di un popolo cioè che non ha fiducia in niente ed in nessuno, e che sa solo lamentarsi e gettare sugli altri tutte le colpe possibili e immaginabili; non è così negli altri paesi, dove i cittadini si chiedono – caso mai – cosa possono fare loro per migliorare la situazione, non piangersi addosso e continuare a pronosticare guai e sciagure. Qualche anno fa questa abitudine era solita contraddistinguere la sinistra nostrana, che al tempo del governo di centro-destra seguitava a prevedere mali e disgrazie di ogni risma, tanto che Berlusconi ebbe a definire queste voci, provenienti dagli uomini e dagli organi di informazione di partito, le “Cassandre della sinistra”. La definizione è azzeccata, perché nella mitologia greca Cassandra era appunto una profetessa che aveva avuto dagli dèi un singolare destino: sapeva prevedere il futuro ma era condannata a non essere mai creduta. Così accade anche nell’”Agamennone” di Eschilo, dove Cassandra, ormai schiava del condottiero greco, prevede in una scena del forte pathos la morte sua e del suo padrone, ma come al solito non viene creduta e va incontro quindi alla propria triste sorte. Dev’essere dura, senza dubbio, prevedere eventi importanti e non ricevere credito da nessuno!
Le Cassandre di oggi, invece, fanno breccia nella mente dei cittadini italiani, ormai votati al disfattismo e all’idea della rovina totale, tanto da fidarsi – alle elezioni – di avventurieri senza scrupoli e senza idee come i sostenitori di Beppe Grillo, che ha fatto dello sfascismo la propria bandiera politica. I suoi servitori in Parlamento non trattano con nessuno, non si confrontano con nessuno, sono capaci solo di urlare, contestare e insultare gli altri al grido di “tutti a casa”, come se potesse esistere una democrazia senza politici e senza partiti. Si tratta di una deriva pericolosa ed eversiva alla quale i cittadini, se hanno un po’ di intelligenza e di coscienza, si dovrebbero ribellare sdegnosamente, anziché ascoltare i proclami deliranti dei paladini a 5 stelle, le Cassandre del nostro tempo. Nonostante sia palese l’inconsistenza totale di questo movimento, la tv continua a dare spazio a Grillo, al suo blog, ai suoi comizi da tribuno gracchiante, anziché rinfacciargli le menzogne di cui si riempie la bocca ad ogni pié sospinto. Ne ricordo una sola: nella primavera dell’anno scorso (2013) Grillo disse (anzi urlò) con la sua solita istrionica sicurezza che lo Stato non aveva fondi per pagare i suoi dipendenti e che quindi, da settembre in poi, non sarebbero più stati corrisposti i nostri stipendi. Invece, come ognuno può constatare, gli stipendi sono stati pagati regolarmente fino ad oggi, compreso il prossimo del corrente mese di aprile 2014. Perché nessuno rinfaccia a questo soggetto le sue fanfaronate degne del “Miles gloriosus” di Plauto, e tante persone continuano ad ascoltarlo come fosse un Messia, quando è soltanto un ciarlatano privo di ogni credibilità?
In questi mesi siamo dinanzi ai primi segnali di ripresa dell’economia, che non vanno sottovalutati; anzi, i dati positivi debbono essere seguiti dall’impegno e dalla collaborazione di tutti, facendola finita una buona volta con questo vittimismo e questo disfattismo che purtroppo – per colpa del movimento grillino ma non solo – continua a prosperare con tanta vigoria, proprio perché appartiene ai caratteri genetici dell’italiano medio, sempre pronto a lamentarsi, a piangersi addosso, a lasciarsi andare al più nero pessimismo. Io invece, dal canto mio, voglio sperare che la situazione generale del nostro Paese possa migliorare, soprattutto per i giovani, che hanno il sacrosanto diritto di trovare un lavoro e vivere serenamente la propria vita senza dover emigrare all’estero. Dobbiamo avere fiducia in qualcosa o in qualcuno, altrimenti tutto precipita del baratro del nichilismo, da cui non ci risolleveremo mai. Il tentativo di Matteo Renzi, giovane e promettente leader politico, va seguito con attenzione e fiducia, perché certamente è diverso da quelli che l’hanno preceduto. Può darsi che fallisca anche lui, non c’è dubbio; ma almeno lasciamolo tentare, aspettiamo a giudicarlo almeno per qualche mese prima di emettere le solite sentenze di condanna definitiva che vengono pronunciate, aprioristicamente, su tutti i politici. I 5 stelle hanno già cominciato a dargli del venditore di pentole e del mentitore, prima ancora di vedere cosa realmente farà; ma certo loro possono farlo, il loro profeta Grillo ha la presunzione di giudicare tutti e tutti, di vedere la pagliuzza nell’occhio degli altri senza vedere la trave che è nel suo. Per me lui e il suo movimento non sono altro che delle Cassandre, non perché siano veramente profeti, ma perché non credo a nessuna delle loro parole, anzi dei loro guaiti e dei loro ululati da lupi in gabbia.

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Sulle gite scolastiche o “viaggi di istruzione”

Questo periodo dell’anno, tra marzo e aprile, è l’epoca consueta delle gite scolastiche, a cui qualcuno, per fugare il sospetto alquanto diffuso che si tratti in realtà di occasioni per divertirsi e far baldoria, ha pensato bene di cambiare il nome, definendole “viaggi di istruzione”. La scelta delle parole, in effetti, è importante: sappiamo bene tutti quanto si sentano sollevati dagli inconvenienti del loro lavoro i netturbini, da quando li chiamano “operatori ecologici”, o quanto avvertano meno i loro problemi i portatori di handicap da quando sono definiti, con una buona dose di ipocrisia, “diversamente abili”.
La gita scolastica è diventata quindi viaggio d’istruzione; ma questo non impedisce agli alunni di cogliere quell’occasione per divertirsi smodatamente o anche, come dicono loro con un’orrenda parola, “sballarsi”. Lo sanno bene i poveri docenti che hanno il compito di accompagnare queste masse di scalmanati: sempre preoccupati tutto il giorno a verificare e contare i ragazzi nel terrore che ne manchi qualcuno, che qualcuno si sia fatto male o gli sia capitato chissà quale inconveniente. La notte, poi, peggio ancora: i professori non hanno diritto di dormire, debbono stare in piedi tutta la nottata a controllare che i propri alunni non disturbino gli altri clienti dell’albergo, che non se ne vadano fuori senza permesso, che non corrano pericoli di sorta, magari camminando sui cornicioni fuori delle finestre. Un autentico calvario per i docenti, i quali oltretutto sono responsabili civilmente e penalmente degli alunni, per tutta la durata del viaggio e per 24 ore su 24. Ciò significa che, se non succede nulla di grave, il docente ritornerà stanco, affaticato, stravolto dalla gita ma non subirà altre conseguenze; se invece, come purtroppo in certi casi avviene, un alunno dovesse restare ferito o peggio ancora, come di recente è capitato a Barcellona, dove uno studente di Catania ha perso la vita cadendo dal parapetto della nave, i professori accompagnatori subiranno guai giudiziari a non finire. Al dolore ed al senso di colpa per quanto accaduto, allora, si aggiungerà la prospettiva di finire sotto processo ed essere condannati per mancata sorveglianza, quando anche i muri – nonché i giudici – dovrebbero sapere che una persona non può avere il dono dell’ubiquità e tallonare i ragazzi uno per uno, giorno e notte, 24 ore su 24.
Per questa ed altre ragioni il sottoscritto ha solennemente e da sempre deciso (e se necessario lo dichiarerà ufficialmente al Collegio dei docenti) di non partecipare a nessun titolo alle gite scolastiche, scambi culturali, viaggi di istruzione o come altro le si vogliano chiamare. A mio parere tutti i docenti dovrebbero rifiutarsi di svolgere questo compito, per una serie di motivi: primo, per l’enorme responsabilità civile e penale dalla quale nessuno ci tutela; secondo, perché non ci viene data nessuna indennità di trasferta, che hanno invece i funzionari di tutte le altre amministrazioni quando si recano in missione; terzo, perché l’abolizione di queste iniziative, provocando disagi agli operatori turistici e quindi al tessuto economico di un territorio, sarebbe uno strumento di lotta sindacale – in difesa dei diritti e della dignità della categoria – molto più efficace degli inutili e antiquati scioperi che ancora i sindacati continuano a proclamare, con l’unico risultato di far risparmiare soldi allo Stato a nostro unico e totale danno. Va anche detto che le gite scolastiche, nella realtà attuale, sono diventate un residuato arcaico di un tipo di scuola e di società che non esiste più. Un tempo la grande maggioranza delle famiglie non poteva permettersi di viaggiare o far viaggiare i figli, per cui la gita scolastica era – per così dire – l’unica occasione che un ragazzo aveva per uscire dalla quotidianità della sua città o del suo paesello; ma oggi è tutto cambiato, tutti o quasi hanno agio e facoltà di viaggiare e conoscere il mondo autonomamente, da soli o in compagnia di amici e parenti. Perché dunque le scuole continuano con queste inziative? Gli studenti possono benissimo, durante le vacanze o dopo il termine dell’anno scolastico, organizzarsi da soli i propri spostamenti, accompagnati dai genitori o meno ma responsabili di se stessi, anziché coinvolgere persone che hanno già i loro impegni e che non se la sentono di sobbarcarsi imprese di questo genere.
Eppure, nonostante tutto ciò, quasi tutte le scuole propongono viaggi per ogni classe, anche quando è palese che il loro valore didattico non è il motivo principale per cui gli alunni vi partecipano. Mi sento di affermare ciò con sicurezza, avendo constatato che molto spesso gli studenti dell’ultimo anno delle superiori scelgono destinazioni che poco si addicono al loro corso di studi (v. Amsterdam, Copenhagen, Barcellona ecc.) solo perché credono di divertirsi di più in questi luoghi, e vogliono ad ogni costo andare all’estero come se in Italia non esistessero località degne di essere visitate e culturalmente molto più significative delle città nominate sopra. E perché quasi ogni istituto, nei mesi invernali, organizza la settimana bianca, un po’ ipocritamente mascherata con il nome di “attività di avviamento allo sci” o altre formule simili, e sulla cui valenza didattica e culturale preferisco non esprimermi? Spesso la verità è che sono i docenti stessi, in questo o in altri casi, a volervi partecipare per seguire i propri interessi (culturali o meno), e così si mettono in piedi iniziative che, oltre a comportare la perdita di molti giorni di lezione, si rivelano utili a ben poche persone e non all’istituto nella sua globalità.
C’è poi un’altra osservazione da fare, cioè che ci sono gite più ambite da parte dei docenti ed altre molto meno. Per le prime non ci sono problemi, anzi, di accompagnatori se ne trovano anche troppi; per le seconde, invece, succede spesso che qualcuno dia la disponibilità a partecipare e poi, a pochi giorni di distanza dalla partenza, accampi ragioni più o meno valide per rinunciare all’impegno. Allora si scatena la questua di studenti e colleghi alla ricerca degli accompagnatori, e vengono consultati, pregati ma a volte quasi costretti a partecipare alla gita docenti che non ne avrebbero avuta alcuna intenzione. E’ un malcostume che si ripete ogni anno, ed anch’io talvolta sono stato sollecitato e ho dovuto persino trovare giustificazioni per motivare il mio rifiuto, alle quali in realtà non sono tenuto perché nessun docente può essere obbligato a partecipare ad un’attività che comporta – come si è visto – responsabilità molto gravose. E’ del tutto evidente che, qualora non si trovino docenti disposti ad accompagnare un viaggio, lo si debba annullare; ma nella pratica quotidiana non è così, perché tanto insistono, con noiosa petulanza, studenti e colleghi, che alla fine qualcuno disposto a cedere lo trovano sempre, perché per loro rinunciare alla gita sarebbe un sacrilegio. Evidentemente c’è qualcuno – e non solo tra gli studenti – che ritiene che sia questa la funzione sociale più importante della scuola.

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Perché l’inutile salverà l’umanità

Lo scorso 24 marzo, nella sezione “cultura” del sito web di “Repubblica” è uscita un’intervista al prof. Nuccio Ordine, docente di letteratura italiana all’Università della Calabria, il quale ha scritto un saggio pubblicato prima in Francia da “Les Belles Lettres” e poi in Italia da Bompiani. Il titolo del libro è: L’utilità dell’inutile, ed ha per argomento la lettura, la cultura fine a se stessa e non monetizzabile né classificabile nella categoria dell’”utile immediato”. Secondo lo studioso sarà questo l’antidoto che salverà il mondo dall’ignoranza, dall’imbarbarimento che è oggi provocato dallo strapotere delle leggi economiche di mercato, che non lasciano spazio a nessun’altra attività umana per la quale non sia prevista una finalizzazione immediata ed esclusiva alle logiche aziendali.
Purtroppo ho saputo soltanto oggi dell’esistenza di questo libro, che ho intenzione di leggere al più presto; ma fin da ora mi associo e solidarizzo totalmente con il suo autore. Trovo infatti incivile e fornace di barbarie questa tensione attuale verso tutto ciò che è “utile” nell’immediato ed ha come fine ultimo il guadagno materiale; e di questa mentalità facciamo esperienza proprio in questi giorni, quando i dati nazionali sulle iscrizioni alle scuole superiori ci confermano l’aumento degli istituti tecnici e professionali e l’inarrestabile declino del Liceo Classico. In effetti la mentalità dominante nella società attuale, che tiene in considerazione soltanto la logica del denaro e subordina all’economia ogni altro aspetto della vita civile, non può vedere di buon occhio una scuola che non “serve” materialmente a chi la frequenza. Quale utilità pratica può avere, nell’immediato, lo studio del latino, del greco, della filosofia, della storia ecc., materie oltretutto impegnative e che comportano una limitazione, per gli studenti, del tempo libero e delle attività ludiche? Quale attrattiva può avere un liceo in generale, ma in particolare il Classico, visto che non porta direttamente ad imparare un mestiere e quindi a guadagnare dei soldi? Meglio frequentare un istituto tecnico o professionale, in questi tempi di crisi, perchè così si consegue un diploma immediatamente “utile”. Questo è oggi il pensiero dei più, che non tiene conto però che per l’ingresso nel mondo del lavoro occorre essere qualificati, avere una cultura completa e non possedere solo competenze tecniche spesso neanche tanto approfondite. A ciò poi va aggiunta la considerazione, piuttosto banale ma vera, che in tempi di crisi se la disoccupazione affligge i laureati, tanto più affliggerà i semplici diplomati.
E invece a me, fin da ragazzo, piaceva e piace il Liceo Classico proprio perché è la scuola che “forma” di più e che “serve” di meno; e ciò perché sono da sempre convinto che l’istruzione da conseguire a scuola non è una serie di cognizioni tecniche o di “competenze” (come si suole dire oggi), che si possono meglio ottenere con corsi extrascolastici; l’istruzione è “formazione” completa del cittadino, che quando esce dalla scuola non deve saper smontare un motore o progettare un impianto elettrico, ma deve saper ragionare con la propria testa, effettuare le proprie scelte di vita e soprattutto comprendere la realtà che lo circonda: sarà poi l’Università e le successive esperienze di vita che gli consentiranno di specializzarsi e di acquisire competenze specifiche di quella che sarà la sua professione. La complessità del mondo attuale è il risultato di secoli e millenni di progresso del pensiero umano: di qui la necessità di conoscere il passato in tutti i suoi aspetti, da quelli linguistici alla storia civile, letteraria e artistica dell’umanità, un tesoro di cultura che soltanto le materie umanistiche sono in grado di fornire. Questa è la vera finalità dell’istruzione, che non si manifesta forse nell’immediato ma che si compie e si realizza nel corso della vita ed ha le proprie basi durante il quienquennio degli studi superiori. Ecco perché mi è sempre piaciuta di più la scuola che “serve” di meno, perché la formazione dell’individuo non può ridursi a mere e sterili cognizioni tecniche, non può essere affidata solo all’informatica o alle lingue straniere, oggi necessarie ma assolutamente insufficienti alla creazione di una coscienza e di un pensiero autonomi.
In questa nostra società tecnicistica ed attenta solo ai dati economici, dove il prestigio individuale si misura dal possesso dell’auto di lusso o dello smartphone di ultima generazione, non ci accorgiamo più che esistono altri valori che vanno al di là della logica del guadagno e dell’aziendalismo, i valori della cultura che esiste di per sé, senza dipendere da qualcos’altro o senza per forza dover “servire” a qualcos’altro. Come afferma il prof. Ordine in quell’intervista di “Repubblica”, “La logica aziendale guarda alla quantitas, sacrificando la qualitas. Gli studenti sono ridotti a “clienti”, mentre l’università dovrebbe essere il luogo dove si fabbricano eretici, il luogo della resistenza.” Poi, per chiarire, afferma anche che “l’eretico, nel senso etimologico della parola, è colui che è in grado di scostarsi dall’ortodossia dominante, che oggi coincide con la logica utilitaristica del profitto. Perciò il sistema scolastico deve formare uomini liberi, non costruire dei conformisti. L’incontro con un professore e con un libro può cambiarti la vita”.

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E io difendo il Ministro!

Può sembrare strano il titolo di questo post, dato che oggi va di gran moda l’antipolitica, lo sparlare sempre e comunque di chi ci governa e ci amministra, tanto che un istrione come Grillo ci ha ricavato più di otto milioni di voti. Ed io invece voglio essere obiettivo ed apprezzare anche quanto di buono fanno e dicono, qualche volta, i nostri politici.
E’ questo il caso della polemica sorta in data odierna tra il nuovo ministro dell’istruzione, Stefania Giannini, e i sindacati della scuola, specie la CGIL e la Gilda, sempre pronti a difendere lo squallido egalitarismo che opprime da decenni i docenti italiani, tutti pagati allo stesso modo a prescindere totalmente dalla loro preparazione e dalle loro capacità. In un’intervista radiofonica la Giannini ha detto che i soldi destinati agli stipendi del personale scolastico sono non soltanto pochi, ma anche spesi male, perché “gli insegnanti italiani, rispetto a quelli dei paesi europei avanzati, sono insegnanti che non hanno alcuna prospettiva di carriera, ma non solo nel senso di una progressione, di un avanzamento, ma nel senso di una differenziazione di funzioni.” Ed ha aggiunto anche che “se anche le forze sindacali spingono sempre e solo per salvaguardare il minimo garantito a tutti e non per valorizzare chi lavora meglio, quel poco che c’è non solo non serve a migliorare la qualità complessiva ma nemmeno a valorizzare le singole persone.”
So di essere in controtendenza rispetto al pensiero comune che si bea dell’antipolitica, ma io giudico sacrosante le parole del Ministro, che intendono denunciare la profonda ingiustizia che noi docenti viviamo, e non solo perché i nostri stipendi sono bassi, ma soprattutto perché non ci sono incentivi né riconoscimenti per il merito. Di fatto, se io anziché leggere e spiegare Omero, Virgilio e Seneca impiegassi le mie ore per fare amabili chiacchierate con i miei studenti, se commettessi errori madornali nella trattazione degli argomenti del mio programma, se anche mostrassi di conoscere le lingue greca o latina peggio dell’ultimo dei miei alunni, riceverei lo stesso stipendio di adesso, nessuno controllerebbe l’efficacia e la qualità del mio insegnamento. Prova ne è il fatto incontestabile che in ogni scuola, accanto ad una maggioranza di docenti preparati, bravi e coscienziosi, che lavorano molto più di quanto l’opinione pubblica crede e di quanto sarebbe il loro stretto obbligo, c’è molto spesso una minoranza di persone non all’altezza dei propri compiti, o perché assunte in ruolo senza alcun reale accertamento della loro preparazione (ope legis, ossia, in altre parole, con il “sei politico” sostenuto dai sindacati) o perché demotivati, assenteisti o incapaci di provare entusiasmo per il loro lavoro.
Quel che dice il ministro Giannini è giusto e condivisibile, ma sarebbe anche l’ora che alle parole seguissero i fatti. Come? Istituendo un serio criterio di valutazione delle scuole e dei singoli docenti, che preveda la valorizzazione anche (ma non solo) economica di chi s’impegna di più e di chi esprime un livello culturale e qualitativo eccellente rispetto ad altri colleghi; un sistema, peraltro, che preveda anche la retrocessione ad un grado inferiore di insegnamento o addirittura il licenziamento per chi occupa un posto e riceve uno stipendio che non merita. Un primo criterio da seguire, a mio giudizio, sarebbe quello di riconoscere una priorità a chi insegna le materie caratterizzanti un certo corso di studi, o che ha oggettivamente un carico di lavoro (come la correzione di elaborati scritti) maggiore rispetto a chi insegna discipline che non impegnano (o impegnano poco) il docente al di là delle ore frontali svolte in orario scolastico.
Pur tuttavia, benché il Ministro si sia espresso in tal senso, sono quasi certo che di tutto ciò non si farà di nulla, e che il sistema “sovietico” che presiede ai nostri stipendi e che ci paga tutti allo stesso modo senza riconoscere i meriti individuali continuerà per sempre: lo dimostra, se non altro, la reazione stizzita alle parole del Ministro da parte dei sindacati ed in particolare del segretario della Cgil-scuola Mimmo Pantaleo e di quello della Gilda, Rino Di Meglio (Di Peggio si dovrebbe chiamare!), i quali hanno ribadito generalizzando, come al solito, sui tagli effettuati alla scuola e sul mancato rinnovo dei contratti, che ovviamente ha penalizzato tutti. Ma il Ministro non ha detto che intende lasciare le cose come stanno, né che vuole penalizzare “i molti a vantaggio di pochi”, come afferma, con una malcelata nostalgia veterocomunista, il Commissario del Popolo della CGIL. E’ chiaro che lo stipendio deve essere dignitoso per tutti, su questo non c’è dubbio né la Giannini ha mai detto il contrario; è però necessario che i migliori vengano gratificati in qualche modo, anche per evitare che perdano entusiasmo e motivazione vedendosi parificati ai peggiori. E’ la stessa cosa che accade con gli alunni: promuovere chi non lo merita e dargli lo stesso voto di chi si è seriamente impegnato significa mortificare quest’ultimo e istigarlo al vagabondaggio. Sarebbe ora che i nostalgici delle vecchie ideologie sconfitte dalla storia si rendessero conto che le persone non sono tutte uguali, che i cittadini non sono solo sudditi dello Stato-Dio ma hanno anche la legittima aspirazione a realizzarsi indidualmente, e che la meritocrazia è l’unico strumento in grado di far funzionare al meglio ogni settore della società, a maggior ragione quello della scuola e della formazione.

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Licei di quattro anni? No, grazie!

Un recente articolo di Marina Boscaino apparso sul “Fatto quotidiano” l’11 marzo ritorna su una questione di cui da tempo si parla, e che la giornalista ha menzionato perché è stata testimone di un convegno organizzato dal Partito Democratico a Roma e denominato “Giornata di ascolto della scuola”. In quell’occasione, assieme ad altre questioni, è stata riproposta da parte di membri di quel partito la riduzione dei licei a quattro anni, con l’intento di diplomare gli studenti all’età di 18 anni e favorire quindi il loro ingresso precoce nel mondo del lavoro, allinenandosi agli altri paesi europei.
La Boscaino, docente oltre che giornalista, si è detta del tutto contraria a questa scellerata proposta, ed io non posso che essere – nonostante le divergenze ideologiche – del tutto d’accordo con lei, e per diverse ragioni. Come primo punto, consideriamo gli effetti disastrosi che una tale riforma produrrebbe nella scuola, con la perdita di circa il 20% dei posti di lavoro negli istituti superiori, da estendere anche al personale non docente; e già questo mi pare in netto ed insanabile contrasto con la politica occupazionale che il nuovo governo ed il Presidente del Consiglio hanno annunciato. Un provvedimento del genere chiuderebbe forse per sempre l’accesso ai ruoli dei tanti precari che stanno aspettando da molti anni il riconoscimento del loro impegno mediante la stabilizzazione del posto di lavoro.
Tuttavia, anche a non voler considerare il grave impatto sociale e occupazionale che scaturirebbe da questa proposta, che si vocifera caldeggiata anche dal nuovo ministro dell’istruzione, ci sono altri motivi che sconsigliano vivamente l’attuazione di una simile follia. Essa sarebbe in contraddizione, oltretutto, con la credenza comune (secondo me errata, ma tant’è!) secondo cui i nostri studenti sarebbero impreparati a reggere il confronto, specie sul piano delle tecnologie e dei nuovi orizzonti occupazionali, con i loro coetanei di altri paesi. E allora, per prepararli meglio, cosa si fa? Si toglie loro un anno di studio? Ma così, ammesso che corrisponda al vero il mantra per cui la preparazione degli studenti italiani sarebbe carente, li si renderebbe ancor più ignoranti e impreparati. Non mi pare che occorra un’intelligenza superiore per trarre le logiche conseguenze da questo semplice ragionamento.
Ma c’è dell’altro. Io ho sempre mal tollerato questi confronti con i paesi esteri, quasi che noi italiani avessimo bisogno, per ogni cosa che facciamo, di scimmiottare gli stranieri. Se il nostro sistema scolastico è congegnato e organizzato in un certo modo, una ragione ci sarà pure; e se vogliamo cambiarlo, non possiamo farlo raschiando via semplicemente un anno di studi, ma dovremmo ripensare tutta la didattica e modificare tutti i programmi, gli orari, i libri di testo ecc., un’impresa immane che richiederebbe anni per essere realizzata, non si potrebbe certo ottenere con un semplice colpo di spugna. E con quali risultati poi? Se lo sono chiesti i signori del PD che sostengono questa proposta? I nostri giovani si allineerebbero con l’Europa? Lasciateci dire, a noi conservatori, che dell’Europa ci importa ben poco, poiché noi docenti italiani non consideriamo la nostra scuola inferiore a nessun’altra, e non mi sembra né giusto né dignitoso scimmiottare gli altri senza porsi il problema che, forse, anche loro potrebbero sbagliare, e che i paesi esteri non sono quel paradiso terrestre che vorrebbero farci credere. E poi non è neanche vero che in tutta Europa i giovani escono dalla scuola superiore a 18 anni: in alcuni paesi è così, ma in molti altri escono a 19, come da noi.
Infine, un’altra cosa. Chi sostiene questa bestialità dei licei di quattro anni afferma che i giovani entrerebbero prima sul mercato del lavoro. Ma quale mercato, dico io, quale lavoro? Con la situazione economica che abbiamo adesso, un eventuale diploma anticipato di un anno servirebbe solo a creare disoccupati più giovani di un anno, ad aumentare la massa di coloro che, pur diplomati o laureati brillantemente, non riescono a trovare una sistemazione in tempi accettabili. Se il lavoro non c’è, è perfettamente inutile presentarsi un anno prima a ricevere il diploma onorario di disoccupato.
Spero che l’interesse mostrato da Matteo Renzi per il mondo della scuola, interesse che gli fa onore, non si limiti al semplice problema – pur importante che sia – dell’edilizia scolastica; mi auguro invece ch’egli sappia riconoscere ciò che di buono e di positivo chi lavora in questo settore riesce a fare e che soprattutto non ci venga tolta la terra sotto ai piedi, ma venga riconosciuta la necessità di una formazione completa ed esauriente dei nostri studenti. Il Presidente del Consiglio ha mostrato di sapere che in un paese civile e democratico il sistema scolastico è fondamentale e che nulla può sostituirlo; va da sé quindi ch’esso non può essere mutilato o depauperato, perché altrimenti l’ignoranza e la barbarie, purtroppo già presenti nella nostra società, finirebbero per riportare una completa vittoria.

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Il piccolo ducetto a cinque stelle

Se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, in questi giorni tutti i dubbi sulla mancanza assoluta di democrazia e di dialogo all’interno del movimento “cinque stalle” (l’errore è volontario) si sono dissipati: il loro piccolo duce barbuto, il comico Beppe Grillo, ha espulso unilateralmente dal movimento tutti coloro che si erano azzardati ad esprimere idee diverse dalle sue. Questi erano i metodi usati da tutti i tiranni e i dittatori che la storia ci ricorda: umiliare e cacciare chiunque non si allinea al pensiero dominante. Solo che i dittatori e i tiranni avevano comunque una personalità, un carisma, un potere, per quanto gestito in modo ingiusto; ma qui i parlamentari del M5S obbediscono a un istrione che mai ha fatto altri interessi se non i suoi, e che è diventato ricchissimo proprio sfruttando quel sistema politico che adesso dice di voler abbattere. Ha mandato in parlamento una massa di sprovveduti che altro non sanno fare se non urlare, insultare gli altri, assaltare i banchi del governo senza mai costruire nulla, a parte qualche proposta fantascientifica come quella del “reddito di cittadinanza”, che fa ridere solo a sentirla; se infatti adesso criticano Renzi perché non avrebbe le coperture economiche per i 10 miliardi di euro che intende restituire a chi guadagna meno, dove troverebbero loro i soldi per dare uno stipendio a tutti, che verrebbe come la manna dal cielo e che costerebbe minimo 70 miliardi? Mistero. A criticare, a denigrare gli altri siamo tutti capaci, ma la cosa cambia aspetto quando bisogna mettere la faccia su ciò che si dice e si intende fare. Per ordine insindacabile del loro ducetto, del quale sono fedeli esecutori privi di personalità e di volontà propria, i parlamentari del M5S non si mettono mai in gioco, non collaborano con nessuno, sono capaci di dire sempre e soltanto di no, pregiudizialmente, senza neanche mettere alla prova chi sta cercando di fare qualcosa per il paese. E’ questa l’inconcludenza di chi non sa neppure lontanamente cos’è la politica, che è dialogo e collaborazione, non chiusura ermetica in una torre d’avorio dalla quale pontificare senza mai doversi assumere delle responsabilità. E il bello è che chi, anche parzialmente, vorrebbe uscire da questa inconcludenza, viene cacciato appena esprime un’idea anche lontanamente in contrasto con gli ordini perentori di un istrione che, oltretutto, è fuori dal Parlamento perché pregiudicato per omicidio colposo. Bell’esempio di democrazia e di tolleranza! Se queste sono le novità che esprime la politica attuale, siamo costretti a rimpiangere i vecchi politici della prima repubblica, che con tutti i loro difetti sapevano però mettersi in gioco, rispettare gli avversari e soprattutto tollerare il dibattito interno, senza cacciare a pedate chi non esegue servilmente gli ordini del padrone.

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La rovina dei libri di testo

La bella trovata dell’ex ministro Profumo, di rendere obbligatoria da parte delle case editrici la produzione di testi totalmente o parzialmente on line, ha già prodotto un effetto nefasto che si sarebbe potuto prevedere: che cioè i libri cartacei, pur assottigliandosi ben poco dal punto di vista del volume e del peso, si sono banalizzati e semplificati in modo notevole, impoverendo i contenuti e gli argomenti ad un livello inaccettabile. Con la scusa che parte del libro è on line, gli editori propongono adesso per le scuole superiori testi contenenti compendi e riassunti di quelli che dovrebbero essere argomenti fondanti dei programmi scolastici, senza più quel livello di approfondimento che si richiederebbe ai Licei ed in particolare a quelli Classico e Scientifico. Si procede così a grandi passi verso l’edulcoramento della cultura, che diviene sempre più ridotta in pillole, in schemini riassuntivi, senza più andare alla vera radice dei problemi.
La mia storia della letteratura latina dal titolo “Scientia Litterarum”, pubblicata a Napoli da Loffredo nel 2009, è stata da molti criticata, oltre che per la disposizione della materia secondo i generi letterari e non secondo il mero criterio cronologico, anche per il forte approfondimento delle tematiche, che qualche volta ha sfiorato (lo ammetto) la prolissità: a Cicerone, in effetti, ho dedicato circa 60 pagine di sola teoria, le quali, a giudizio di alcuni colleghi, sono troppe per essere lette e studiate dagli alunni di oggi. Sarà anche vero, ma io ho sempre creduto che sia meglio abundare quam deficere, nel senso che dal molto si può ricavare il poco (basta tagliare ciò che si giudica eccessivo), mentre non è possibile il contrario. Recentemente mi sono capitate tra le mani due storie della letteratura latina, che un agente di alcune case editrici mi ha dato in saggio: ebbene, al loro interno erano costellate soltanto di figure a colori (adatte forse agli alunni della scuola primaria, non a dei liceali, ai quali ne bastano poche), di schemini riassuntivi, di rubriche varie, mentre mancava la sostanza: autori come Catullo, Virgilio e Orazio ridotti a 3-4 pagine appena di teoria, pagine piene oltretutto di luoghi comuni e di notiziole a tutti note fin dalla notte dei tempi. Questo non dipende certamente da mancanza di competenza degli autori (una delle due portava il nome di un illustre latinista e traduttore di classici), bensì da due pregiudizi molto pericolosi per la serietà degli studi: il primo è quello secondo cui nelle scuole oggi si lavorerebbe sempre meno, i ragazzi e i docenti sarebbero ignoranti e demotivati, per cui meno si offre loro e meglio è; il secondo è la falsa convinzione che mettendo su internet alcuni contenuti – spesso però superficiali anch’essi – si possa sostituire il libro di carta ed arrivare ad un apprendimento più veloce ed efficace.
Nulla di più sbagliato. L’errata convinzione che gli e-books possano sostituire il libro tradizionale, che i tablet possano sostituire gli strumenti comuni del lavoro scolastico sta arrecando gravi danni alle nostre istituzioni educative, ed il primo di essi, evidente a chi s’intende delle varie materie, è proprio l’impoverimento dei contenuti. Imitando la scuola straniera, specie quella americana, i nostri ministri si sono formati l’idea secondo cui il sapere va ridotto in briciole, in pillole, e che gli strumenti multimediali siano il tramite ideale per realizzare questo obiettivo. Io continuo invece a pensare che il libro ed i quaderni cartacei siano tuttora insostituibili, anche perché è assurdo e ridicolo pensare di poter svolgere un esercizio di matematica o una versione di latino sul tablet o sulla LIM; e poi, anche ammesso che sia possibile, questi nuovi strumenti non possono certo fare il miracolo di trasformare gli ignoranti e i vagabondi in intellettuali, a meno che per cultura non s’indendano i riassuntini che i testi semi-online di oggi sembrano offrire. La vera cultura è ben altra cosa. E poi faccio anche un’ultima osservazione: che cioè questi strumenti multimediali, che tutti si ostinano a chiamare “nuove tecnologie”, tanto nuove non sono, visto che internet esiste ormai da vent’anni. Se gli e-books o i computers avessero potuto rimpiazzare in toto gli strumenti tradizionali lo avrebbero già fatto, visto che ne hanno avuto tutto il tempo. Per adesso, di questa presunta rivoluzione tecnologica della nostra scuola si vedono soprattutto gli effetti negativi, come è appunto il pesante scadimento qualitativo dei libri di testo.

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Genitori di ieri e di oggi

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Con evidente ironia e un po’ di esagerazione la vignetta mostra il radicale mutamento, nel corso degli ultimi decenni, dell’atteggiamento dei genitori nei riguardi dei loro figli da un lato e dei docenti dei loro figli dall’altro. Quando io andavo a scuola, primaria o secondaria che fosse, i miei genitori stavano sempre dalla parte dei professori, che andavano rispettati comunque in ragione della loro maggiore età e del loro ruolo di educatori; non solo, allora era molto forte anche il senso dell’autorità, per cui chi occupava un posto più elevato in una scala gerarchica andava sempre obbedito, anche se non era totalmente dalla parte della ragione. Così, se a scuola avevo un problema con qualche docente (e ne ho avuti anch’io, benché fossi diligente e studioso), per i miei genitori il professore aveva sempre ragione, ed ero io a dovermi sottomettere a chi stava più in alto di me: e se per caso io o un mio coetaneo avessimo preso un brutto voto o un provvedimento punitivo, il problema più grave era doverlo dire a casa, perché c’era il rischio concreto di vedersi dare il resto in famiglia, in forma di castighi di vario genere non esclusi quelli corporali.
Oggi, miracolosamente, tutto si rovesciato: se un alunno riceve un brutto voto, una nota disciplinare, un’osservazione da parte di un docente, ecco lì i genitori a fare i paladini, i sindacalisti del figlio. Arrivano subito, con aria minacciosa, e sono sempre pronti a scusare, a giustificare lo studente, anche quando è palesemente dalla parte del torto. Facciamo qualche esempio. L’alunno ha copiato il compito in classe, il professore ne ha le prove; ma il genitore ribatte: “Ma lei l’ha visto copiare? No? E allora non può far nulla.” Oppure: “Quella versione (ma guarda che coincidenza!) l’aveva fatta proprio la sera prima a lezione privata, perciò la ricordava.” E via di seguito con argomenti di questo tipo. Oppure si dà il caso che l’alunno abbia ricevuto una nota disciplinare per comportamento scorretto. Allora il genitore subito: “Ma è stato solo lui a fare questo o c’erano anche altri?”; “E’ sicuro lei che sia stato proprio mio figlio?”; “Perché non l’ha richiamato amichevolmente senza mettere la nota, che l’ha distrutto psicologicamente?”.
Oppure l’alunno ha preso un brutto voto. E il genitore allora: “Il compito che lei ha dato era troppo difficile”, oppure “Mio figlio studia tanto, perché non ha buoni voti?”, oppure: “L’anno scorso andava bene”, sottintendendo che, se quest’anno va male, la colpa è del professore che ha la classe adesso, mentre quelli degli anni precedenti sono insindacabili. Se poi in una classe ci sono molte insufficienze in una materia, allora non c’è dubbio alcuno, la colpa è dell’insegnante, è lui che ha fallito, non sa polarizzare l’interesse degli alunni, in una parola non sa fare il suo mestiere. A nessun genitore viene mai in mente che i risultati negativi potrebbero derivare dal poco impegno del figlio, dalla sua demotivazione allo studio o da reale mancanza di capacità mentali o attitudini per quel determinato corso di studi.
Nella mia scuola poi, che è un Liceo Classico, c’è un’altra accusa specifica lanciata dai genitori a noi docenti: di far studiare troppo i ragazzi, sobbarcarli di un eccessivo carico di lavoro. Anche qui mi viene in mente il paragone con quando io, tanti anni fa, frequentavo lo stesso liceo: i miei genitori, allora, erano ben contenti se avevo molto da studiare, perché sapevano (pur non essendo persone colte) che lo studio è formativo, che i cinque anni delle superiori non debbono essere un parcheggio ma un’autentica assimilazione di cultura, che non è mai troppa; anzi, si dispiacevano se qualche giorno avevo poco da fare e le vacanze, per loro, erano sempre troppo lunghe. Oggi è il contrario: la scuola è diventata, nella mentalità comune, una delle tante attività giovanili, da mettere più o meno sullo stesso piano della settimana bianca o dell’attività sportiva svolta dai ragazzi nel pomeriggio. La frequenza a scuola non è più un obbligo, tant’è che i genitori si portano spesso in viaggio i figli, durante il periodo scolastico, incuranti del fatto che li sottraggono per giorni e giorni alle lezioni. E noi docenti, per giunta, non dobbiamo far studiare troppo i teneri virgulti, perché altrimenti non hanno abbastanza tempo per andarsene in giro, per scambiarsi stupidaggini sui social network o per fare la meritata vacanza sulla neve. La cultura, che importa? Tanto c’è la vita che insegna, la scuola serve a poco. E poi, l’adolescenza viene una volta sola; perché rovinarla con lo studio?
Mi piacerebbe sapere chi e che cosa ha cambiato in questi decenni l’atteggiamento dei genitori, di cui si vedono tangibilmente le conseguenze: assistiamo infatti, oltre ad un sempre più difficile rapporto scuola-famiglia, ad una costante migrazione degli studenti verso scuole di bassa qualità, dove fioccano valutazioni stratosferiche ma la cultura è spesso un optional. In fondo è quello che vogliono: voti alti dei figli, per potersene vantare con gli amici, poco impegno allo studio e molto tempo libero per il divertimento, un altro degli idoli dei tempi moderni. Ma gli esiti di questa mentalità già si vedono in giro: ignoranza e maleducazione diffuse ovunque, persone che vivono in dipendenza dal cellulare, giovani che si rovinano con l’alcol o peggio ancora, e che hanno come modelli di vita le “veline” o i partecipanti al “Grande fratello”. Se questa è la civiltà attuale, sono felice di essere nato e di aver studiato in altri tempi.

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Nani sulle spalle dei giganti

Questa celebre frase, da molti ripetuta, sembra che sia stata pronunciata per la prima volta da Bernardo di Chartres, filosofo francese del XII secolo. Essa significa che le nostre conoscenze e le nostre acquisizioni in ogni aspetto della vita politica, sociale e culturale, non sono frutto delle capacità della nostra generazione, ma sono il risultato di secoli e di millenni di progresso, di arte e di cultura; quindi noi non vediamo lontano perché dotati di una vista eccezionale, ma solo perché siamo sulle spalle di chi è vissuto prima di noi ed ha costruito, mattone su mattone, il grande edificio della civiltà.
Ma oggi, purtroppo, la nostra società tecnologica e materialista si dimentica troppo spesso del passato, vive in un presente edonistico e fatuo che si alimenta di se stesso e non ritiene più necessario né utile conoscere gli eventi, gli uomini ed i periodi storici che hanno plasmato la nostra civiltà; e così rischiamo di cadere rovinosamente dalle spalle dei giganti, tornando a una forma di barbarie che è molto peggiore e più abietta di quella dei barbari dell’Antichità, perché ha la colpa di essere caduta nell’inciviltà non per opera altrui, ma di mano propria. Chi non conosce il passato, chi non apprezza quella cultura umanistica che ci mette in contatto con le azioni e le opere di chi ha costruito nei secoli la civiltà nel mondo, vive nelle tenebre dell’ignoranza e lì rimane, chiudendosi in una visione ristretta della vita che gode e apprezza soltanto ciò che “serve” o che può divertire nell’immediato. La perdita dei veri valori dell’umanità è oggi ben più di un rischio, è una realtà: lo si nota osservando il comportamento di tante persone e soprattutto di molti giovani, che perdono tutto o quasi il loro tempo a scambiarsi insulsi messaggi sui “social network” o in passatempi futili o addirittura nocivi.  La responsabilità di tutto ciò, ovviamente, non è loro, ma di coloro che, in ossequio alle norme del mercato e della globalizzazione, hanno diffuso e affermato una visione della realtà sociale e politica fondata sui soli valori economici, senza tener conto delle conseguenze disastrose che una tale mentalità, al di là del benessere materiale, avrebbe provocato e senza intervenire, anche coercitivamente, contro il degrado morale dei nostri tempi. Anche chi ha gestito il sistema dell’istruzione negli ultimi anni ha delle gravi responsabilità: anziché recuperare il vero valore formativo della scuola, la serietà ed il rigore degli studi, si sono blanditi sconciamente gli studenti giustificandoli in ogni modo, e si è anche pensato che l’introduzione degli strumenti informatici come le LIM o i tablets potessero risolvere tutti i problemi, facendo così non l’interesse di chi studia, ma di chi produce e vende questi oggetti. Si ritorna sempre allo stesso punto: l’economia, il guadagno sopra ogni altra cosa.
Mi piace qui riportare una frase di Hannah Arendt, filosofa tedesca del ’900 ormai morta da tanti anni ma vera profeta dei nostri tempi. Ella scrisse già negli anni ’60 questa frase: “Da quando il passato non proietta più la sua luce sul futuro, la mente dell’uomo è costretta a vagare nelle tenebre.” Non so a che proposito e in quale occasione la Arendt pronunciò questa massima, ma essa pare calzare a pennello per i tempi attuali. Chi rifiuta il passato come “inutile”, chi dice che che lingue classiche non servono perché non si parlano più, chi dice che la filosofia è quella scienza “con la quale o senza la quale il mondo va tale e quale”, chi afferma che conoscere la storia non serve perché tanto “i personaggi storici sono tutti morti”, non si rende conto che si condanna per sempre non solo all’ignoranza culturale, ma anche all’accettazione passiva di ciò che gli viene imposto dall’alto, si condanna a diventare una macchinetta che esegue gli ordini del mercato e dei potentati economici, senza esser capace di vedere al di là del proprio computer, del proprio cellulare e senza saper progettare altro che le vacanze alle Maldive. Senza passato non c’è presente e non c’è futuro: ed è questo un concetto del quale io sono stato convinto da sempre, ma che oggi mi pare sempre più valido e attuale.

Mi è venuto spontaneo fare queste riflessioni in questi giorni perché siamo nel periodo delle iscrizioni alle scuole superiori da parte dei ragazzi provenienti dalla scuola primaria. Un tempo, quando era a tutti palese che conoscere il passato significa capire il presente e programmare il futuro, molti erano coloro che frequentavano le scuole umanistiche, e soprattutto il Liceo Classico; negli ultimi anni, invece, l’ignoranza sempre più diffusa e la mentalità utitaristica e materialista che vede l’istruzione soltanto in funzione del posto di lavoro o comunque di ciò che “serve” nell’immediato hanno via via diminuito gli iscritti a questo Liceo, che rimane a tutt’oggi il fiore all’occhiello del sistema scolastico italiano ma che è ormai apprezzato solo da pochi. E’ anche questo, insieme ad altri, un segno della decadenza morale e civile dei nostri tempi, di quel ritorno alla barbarie e all’analfabetismo che, pur con i più sofisticati strumenti informatici, avanza inesorabilmente e che nessuno finora è riuscito ad arginare.

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Nuova collocazione per il mio sito web

Fin dal lontano 2000 io ho avuto sul web un mio sito personale, che mi sono costruito da solo studiando il linguaggio HTML, per quanto fossi un docente di latino e greco. Da questa iniziativa ho avuto molte soddisfazioni, come ad esempio quella di ricevere tanti quesiti sulle lingue e letterature greca e latina, che studiosi e studenti di tutta Italia e d’Europa mi hanno rivolto compilando un modulo interattivo inserito appositamente sul sito. In vari anni (dal 2000 al 2003 e dal 2009 al 2012, con interruzione negli anni 2004-2008 per il mio impegno di compilazione della storia letteraria latina “Scientia Litterarum”) ho risposto a più di 400 quesiti. Ho inoltre utilizzato il sito per trasmettere materiale didattico ai miei alunni (testi in lingua originale per le verifiche, letture ecc.), per pubblicare lavori personali (la traduzione con commento di ben 4 commedie di Menandro!) ed anche – perché no – per far conoscere la mia vita, i miei interessi e le mie pubblicazioni scientifiche e divulgative.
Da quando ho iniziato il blog però (febbraio 2012) ho un po’ trascurato il vecchio sito, sia per problemi di tempo disponibile sia perché nel provider che lo ospitava sono entrati i famigerati hackers. Costoro, non si sa come, hanno scoperto la mia password e hanno inserito nel sito link pubblicitari e rimandi non autorizzati, tanto che i motori di ricerca, a chi cercava di collegarsi, indicavano il sito come infetto e pericoloso. Le visite perciò sono crollate ed i responsabili del provider, da me consultati, non hanno mai voluto aiutarmi né cambiarmi la password, così che, ogni volta che io ripulivo le pagine, gli hackers ci entravano ancora e lo infettavano nuovamente.
Così, deciso a rilanciare il sito e a proseguire la mia attività di consulenza per gli studiosi e le altre funzionalità, ho stabilito di trasferirlo ad altro provider. Il materiale ha bisogno di essere rinnovato, ma intanto, almeno, il sito è di nuovo raggiungibile e utilizzabile. Do qui la notizia nella speranza di avere visite e di contribuire, per quanto posso, alla diffusione ed alla valorizzazione della cultura umanistica.
L’url è il seguente: http://profrossi.altervista.org

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Come assegnare il voto di condotta?

Chi non ricorda i bei tempi passati, quando un otto in condotta era considerato un brutto voto, e con il sette si andava addirittura a settembre in tutte le materie? Allora prevaleva il concetto secondo cui il comportamento di un alunno era del tutto disgiunto dai voti di profitto, per cui il voto di condotta non concorreva alla valutazione complessiva (cioè, in termini semplici, non faceva media). Poi dal 2009, con l’avvento del ministro Gelmini, le cose sono cambiate: adesso questo voto fa media con le altre materie per l’assegnazione del credito scolastico con il quale l’alunno sarà ammesso all’esame, e quindi i voti inferiori all’otto non sono più insufficienze; è invece insufficienza il cinque, con il quale è prevista la perdita dell’anno scolastico o la non ammissione all’esame. Questa nuova normativa, a mio parere, è ingiusta per due motivi: primo, perché la condotta non dovrebbe fare media con le altre materie in quanto non riguarda l’apprendimento dei contenuti bensì la maniera in cui lo studente vive il suo rapporto con la scuola. Non di rado, infatti, si riscontrano comportamenti scorretti in alunni che pur sono eccellenti dal punto di vista del rendimento scolastico, e anche, al contrario, casi di alunni ineccepibili sul piano comportamentale che però presentano notevoli problemi didattici. Il secondo motivo per cui la nuova normativa è ingiusta è che il cinque in condotta comporta conseguenze troppo gravi per essere preso in considerazione da un qualunque consiglio di classe: far perdere l’anno ad una persona solo perché ha avuto delle mancanze disciplinari, pur potendosi condividere in linea di principio, è una responsabilità che nessuno si prende, per cui, con la solita tolleranza che caratterizza la nostra scuola, si dà il classico colpo di spugna, anche per evitare lamentele o peggio ricorsi, che la famiglia dello studente, con il garantismo e il lassismo che c’è nel nostro sistema giudiziario, vincerebbe di sicuro.
Poi c’è un altro fatto, cioè che la nuova normativa, attribuendo al voto di condotta un’importanza così grande, ha suscitato discussioni e diverbi a non finire tra i docenti: agli scrutini del primo quadrimestre infatti, dove di solito non c’è un gran dibattito sulle valutazioni delle singole discipline, ci si accapiglia proprio sulla valutazione del comportamento. C’è anzitutto il problema che molti alunni si comportano in modo diverso a seconda dei vari docenti con cui debbono relazionarsi, per cui le proposte di questi ultimi sono molto differenziate; ed inoltre le diverse opinioni vengono espresse anche in base a convincimenti di ciascuno circa i criteri da seguire per attribuire la predetta valutazione. Alcuni, ad esempio, ritengono che un voto alto di condotta non debba attribuirsi a chi si comporta correttamente, non disturba la lezione, non si distrae ecc., ma a chi interviene direttamente nel dialogo didattico con la cosiddetta “partecipazione attiva”. Su questo io non sono d’accordo, per la semplice considerazione che un alunno o un’alunna dal carattere modesto e riservato potrebbe avere reticenza ad intervenire durante la lezione in classe, per non dare l’impressione di volersi mettere in evidenza o addirittura per non essere deriso dai compagni o tacciato di essere un “secchione” (che brutta parola!). Io ho avuto ed ho molti allievi che durante la mia lezione non prendono la parola quasi mai, ma mi seguono attivamente, prendono appunti, studiano con regolarità e non disturbano; non vedo perciò il motivo di negare loro un’alta valutazione in condotta solo perché non alzano la mano per domandare o per fare osservazioni che oltretutto, in molti casi, non sono neanche pertinenti. Preferirei, a questo punto, che si tornasse al sistema precedente, escludendo la valutazione della condotta dalla media finale dei voti e attribuendola sulla base della correttezza globale del comportamento e del modo in cui l’allievo sta in classe e si relaziona con i compagni e con i docenti. E si dovrebbe tornare, a mio parere, anche alla precedente scala dei voti da otto a dieci, considerando il sette come un’insufficienza; almeno si eviterebbe di dover affrontare dei genitori che, non conoscendo la nuova normativa, vengono a lamentarsi perché il figlio ha preso “sette in condotta” e pensano che questa sia una punizione. Andateglielo a spiegare che oggi il sette non è più un’insufficienza ma un voto come quelli delle altre materie! Non ci credono e se ne vanno con la faccia scura, convinti di aver subito un’ingiustizia da quei perfidi individui che sono gli insegnanti, colpevoli di tutto ciò che accade dentro e fuori le mura degli edifici scolastici.

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I due anni del blog

In questi giorni il mio blog compie due anni, durante i quali ho pubblicato 84 post che hanno per argomento predominante la scuola e il mio lavoro di docente; alcuni di essi, però, commentano avvenimenti di attualità sociale o politica, altri invece hanno un contenuto culturale modellato sui miei interessi personali come la letteratura, la musica o altro.
Ho cercato di mantenere sempre in vita il blog con interventi continui e distanziati al massimo di dieci giorni l’uno dall’altro, per evitare il rischio principale che corrono tutti coloro che hanno un blog su internet: che cioè questo diario elettronico inizi bene, con grande entusiasmo, e poi invece, con l’andare del tempo, vada incontro ad una morte lenta per inedia, nel senso che il titolare finisce per non trovare più argomenti e cessa quindi di scrivere. Ho visto io stesso sul wb tanti blog iniziati anni fa, proseguiti per qualche mese e poi abbandonati a se stessi. Non credo però che questo succeda a me, che di argomenti ne ho tanti e vorrei scrivere ogni giorno; il problema è che spesso gli impegni di lavoro e di famiglia impediscono di trovare il tempo materiale per questa attività.
Sono contento dei risultati ottenuti: in questi due anni ho avuto oltre 27.000 visite, molte di più di quelle ricevute dal mio sito nei dieci anni precedenti. Di recente, poi, il mio vecchio sito è diventato quasi irraggiungibile perché è stato infettato dagli hacker (ma chi sono costoro?), ed ha quindi bisogno di essere rinnovato. La mia soddisfazione non è però completa perché ho dovuto constatare che, nonostante il numero alquanto elevato di visite al blog, i commenti sono ancora pochi e molti visitatori si limitano a leggere senza intervenire. Visti gli spunti di discussione che cerco di offrire agli operatori della scuola (docenti ma anche studenti) dico sinceramente che mi sarei aspettato di più; ma forse è il mio modo di esprimermi spontaneo e diretto che dissuade molti dall’intavolare un dibattito, nel timore di innescare polemiche. Purtroppo questo è un difetto che da sempre mi riconosco, quello cioè di essere poco “diplomatico” nelle mie esternazioni, così che il rischio di irritare qualcuno o di scivolare nella polemica è sempre dietro l’angolo. E’ così anche nella vita reale, come dimostrano i non pochi scontri che ho avuto sul lavoro e fuori con colleghi, genitori o altre persone. Il fatto è che a me viene spontaneo dire ciò che penso, anche se non è gradito al mio interlocutore; se poi si arriva allo scontro, non sono certo abituato a porgere l’altra guancia. Ciò non esclude però il rispetto reciproco ed il fatto che, nonostante questo mio carattere, io apprezzo chi dissente da me e lo fa in modo aperto; basta che non scada nell’insulto volgare come qualche idiota a volte ha fatto spedendomi commenti offensivi che ovviamente non ho pubblicato. Il bello del blog è proprio questo: che cioè esso è come una casa, nella quale il proprietario fa entrare chi vuole e pone le sue regole. Chi le rispetta è ben accetto; chi non le rispetta se ne resta fuori e non viene preso in considerazione, anche perché, come è noto, i ragli d’asino non arrivano in cielo.

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Bocciare o non bocciare?

Rileggevo in questi giorni una discussione nata sul forum di “Orizzonte Scuola”, un sito molto utile a tutti gli operatori scolastici. Il dibattito prendeva le mosse da una dichiarazione rilasciata mesi fa dalla responsabile dell’istruzione del PD, l’onorevole Francesca Puglisi, la quale affermava che le bocciature costano (anche economicamente) alle famiglie e allo Stato, e che sarebbe quindi opportuno individuare altre forme di selezione scolastica. A questo presupposto di chiara origine sessantottina si sono poi aggiunti i commenti di alcuni colleghi che hanno riesumato la solita vecchia storia della bocciatura intesa come forma di punizione, che scatenerebbe una crisi di autostima nello studente ed una specie di disagio sociale per tutta la famiglia, per la quale un figlio che ripete un anno di scuola costituirebbe un vero e proprio disonore.
Da parte mia, io non ho mai pensato alla bocciatura come forma di punizione o peggio di discriminazione, ma ho sempre ritenuto ch’essa altro non fosse se non il naturale esito di un percorso scolastico insoddisfacente, dove l’alunno in questione non ha raggiunto neppure gli obiettivi minimi che il corso prescelto ed i programmi di quell’anno scolastico richiedevano. Come non si manderebbe in sala operatoria un chirurgo che non sa fare il suo mestiere, come non si affiderebbe un aereo a chi non lo sa pilotare, così non si può promuovere chi non lo merita, perché ciò provocherebbe un grave danno individuale e sociale al tempo stesso: individuale, perché chi viene promosso senza merito si illude di avere competenze e capacità che in realtà non possiede e lo si condanna, per di più, ad affrontare l’anno successivo contenuti che non è in grado di apprendere; sociale, perché mettendo sullo stesso piano i capaci e meritevoli (così denominati dalla Costituzione) e gli incapaci e i lavativi, si crea la grave ingiustizia per cui, nel mondo del lavoro, sarà avvantaggiato chi possiede aderenze e amicizie varie, perpetuando il malcostume che – spesso solo a parole – tutti condannano. La scuola sessantottina infatti, favorendo le promozioni di massa senza selezione, ha immesso nella società e nel mondo del lavoro una massa di incompetenti che hanno fatto carriera grazie al nepotismo ed alle raccomandazioni; e siccome queste aderenze le posseggono soprattutto le classi elevate, il risultato ottenuto è stato l’esatto contrario di ciò che la “rivoluzione” del ’68 si proponeva, cioè l’eguaglianza sociale.
Oggi ci sono anche altri motivi per cui nelle scuole si tende a promuovere in massa: le pressioni dei genitori, la paura di perdere classi e posti di lavoro, ecc. Ma chi fa sul serio questa professione, chi crede davvero nella funzione formativa della scuola, non può accettare questi compromessi. Se vogliamo che i nostri studenti imparino qualcosa e si formino veramente per una vita futura, dobbiamo essere selettivi; altrimenti i ragazzi, che non sono affatto sciocchi, smetteranno di dedicarsi del tutto allo studio, non appena avranno intuito che la promozione è garantita.
Ciò non significa ovviamente che la bocciatura sia un fatto sempre positivo o di per sé auspicabile; se è possibile è meglio evitarla, fornendo anzitutto agli studenti tutti gli strumenti per recuperare le loro carenze e soprattutto mostrando noi stessi amore e dedizione al nostro lavoro. Io personalmente tendo ad essere indulgente con chi mi segue e mi dimostra impegno, anche se i suoi risultati non sono del tutto soddisfacenti, mentre non ho alcuna comprensione per chi viene a scuola, come dicevano ai miei tempi, “per scaldare il banco”. E’ anche vero che esistono studenti che, pur impegnandosi a fondo, non riescono a raggiungere risultati accettabili, forse perché non adatti, per capacità o per inclinazioni, al corso di studi che hanno scelto; ma in questo caso, più che la bocciatura, sarebbe necessario un nuovo orientamento scolastico da parte della scuola. Se i docenti del primo anno di un Liceo, ad esempio, si rendono conto dopo due o tre mesi dall’inizio dell’anno scolastico che un alunno ha operato una scelta non adeguata alla sua personalità, è loro dovere chiamare i genitori e decidere insieme il passaggio ad altro corso di studi. Non vedo nulla di disdicevole o di disonorevole in questa procedura; è molto più umiliante essere promossi a forza e costretti a seguire discipline e contenuti che non si è in grado di apprendere, tirando avanti a stento, con continui insuccessi e la necessità di e dover effettuare anche lezioni private, con inutile dispendio di denaro e di energie.

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Nuovi barbari in Parlamento

Tutti noi, purtroppo, abbiamo visto in tv le vergognose scene svoltesi alla Camera dei deputati, dove la gazzarra scatenata dai deputati del “Movimento cinque stelle” ha fatto il giro del mondo e ha mostrato a tutti il livello di maleducazione, di volgarità e di barbarie vera e propria a cui i politici nostrani sono arrivati. Attila, al confronto, era un agnellino! L’esempio che viene dato ai cittadini, ed in particolare ai giovani che noi nella scuola stiamo faticosamente cercando di educare alla legalità ed alla tolleranza, è sotto gli occhi di tutti. In un paese civile, dove le leggi vengono rispettate, tutti coloro che si comportano così all’interno di un’istituzione, appartengano alla maggioranza o all’opposizione, sarebbero già stati sbattuti fuori dal Parlamento e inquisiti per i reati che hanno commesso. Si è perfino arrivati al vilipendio alle istituzioni, quando un deputato del M5S si è permesso perfino di dare del “boia” al Presidente della Repubblica. Come si possono tollerare simili comportamenti? Non c’è nessuno che reagisca, che faccia presente che in Italia c’è troppo garantismo, troppa impunità per chi commette reati di questo tipo? Tale è infatti l’agire di chi offende e diffama le istituzioni, a prescindere da chi le rappresenta. Per il suo passato comunista Napolitano non è simpatico neanche a me, e personalmente non l’avrei scelto per quell’incarico; ma una volta che è stato eletto, è dovere sacro di ogni cittadino rispettarlo per il ruolo che ricopre.
La verità è che Grillo ed i suoi si stanno accorgendo che chi li ha votati sta cambiando idea, perché tutti si sono resi conto che da un anno costoro stanno lì senza fare assolutamente nulla, ma sono capaci solo di urlare, insultare e dire di no sempre e comunque. La politica, ovunque nel mondo, è collaborazione, alleanza, compromesso con altri dalle diverse idee; costoro invece continuano a evitare il confronto con tutti, non collaborano con nessuno, rendendo totalmente inutili i voti di quei milioni di persone che hanno dato loro fiducia. L’urlo, l’insulto e il turpiloquio, oltre ad essere vergognosi di per sé, non cambiano nulla e finiscono per ritorcersi contro chi li usa, rendendo vani anche quegli argomenti che potrebbero essere condivisibili. Se conoscessero la storia, i cinque stelle saprebbero che solo con il dialogo pacato e civile si può ottenere di essere ascoltati; l’antipolitica, l’anarchia, la protesta fine a se stessa non hanno mai prodotto nulla di buono.

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Un compleanno particolare

Ieri il sottoscritto ha compiuto, ahimé, il sessantesimo anno di vita, essendo nato il 6 febbraio del lontano 1954, quando l’Italia, appena ripresasi dai disastri della guerra, iniziava quel famoso boom economico che ci avrebbe finalmente dato il benessere; ed era anche l’anno in cui Trieste tornò definitivamente all’Italia e quello in cui iniziarono ufficialmente nel nosto Paese le trasmissioni televisive.
Quando avevo l’età dei miei studenti di adesso, una persona di 60 anni mi sembrava decrepita, già con un piede nella fossa. E adesso mi rendo conto di quanto il passare del tempo muta la mentalità ed il pensiero di ciascuno di noi: adesso, a questa età, io mi sento non solo ancora utile, ma in grado di svolgere il mio lavoro anche meglio di quanto non facessi trent’anni fa, perché mi sono reso conto che l’esperienza è un valore importante, al quale non è giusto rinunciare a priori. Perciò, nonostante si dica ovunque con un certo disprezzo che i docenti italiani sono i più anziani d’Europa, a me la cosa non dispiace affatto; confermo anzi che non ho nessuna intenzione di andare in pensione, che conservo l’entusiasmo iniziale per la mia professione e che me ne andrò soltanto quando la legge mi costringerà.
A parte tutto ciò, non posso negare che la sensazione che si prova al raggiungimento di questa età non è piacevole: sapere che la gran parte della vita è passata, dover guardare indietro molto più che avanti, fare previsioni per una vecchiaia che non è mai un pensiero felice, sono tutti elementi che rattristano. E tuttavia, visto che non si può fermare il tempo, occorre rassegnarsi e cercare di continuare a vivere con serenità, per quanto possibile. E’ importante anche, secondo me, avere pochi rimpianti, non fissarsi sull’idea che la vita passata avrebbe potuto essere migliore: tutti noi, se tornassimo indietro, ci comporteremmo diversamente in molte circostanze. Ciò vale ovviamente anche per me, ma non per quel che riguarda le scelte fondamentali che ho compiuto, delle quali sono contento e che farei nuovamente se me ne fosse data la possibilità. Gli studi umanistici, la professione di docente di liceo, gli studi specialistici e le pubblicazioni che ho al mio attivo sono tutte attività che mi rendono orgoglioso e delle quali non mi pento affatto. Non cambierei il mio lavoro di docente di latino e greco con nessun altro, neanche se mi offrissero uno stipendio dieci volte superiore a quello che ricevo. Sotto questo profilo non vivo male i miei 60 anni, perché li ritengo ben vissuti; ho altri rimpianti che qui non voglio dire e che riguardano altri aspetti della vita, ma sento di aver compiuto qualcosa di importante e di appagante, che mi ha dato soddisfazioni tali da non dover guardare al passato come un complessivo fallimento. Altri staranno meglio di me; ma i risultati che ho raggiunto non mi sembrano di poco conto, soprattutto di questi tempi.

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La Germania non ha pagato abbastanza

Ricorre oggi 27 gennaio il giorno della memoria, il ricordo cioè dello sterminio degli ebrei nei campi di concentramento nazisti, oggi diventati luoghi di turismo. Due anni fa visitai il più tristemente famoso di questi campi, quello di Auschwitz-Birkenau, e debbo dire che l’impressione che si ricava da una simile esperienza è grande e sconvolgente. Una tristezza infinita prende il visitatore mentre si trova sul posto e all’uscita, uno sgomento che si materializza in una domanda che sovrasta tutte le altre: come è stato possibile tutto ciò? Come può essere accaduto che un popolo civile e progredito come quello tedesco, che aveva dato al mondo tante menti illuminate in ogni campo della cultura e dell’arte, si sia reso colpevole di un orrore di questo tipo? Uccidere migliaia di donne e bambini indifesi, con la più totale indifferenza, andava di pari passo con un genere di vita che, per altri aspetti, si può definire normale: il comandante di Auschwitz ad esempio, Rudolf Hoss (di cui ho letto di recente le memorie), ordinava ogni giorno l’esecuzione nelle camere a gas di migliaia di persone, non solo ebrei ma anche zingari, omosessuali, prigionieri di guerra, malati fisici e mentali ecc.; eppure, proprio nelle vicinanze del campo, aveva la sua casa dove i suoi bambini giocavano tranquilli in giardino e la sera lui, quando rincasava, li accarezzava e giocava con loro come qualunque altro padre fa coi propri figli. Sappiamo che le SS avevano dei cani che trattavano con grande cura e che lo stesso Hitler era vegetariano, perché sosteneva che non si dovessero uccidere gli animali.
Le enormi contraddizioni che sorgono da queste notizie restano inspiegabili, benché sia risaputo che la logica feroce della guerra può far compiere, anche a persone normali e non violente nella vita privata, le più orribili atrocità. Ci si può forse accontentare della giustificazione che i criminali nazisti e lo stesso Hoss davano a chi chiedeva loro il perché di tanto orrore, il fatto cioè ch’essi erano soldati e obbedivano a ordini superiori, come ogni militare è tenuto a fare? Hoss in persona dice di non aver approvato lo sterminio degli ebrei, ma di non essersi potuto ribellare a quegli ordini, perché sarebbe stato giustiziato ed un altro avrebbe comunque preso il posto suo. Ma tutto ciò non è sufficiente a spiegare ciò di cui ancora oggi ad Auschwitz resta il ricordo: dalle tonnellate di capelli tagliati alle prigioniere mandate alle camere a gas, conservati in un’enorme teca, ai forni crematori, alle baracche di legno di Birkenau, dove entrava l’acqua, il freddo, l’umidità e che per le spaventose condizioni igieniche potevano da sole provocare enormi sofferenze e morte alle persone, in unione ovviamente con il vitto pessimo e scarsissimo. Qui l’umanità è morta per sempre, e nulla si può cancellare: dopo la Shoah anche l’arte è morta, perché l’uomo ha perduto i suoi più autentici valori e si è dedicato unicamente o quasi alla ricerca del benessere materiale.
Ma ciò che più mi indigna di questa immane tragedia è che la Germania non ha pagato abbastanza per il male che ha arrecato all’umanità intera. A parte i pochi gerarchi catturati e impiccati a Norimberga, la maggior parte di loro se la sono cavata o fuggendo all’estero (specie in America Latina) oppure riprendendo la vita di prima in tutta tranquillità, senza che nessuno li andasse a cercare. E non mi riferisco solo ai capi delle SS o della Gestapo, ma a tutti i piccoli ufficiali, sottufficiali o semplici kapò (sia uomini che donne) che nessuno ha punito per le loro atrocità, spintesi molto spesso ben al di là degli ordini ricevuti. Si è permesso alla Germania di non rendere conto al mondo, come popolo e come nazione, di ciò che ha provocato, degli orrori di cui non sono responsabili sono Hitler, Himmler o Heydrich, ma tantissimi comuni cittadini, e anche coloro che, pur sapendo cosa stava avvenendo, hanno taciuto. Si è consentito ai tedeschi di riprendersi dalle rovine della guerra, di riunificarsi nel 1989, di diventare la prima potenza economica d’Europa che, con la gabbia dell’euro, sta stritolando le economie degli altri Paesi, compreso il nostro. E la Merkel non può cavarsela con qualche discorsetto commemorativo, rimuovendo dalla coscienza del suo popolo un passato di questo genere.
La Germania fu trattata anche troppo duramente col trattato di Versailles dopo la prima guerra mondiale, mentre tutto sommato se l’è cavata bene dopo la seconda, almeno dal punto di vista delle responsabilità individuali. E’ prevalsa la teoria, avallata dai vincitori stessi incapaci di gestire la loro vittoria, secondo cui la colpa di quanto accaduto non era di un popolo intero ma solo dei suoi capi, già condannati o morti suicidi o anche, in tanti casi, fuggiti all’estero. Ma così facendo le ferite sono rimaste e sono insanabili anche dopo 70 anni, mentre il mondo continua a porsi gli stessi interrogativi e la Germania, senza più fare i conti col suo tremendo passato, mette nuovamente il cappio al collo dell’Europa con la dittatura dell’euro e dei potentati finanziari, anche senza bisogno di carri armati e di campi di sterminio.

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Il lavoro “part time” degli insegnanti

In questi giorni ha suscitato polemiche a non finire, come sempre avviene in questi casi, un’intervista rilasciata dall’on. Ilaria Capua, di Scelta Civica (il partitino di Monti), la quale ha candidamente affermato che gli insegnanti in Italia sono sottoutilizzati, cioè lavorano poco, che nessun’altra categoria ha così tanti privilegi ed infine che il loro stipendio non è così basso come sembra, anzi… Quindi, a suo giudizio, noi saremmo dei privilegiati, che lavorano poco e male, che si fanno tanti giorni di vacanza e che, per quel che fanno, sono pagati anche troppo. Naturalmente, dopo che sono state rese note queste dichiarazioni, apriti cielo! Nei blog e nei siti di scuola è cominciato un fuoco di reazione ininterrotto, con tanti colleghi indignati e infuriati contro la deputata: c’è stato chi ha proposto alla Capua di fare a scambio di lavoro e di stipendio, come accadeva nell’Atene del V° secolo a.C., quando un cittadino obbligato dallo stato a sostenere spese pubbliche poteva farsi sostituire da un altro da lui ritenuto più ricco, e se questi si rifiutava poteva obbligarlo all’antidosis, cioè lo scambio dei beni; c’è stato poi chi si è limitato agli insulti e chi ha elencato per filo e per segno tutti gli impegni che noi docenti abbiamo oltre le famigerate 18 ore di lezione settimanali.

Una discussione particolarmente animata c’è stata sul blog del “Gruppo di Firenze”, il cui link si trova qui a lato, nella sezione “Blog che seguo”. Ad essa ho partecipato anch’io con un commento, nel quale mi dicevo sostanzialmente d’accordo con quanto sostenuto dai colleghi, perché penso che chi fa affermazioni come quelle della Capua può essere ispirato solo da due stati mentali ugualmente deteriori: l’ignoranza (se parla senza conoscere la realtà) o la malafede (se conosce veramente ciò di cui parla ma si pone lo scopo di denigrare una categoria sociale). Entrambi questi presupposti sono indegni di una persona che ricopre un incarico pubblico, nella fattispecie un parlamentare, e quindi bene hanno fatto i colleghi a reagire come hanno fatto. Però io ritengo che la giusta difesa della nostra professionalità - e la volontà di ribadire la pesantezza di un impegno che non si limita certo alle 18 ore – non debbano indurci a non voler vedere ciò che in esso potrebbe essere migliorato, né a negare gli inevitabili difetti che anche la nostra categoria mantiene al suo interno. Tanto per cominciare dobbiamo ammettere, perché è evidente, che non tutti gli insegnanti sono preparati o si impegnano allo stesso modo: ci sono anche quelli che non conoscono abbastanza le loro materie e che sono entrati in ruolo con abilitazioni regalate dalla demagogia sessantottina e sindacale, senza mai aver dato prova della loro reale competenza; ci sono coloro che svolgono anche altre professioni (ingegneri, avvocati, architetti ecc.) e che vengono a scuola con l’unico scopo di procacciarsi lo stipendio e la pensione, senza mettere alcun impegno reale né entusiasmo nel loro lavoro. Perché negare queste realtà? Ed è anche innegabile che, pur riconoscendo a tutti i docenti la dignità e l’importanza di tutte le discipline insegnate, non abbiamo però tutti lo stesso carico di lavoro. Possiamo forse paragonare le 18 ore di un docente di matematica e fisica in un liceo scientifico, o quelle di latino e greco in un liceo classico, con quelle di religione o di educazione fisica? Non si tratta di basso o alto profilo delle discipline, che sono tutte importanti e concorrono allo stesso modo alla media dei voti ed al credito scolastico dell’alunno; si tratta di uno sforzo mentale certamente diverso, sia durante le ore di lezione che nella loro preparazione domestica. Un’ora di lezione di italiano, latino, greco, matematica, fisica, ne presuppone almeno un’altra di studio e di aggiornamento: un’ora di religione cosa presuppone? E gli elaborati scritti? E’ vero che oggi molte discipline hanno le prove scritte, ma un conto è correggere un tema di italiano di una quinta superiore e un conto rivedere un test a crocette. Sarebbe quindi opportuno, dato che si parla da tanto tempo di valutazione della professione docente, cominciare a differenziare gli stipendi a seconda dell’impegno e del carico di lavoro di ciascuno.
Quando ho fatto questa proposta nel blog del “Gruppo di Firenze”, alcuni colleghi mi hanno pesantente attaccato, e lo hanno fatto ancor di più quando ho detto che le lamentele sull’esiguità degli stipendi mi sembrano eccessive, considerato anche il fatto che attualmente, con la crisi economica che il Paese sta attraversando, ci sono categorie – come i cassaintegrati, gli esodati o chi ha perso addirittura il posto di lavoro – che stanno certamente peggio di noi. La mia è un’opinione come un’altra, derivante forse dal fatto che io non ho mai fatto del denaro lo scopo della mia vita, ché altrimenti non avrei scelto questa professione, da sempre mal pagata; ma i colleghi non me l’hanno perdonata, dicendo che chi si accontenta dello stipendo fa il gioco di chi vuole screditare e umiliare ulteriormente la categoria. Ma io non intendevo dire che siamo ricchi e che gli stipendi non debbano essere adeguati; ho soltanto detto che lo stipendio non è la prima delle mie recriminazioni, poiché a me dà molto più fastidio, ad esempio, la scarsa considerazione che l’opinione pubblica ha del nostro lavoro, al quale non viene mai riconosciuto il rilievo sociale che invece possiede. Come ho detto in un altro post, a me capita di incontrare vecchi compagni di scuola delle elementari e delle medie che poi nella vita hanno svolto altre professioni, più o meno socialmente stimate; e quando dico loro che faccio l’insegnante, qualcuno sorride beffardamente come fecero la Merkel e Sarkozy nei confronti di Berlusconi. Questo a me dà un enorme fastidio, così come la disinformazione dei politici (vedi la Capua) e dei giornalisti quando parlano di scuola sottolineandone e ingigantendone solo i difetti senza mai parlare dei pregi. Se ci aumenteranno lo stipendio, sarò certamente contento; ma sarei più contento ancora se si cominciasse a considerare la scuola non come un peso per la comunità o un luogo dove si fanno chiacchiere alla barba di chi “lavora” veramente, ma un’istituzione necessaria ed anzi fondamentale per ogni Paese che voglia chiamarsi civile.

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Vademecum anti-copiature per prof. di latino (e greco)

E’ cosa ben nota che in tutte le scuole gli alunni, quando hanno potuto, hanno sempre cercato scorciatoie per arrivare ad avere buoni voti, e una di queste – la più comune – è quella di tentare di copiare durante i compiti in classe e gli esami. Fino ad alcuni anni fa le tecniche copiatorie, benché svariatissime, erano quasi tutte conosciute dai docenti e combattute con un certo successo: tra di esse ricordo lo scambio di foglietti durante il compito, le minifotocopie da portare a scuola e tirare fuori al momento opportuno, le sbirciate sul compito del vicino di banco, i sussurri a mezza voce quando il docente è distratto e altri ancora. Questi metodi arcaici non sono stati abbandonati del tutto, ma presentano (purtroppo per gli studenti) degli inconvenienti, nel senso che un professore accorto, che ovviamente è stato a scuola molto prima dei suoi allievi, riesce spesso a scoprirli e neutralizzarli; perciò, con l’avvento della tecnologia, si è diffuso oggi un metodo di copiatura molto più efficace: quello di connettersi ad internet col cellulare durante il compito, entrare in un sito dove alcuni furfanti hanno collocato la traduzione di tutti (o quasi) gli autori latini e greci e trovare il brano proposto. Il sistema è facile e di quasi sicuro effetto, perché basta digitare qualche parola del testo per averlo subito tradotto, e a volte anche a costo zero. Un cellulare di quelli moderni, piccolo e di bassissimo spessore, può essere nascosto ovunque, anche dentro un vocabolario, per cui molto spesso l’ignaro docente, pur sorvegliando la classe, non si accorge di nulla. Va da sé che noi non siamo autorizzati a perquisire gli studenti, e la legge non ci dà nessun aiuto: i ministri dell’istruzione (v. l’ing. Profumo, in carica con il governo Monti) non si interessano del problema e lasciano la patata bollente ai docenti, ai dirigenti ed ai presidenti di commissione d’esame, i quali devono decidere sul momento senza alcuna protezione legale. L’unico provvedimento adottato in tal senso è quello, esagerato e fuori della realtà, che commina l’esclusione da tutte le prove, e quindi la perdita dell’anno scolastico, per lo studente sorpreso ad usare il cellulare durante l’esame di Stato; però, data la gravità della norma, in pratica nessun presidente di commissione se la sente di applicarla alla lettera, anche perché in caso di ricorso al TAR la famiglia dell’alunno ha molte probabilità di vittoria, e così si preferisce sorvolare, fare finta di non avere visto, con la solita logica del “tiramo a campà” tipicamente italiana. Ma anche nei normali compiti in classe noi docenti siamo esposti a ricorsi e quindi a doverci ritirare con la coda tra le gambe, perché per prendere un provvedimento nei confronti di un alunno disonesto non basta avere le prove che quel compito è copiato, cosa di cui un bravo professore si accorge subito appena ne legge le prime parole: occorre sorprendere sul fatto l’alunno mentre copia (cosa quasi impossibile), altrimenti egli può sostenere di averlo svolto da solo (magari perché va a lezione privata) e averla vinta in caso di contenzioso.
E allora cosa ci resta da fare per evitare il malcostume delle copiature? A tal proposito io dico che mi sono sempre impegnato, con tutti i mezzi, per impedire il verificarsi del fenomeno, e non perché mi interessi in particolare il voto che quello studente avrà nel compito, ma perché la scuola è ormai l’unica istituzione dove si insegnano ai futuri cittadini i veri valori della vita civile, dove il messaggio che deve passare non è quello di farsi furbi e trovare le scorciatoie aggirando gli ostacoli, perché così non si educa e non si fa crescere nessuno; dobbiamo invece inculcare nei nostri alunni il senso dell’onestà, della correttezza, della fiducia nelle proprie capacità, valori che saranno fondamentali nella loro vita futura e dei quali ci ringrazieranno. Se poi la società procede in senso opposto, ragione di più per combattere con tutte le forze la disonestà e la corruzione dilaganti. Solo così si può ricostruire una società che abbia qualche speranza di un futuro migliore.
Visto che non abbiamo altri mezzi e la legge non ci soccorre, cerchiamo almeno di contrastare quanto più possibile questo vero flagello della nostra scuola, a cui nessuno o quasi ha rivolto finora la dovuta attenzione. Nella mia esperienza di pluridecennale docenza di materie soggette alle copiature, mi sento di dare ai colleghi qualche consiglio, senza alcuna pretesa, così tanto per fare quattro chiacchiere. Mi riferisco ai compiti ed esami di latino e greco, dove gli alunni debbono tradurre in italiano un testo in lingua classica; di altre discipline, purtroppo, non mi intendo abbastanza.
Punto primo. Non prendere mai il brano da tradurre da un testo di versioni in uso nella scuola. I lestofanti che gestiscono questi siti maledetti offrono la traduzione in serie di tutte le versioni presenti in ciascun testo, nell’ordine numerico del libro originario e con gli stessi titoli: quindi, se un docente prende un brano da un libro X che alla pag. 151 porta la versione “Tradimento di Alcibiade”, ad esempio, al ragazzo basterà digitare il titolo e la pagina e troverà subito la traduzione. Occorre invece prendere il testo da internet, sui siti specifici (ad es. per il latino, http://www.thelatinlibrary.com), fare il copia-incolla su un file word e apporre al brano un titolo di nostra invenzione.
Punto secondo. Non lasciare il testo nella forma esatta con cui l’avete trovato, ma cambiare alcune costruzioni, l’ordine delle parole, togliere e aggiungere qualcosa di vostra iniziativa, al testo stesso; ciò per evitare che gli studenti, digitando le prime due o tre parole dell’inizio del brano o di un periodo trovino immediatamente la traduzione (ad es. invece di “Cognita militum voluntate Caesar Ariminum cum ea legione proficiscitur” si può scrivere “Ariminum cum ea legione proficiscitur Caesar de voluntate militum certior factus” o simili). Ciò disorienta il copiatore, rendendo la sua ricerca molto più difficile.
Punto terzo. Fare sempre consegnare i cellulari agli studenti prima del compito, ponendoli sulla cattedra. E’ vero che possono fare il giochetto di consegnarne uno e tenerne un altro addosso, ma la richiesta del docente di depositare TUTTI i cellulari ha comunque un effetto deterrente, perché l’alunno sa che, se scoperto, avrà in più l’aggravante di aver compiuto un doppio inganno e di essere quindi passibile di un provvedimento più pesante. A volte anche l’aspetto psicologico ha il suo peso. Attenzione anche alla qualità dei cellulari consegnati: se sono vecchi, solo telefoni e non smartphones (che adesso hanno quasi tutti), c’è il fondato sospetto che il furbetto di turno abbia un altro apparecchio nascosto.
Punto quarto. Le scuole dovrebbero munirsi di apposite apparecchiature in grado di rilevare la presenza di cellulari accesi in un determinato ambiente. Prodotti del genere esistono, ma costano una certa cifra, ed è quindi il consiglio di Istituto che deve assumersi l’onere dell’acquisto, non può farlo il singolo docente. Tuttavia, dato che il fenomeno ha ormai raggiunto proporzioni allarmanti e in certe scuole intollerabili, sarebbe il caso che gli organi collegiali deliberassero in tal senso, magari rinunciando a comprare ulteriori computer o mezzi multimediali costosi e pressoché inutili come le famose LIM, che servono solo ad arricchire le aziende produttrici. Esistono anche i cosiddetti disturbatori di frequenze, che impediscono proprio ai cellulari di connettersi a internet, ma il loro uso è vietato, e francamente non ne vedo il motivo; ma qui dovrebbe intervenire direttamente il legislatore, cioè il Ministero ed il Parlamento, cosa che – visto il disinteresse finora mostrato al problema – dubito fortemente che accada.

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I social network e la scuola

Personalmente non sono mai stato contrario, di principio, alle nuove tecnologie: posso dire anzi di essere stato affascinato, ormai da molti anni, dallo straordinario mondo di internet, che in effetti ha rivoluzionato il nostro modo di apprendere, di comunicare (vedi l’importanza della posta elettronica), di svolgere studi e ricerche. Basti pensare che, quando ho scritto la mia storia della letteratura latina (dal titolo “Scientia Litterarum”, pubblicata a Napoli nel 2009 da Loffredo), ho scaricato da internet centinaia di pagine di testi latini e di traduzioni da collocare nell’antologia, e tutto in pochi minuti. Quanto tempo sarebbe occorso, e soprattutto quanti errori di battitura avrei compiuto, se avessi dovuto scrivere tutto a mano?
Però gli antichi Romani, che sciocchi non erano, dicevano: “ubi commoda, ibi et incommoda”, il che significa che dove ci sono dei vantaggi, lì ci sono anche inconvenienti. Il detto può applicarsi benissimo alla moderna rivoluzione della rete: accanto a indubbi aspetti positivi ve ne sono tanti altri negativi, che tutti sanno e che non è il caso qui di elencare. Ne rammento solo uno perché connesso con il mondo della scuola e molto influente su di esso: l’uso indiscriminato che i giovani di oggi fanno dei cosiddetti social network, cioè Facebook, Twitter, Ask, WhatsApp e altri ancora. Questi programmi consentono di mandarsi messaggi, scambiarsi foto, video e quant’altro in forma più o meno privata, poiché chi si intende un po’ di internet può anche entrarvi e scoprirne i contenuti, come ho già detto in un altro post dove condannavo la sciocca abitudine di certi studenti di sparlare della scuola e dei docenti credendo di restare nell’anonimato. Comunque, oltre a questo aspetto già di per sé negativo perché potrebbe portare persino a cause penali, ve ne sono altri ancor più deleteri dovuti soprattutto al fatto che i nostri alunni non fanno soltanto uso di questi strumenti, ma ne fanno abuso, nel senso che vi passano ore ed ore trascurando così sia lo studio sia tutte le altre occupazioni più utili e proficue cui dovrebbero dedicarsi. Il danno che ne riceve la loro preparazione scolastica è pesante, perché è chiaro che chi passa il pomeriggio su Facebook o su Twitter non ha più tempo di studiare, con le conseguenze prevedibili dal punto di vista dell’andamento didattico.
Il guaio più grave connesso a questi nuovi passatempi, tuttavia, non è neanche questo, perché si potrebbe obiettare che anche ai nostri tempi, quando Facebook e compagnia non esistevano, c’erano pur sempre gli svogliati e i fannulloni che, invece di studiare, se ne andavano a giocare a pallone, a carte o a chissà cos’altro. L’aspetto più deleterio è che le comunicazioni che avvengono mediante i social network sono basate sul nulla, nel senso che gli studenti, anziché affrontare in rete qualche argomento di rilievo (non dico scolastico, per carità, ma anche di attualità, di politica, di sport o di altro), sprecano il loro tempo a scambiarsi complimenti o insulti di bassissima lega, a farsi domande stupide e ridicole su Ask (che in inglese significa appunto “domandare”) come ad esempio “cos’hai nel frigorifero?” o “con chi usciresti?”, “cosa hai mangiato oggi?” ed altre molto più volgari che qui per decenza non posso riferire. In questa maniera la mente umana, già gravemente danneggiata dalla televisione, dalla musica rocchettara, da internet stesso e dagli altri mezzi di informazione attuali che forniscono messaggi già confezionati e non richiedono il ragionamento intuitivo e deduttivo autonomo, si atrofizza del tutto, come un braccio legato al corpo che non si muova più per lunghi anni. Non solo: i messaggi scambiati sui social network, per la loro stessa natura momentanea e del tutto inconsistente, vengono immediatamente dimenticati, tanto che se si chiedesse ad uno studente cosa ha scritto il giorno prima su Facebook non si ricorderebbe più nulla. Questa comunicazione “usa e getta” tipica della società attuale, dove tutto appare in forma visiva, scorre via sullo schermo e non viene mai sedimentato nella mente, si trasferisce poi anche sui contenuti delle discipline scolastiche, tanto che un alunno che ha risposto decentemente in una interrogazione svolta un determinato giorno non ricorda più nulla o quasi di quei contenuti se gli vengono chiesti nuovamente appena una settimana dopo. E’ questo il problema più grave che mi trovo ad affrontare io nella mia esperienza quotidiana di docente di Liceo: gli alunni non sono affatto più sciocchi di quanto eravamo noi negli anni ’70, sono anzi più perspicaci e ricettivi; ma con la stessa rapidità con cui imparano tendono poi a dimenticare in poco tempo tutto ciò che hanno appreso. E non credo affatto, come sostiene qualcuno, che questo dipenda da una cattiva organizzazione dello studio o al disinteresse per le materie scolastiche, perché mi accorgo che anche gli alunni volenterosi e motivati dimenticano allo stesso modo. La responsabilità di questo disastro vero e proprio, a mio avviso, è dei nuovi strumenti comunicativi tipici della società moderna, che non richiedono alcun ragionamento né riflessione critica, ma solo ricezione passiva di informazioni che si succedono con straordinaria rapidità e che la mente, proprio per questo, non riesce a immagazzinare e sedimentare. Il messaggio televisivo o informatico arriva in un momento e velocemente passa, subito sostituito dal successivo; diverso è invece il caso del libro di carta, nella lettura del quale ci si può fermare a riflettere ed eventualmente rileggere ciò che non si è compreso fino a farlo restare immobile nella nostra mente. Ecco il motivo per cui noi adulti (per non dire quasi anziani) che abbiamo vissuto la nostra giovinezza quando questi strumenti ancora non esistevano, e che ci basavamo soltanto sui libri, imparavamo molte meno cose ma le ricordavamo per sempre: io stesso, per fare un esempio personale, rammento ancora ciò che ho studiato alle elementari, con la mia eccezionale maestra di allora, oltre mezzo secolo fa. Per lo stesso motivo non dobbiamo stupirci se gli alunni che arrivano ai licei non sanno più le tabelline: non è che non abbiano le capacità di impararle, è che sono abituati da sempre a fare 7 X 6 con la calcolatrice, invece che con la loro mente.
Questa situazione già pesante è oggi ulteriormente aggravata da quei formidabili strumenti imbonitori e produttori di ignoranza che sono i social network, i quali danneggiano irreparabilmente i nostri studenti, senza che i genitori si rendano conto del pericolo. E poi si verifica che quando vengono a parlare con i professori, essi affermino ingenuamente che i loro figli passano il pomeriggio nelle loro camere a studiare, e che non ne comprendano quindi gli esiti scolastici piuttosto deludenti. Provino a controllare più da vicino i ragazzi, a calcolare quanto tempo passano sui libri e quanto su facebook o su twitter! Quando avranno compiuto questa ricerca, forse potranno dirimere i loro dubbi.

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Cosa sperare per il nuovo anno?

E’ incominciato un nuovo anno, un evento per il quale non mancano mai gli auguri e i buoni propositi. Ma, ragionando obiettivamente e restando nel campo del verosimile, cosa possiamo sperare che possa avverarsi nei prossimi mesi? Ciascuno di noi ha ovviamente obiettivi ed aspirazioni diverse, personali e solo parzialmente condivisibili con altri. Per quanto mi riguarda, avrei molti desideri di cui vedrei volentieri la realizzazione, che preferisco però sintetizzare in tre punti:
1) dal punto di vista personale il 2014 rappresenta per me un anno importante ma anche preoccupante, perché in esso (e molto presto per giunta, a febbraio) raggiungo il traguardo dei 60 anni di vita: un traguardo non molto piacevole, se appena si considera che a questa età vediamo alle spalle ormai la maggior parte della nostra esistenza. Non è bello pensare a questo, ed è difficile spiegarlo ai nostri alunni, ragazzi dai 16 ai 18 anni che hanno invece davanti quasi tutta la loro vita. E se anche vogliamo guardare al futuro, la prospettiva abbastanza imminente è la pensione, un evento che io ritengo drammatico per me che ancora oggi, dopo 33 anni di insegnamento, conservo la stessa passione dei primi tempi e che sono infastidito persino dalla lunghezza delle vacanze natalizie. Credo che sarà un forte trauma per me dover lasciare il lavoro, quando le leggi mi costringeranno a farlo.
2) dal punto di vista dell’ambito in cui vivo, cioè la scuola, quello che posso augurarmi per il nuovo anno è che tutto proceda bene sia a livello personale che collettivo. In particolare, mi auguro che la nostra Ministra si renda conto dell’inopportunità delle sue esternazioni e che si adoperi per una scuola seria e formativa, evitando populismo e nostalgie sessantottine che altro non fanno che gettare malumori in chi lavora con impegno e volontà. Mi auguro che siano abbandonati i deliranti progetti di riduzione dei Licei a quattro anni e del famigerato biennio comune alle superiori. Mi auguro anche che il Liceo Classico si risollevi dalla crisi di iscrizioni attuale, e che i cittadini comprendano finalmente che la cultura umanistica è più che mai necessaria in questa società tecnocratica e globalizzata, perché consente di scoprire le nostre radici culturali e di comprendere, mediante il senso storico, la realtà circostante senza diventare macchine esecutrici di ordini e decisioni altrui.
3) dal punto di vista politico-sociale mi auguro che si allenti un po’ la morsa della crisi economica, e che per i giovani ci sia finalmente una prospettiva concreta di formazione e di lavoro. Mi auguro anche che chi è preposto alla guida dello Stato sappia fare onestamente e disinteressatamente il proprio dovere, pensando all’interesse dei cittadini e non al proprio, come Platone e Cicerone ci hanno insegnato; ma è anche auspicabile che finisca la stolta demagogia del “tutti a casa” e le proteste assurde di chi non sa neppure contro chi e che cosa protesta. Sarebbe necessario, al contrario, che tutti si dessero da fare all’interno delle proprie capacità e competenze, senza aspettare che la soluzione dei problemi arrivi dall’alto, come la manna dal cielo. Dobbiamo essere uniti in questo momento storico, non combatterci con i forconi e le parolacce in Parlamento. Atteggiamenti di questo tipo non hanno mai prodotto nulla di buono. Le rivoluzioni si potevano fare nel 1789, non oggi, quando il dialogo e lo spirito collaborativo, a mio parere, sono di gran lunga preferibili.

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