Interrogazioni e compiti in classe: i pro e i contro

Leggendo in qua e là su internet si incontrano articoli e commenti nei quali, con la solita esterofilia tipica del nostro Paese, si deplora il sistema valutativo in uso nelle nostre scuole e si esalta quello di alcune nazioni estere (in particolare i paesi anglosassoni), dove per valutare gli alunni non si fanno compiti in classe o interrogazioni, ma si procede mediante test a crocette, questionari o la presentazione di relazioni; solo in occasione degli esami di fine corso può essere effettuata (ad esempio in alcuni Länder della Germania) una verifica orale più o meno corrispondente alle nostre. Alcuni sostengono che i metodi di valutazionde della scuola italiana siano antiquati o peggio punitivi per gli alunni: l’interrogazione tradizionale, in altri termini, provocherebbe nello studente un eccesso di ansia e di angoscia che spesso, in caso di insuccesso o di risultato insufficiente, si tramuterebbe in un vero e proprio trauma psicologico, con senso di frustrazione a danno dell’autostima ed in generale della personalità dell’adolescente.
Io sono totalmente e tenacemente contrario a queste opinioni, diffuse soprattutto tra i pedagogisti di lontana formazione sessantottina, per i motivi che spiegherò. Anzitutto, se vogliamo fare un confronto tra i test a crocette (in uso in quasi tutti i paesi d’Europa e di oltre Oceano) e le nostre vituperate interrogazioni, non si può non risconoscere che sul piano culturale e formativo sono di gran lunga più efficaci queste ultime: la semplice risposta a domande con tre o quattro possibili alternative, infatti, è totalmente nozionistica e del tutto inconcludente, non abitua lo studente a ragionare, ad argomentare ed a sapersi esprimere correttamente nella sua lingua, il codice espressivo ancor oggi più importante. Inoltre un test, in qualunque forma lo si ponga, è facilmente copiabile da uno studente all’altro e dipendente in buona parte dalla fortuna, perché la crocetta può essere apposta sulla risposta esatta anche se scelta a caso tra quelle possibili. Le nostre forme di verifica dell’apprendimento, invece, sono di gran lunga più utili ed affidabili, da ogni punto di vista: per il docente è molto più agevole, alla prova dei fatti, verificare se l’alunno si sa esprimere bene sia oralmente sia per iscritto, mentre lo studente ha la totale possibilità di riflettere, ragionare ed argomentare, rivelando così l’effettivo livello culturale raggiunto. Un tema di italiano, tanto per fare un esempio, non lo si compila crocettando a caso una serie di quesiti, ma occorre operare un lavoro di ricerca degli argomenti da trattare, disporli nel giusto ordine, elaborarli in una buona forma espressiva, tutte operazioni che richiedono capacità di scelta, di riflessione, di ragionamento autonomo e critico. Lo stesso vale per le interrogazioni dove l’alunno, posto di fronte ad una domanda, deve sapersi esprimere in modo chiaro, corretto e saper impiegare in modo estemporaneo determinati linguaggi scientifici o tecnici; tutte operazioni logiche di grande rilievo, che non solo rivelano al docente le proprie conoscenze, ma rivestono soprattutto un’utilità formativa che i test ed i questionari non posseggono affatto. Si dice che i nostri alunni siano tra gli ultimi in Europa perché per effettuare le prove valutative comuni si ricorre ai test, a cui essi non sono abituati; ma vorrei vedere quale sarebbe la graduatoria europea se gli alunni inglesi, francesi o tedeschi dovessero svolgere un tema argomentativo o una verifica orale seria ed organizzata su molte discipline. Ne vedremmo delle belle!
Quanto al carattere deterrente e vessatorio che le classiche interrogazioni avrebbero, occorrerà fare una precisazione. In qualche caso questo potrebbe anche essere vero, quando il docente non conduce la verifica nel modo dovuto o pretende più di quanto gli studenti possano e debbano dare. Io sono convinto che l’interrogazione sia una normale prassi del percorso scolastico e che come tale vada intesa, evitando l’eccessiva emotività che molti ragazzi hanno a causa soprattutto della pressione dei genitori, i quali molto spesso desiderano buoni voti non tanto per il benessere dei figli, quanto per potersi vantare con gli amici ed esibire risultati che gratificano più l’orgoglio e l’autostima loro che non quella dei ragazzi. Da parte del docente, tuttavia, ritengo che sarebbe necessario seguire alcune semplici regole per rendere l’interrogazione un pacato colloquio piuttosto che un interrogatorio poliziesco, fermo restando che la valutazione dovrà comunque corrispondere alla reale preparazione degli studenti, senza regali e beneficenze per nessuno. Io personalmente mi attengo a questi semplici criteri: 1) prima ancora di iniziare le verifiche, informare gli alunni circa il loro reale peso valutativo, cercando cioè di far comprendere che un voto negativo in una singola prova non costituisce affatto una condanna definitiva, perché ci sarà comunque tutto l’agio ed il tempo per rimediare. L’interrogazione non deve essere considerata come una questione di vita o di morte, perché è proprio questo errato giudizio che scatena l’ansia e danneggia l’autostima. 2) ascoltare le esigenze della classe, distinguendo le ragioni reali dalle scuse ingiustificate. Se stiamo vivendo un periodo in cui la pressione valutativa dei singoli docenti è particolarmente forte, occorrerà essere disponibili a collocare le verifiche in modo da non far rischiare allo studente di dover preparare tre o quattro discipline per lo stesso giorno. 3) essere disponibili, se non sempre almeno nei periodi di più intensa attività didattica, ad accettare la programmazione delle verifiche e la presenza dei cosiddetti “volontari”. Lo so che così c’è il concreto rischio che gli alunni si mettano alle spalle una disciplina finché non arriva il giorno dell’interrogazione e la studino tutta insieme in uno o due pomeriggi, ma le verifiche a sorpresa hanno effetti anche peggiori, come le assenze di massa o le giustificazioni fasulle e la diffusione di un clima di terrore che non giova a nessuno. E poi, almeno nel mio caso, io interrogo su tutto il programma svolto, quindi se anche le verifiche sono programmate ciò non esime lo studente dal doversi preparare in modo organico e completo. 4) Durante l’interrogazione, porre allo studente domande chiare e ben collegate al lavoro effettivamente svolto, senza divagare o pretendere intuizioni geniali. Nei casi di alunni particolarmente bravi è anche possibile porre quesiti più complessi e per i quali c’è bisogno di un’elaborazione critica dei contenuti, ma in altri casi ciò non è auspicabile. 5) Lasciar parlare lo studente, senza interromperlo continuamente, magari per “fargli lezione” durante la verifica. Solo se si smarrisce e non riesce più ad orientarsi, il docente dovrà intervenire cercando di riportarlo all’argomento richiesto o ponendogli la domanda in modo diverso. 6) astenersi da qualunque atteggiamento punitivo o peggio derisorio nei confronti dello studente. Se non è preparato, se non ha studiato, prenderà un voto negativo, questo non si discute; ma la dignità personale e l’autostima di ciascuno vanno sempre rispettate. Non ha molto senso dire con aria severa “Ma io questo l’ho spiegato!”, oppure “Sul libro c’è”, perché affermazioni simili hanno un effetto deprimente, non aiutano lo studente a comprendere il proprio esito didattico, che sarà ben chiarito dal voto finale. 7) Non discutere mai con gli studenti il voto dell’interrogazione. E’ il docente che decide, con il massimo senso di giustizia e senza fare alcuna distinzione tra i suoi alunni, i quali spesso non si rendono bene conto del loro rendimento. Perciò non vanno assolutamente accettate contestazioni o proteste, perché se è vero che lo studente deve essere messo a suo agio il più possibile nel sostenere la prova, è altrettanto vero che la valutazione compete al docente e soltanto a lui.
Con queste semplici annotazioni non ho inteso fare scuola a nessuno, perché ciascuno ha le proprie convinzioni ed in base a quelle deve agire; ho voluto soltanto esternare quello che è il mio personale metodo di lavoro nell’ambito della valutazione, un metodo che deriva da quasi 35 anni di esperienza di insegnamento e che, almeno fino a questo momento, sembra aver dato buoni risultati, visto il giudizio che ne hanno espresso fino ad ora studenti e genitori.

2 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Il difficile equilibrio tra l’essere e l’apparire

Siamo ormai a novembre, il periodo in cui tutte le scuole superiori organizzano i cosiddetti “open days”, i giorni in cui gli istituti restano aperti per farsi visitare dagli alunni delle terze medie e dai loro genitori e comunicare loro la cosiddetta “offerta formativa”, ossia le caratteristiche di ogni corso di studi e le attività che la scuola promuove. Questa azione di propaganda viene esercitata anche mediante visite alle scuole medie, allo scopo di convincere quanti più ragazzi possibile ad iscriversi alla propria scuola o al proprio indirizzo, in una sorta di gara fra istituti spesso portata avanti anche con artifici di dubbia onestà pur di accaparrarsi gli iscritti sottraendoli alla “concorrenza”. Una situazione, questa, che c’è sempre stata, ma che attualmente si è accentuata da quando si è affermato il concetto di “scuola-azienda”, che risponde a criteri puramente quantitativi: il prestigio di un Istituto, in altre parole, è direttamente proporzionale non all’effettiva preparazione che riesce a dare ai suoi studenti, ma semplicemente al numero di essi e soprattutto a quello dei promossi e dei diplomati. Ad un numero maggiore di iscritti corrisponde anche, in base a questo concetto, un aumento dei finanziamenti pubblici per progetti, attività varie ecc., ed anche indennità per i dirigenti scolastici ed i loro collaboratori. Così anche il sistema dell’istruzione viene sottoposto all’ormai dominante legge del mercato, dove tutto è subordinato all’idea della “produttività” materiale e dove il ruolo fondamentale della scuola, quello cioè di trasmettere e formare la conoscenza, viene messo inevitabilmente in secondo piano.
Perciò ogni anno si apre questa competizione tra gli istituti che a volte rasenta il ridicolo, in una specie di vendita all’asta dove ognuno si sforza di offrire più del vicino. Ma per ottenere un maggior numero di iscritti non basta che una scuola dichiari di svolgere attività extracurriculari che possano attrarre gli studenti (scambi culturali, viaggi esotici, teatro, tornei sportivi, settimane bianche e chi ne ha più ne metta), occorre anche ch’essa non appaia troppo difficile ed impegnativa ai ragazzini ed alle loro famiglie, le quali aspirano per lo più ad ottenere il diploma senza troppa fatica e possibilmente con voti alti, e senza perdere troppo tempo a studiare. Lo studio è fatica, si sa, ed oggi la fatica non piace a nessuno, soprattutto quando si vede che hanno successo in società ed in televisione persone ignoranti come capre, che solo hanno avuto la fortuna di avere un bell’aspetto o conoscere qualcuno “ammanicato” che li ha potuti favorire. La cultura è ormai concepita da tante persone come un inutile orpello tipico di quegli “sfigati” che non hanno saputo farsi strada in altro modo in questa società utilitaristica e superficiale. Accortesi di ciò, molte scuole si sono adeguate all’aria che tira e riescono a far proseliti ed avere molti iscritti semplicemente riducendo i programmi di studio, impegnando gli alunni sempre di meno e garantendo a tutti, o quasi, la promozione e le alte valutazioni. Così alunni e genitori sono felici, ottengono il loro bravo diploma faticando poco e possono dedicarsi senza problemi a ciò che più piace loro di fare.
Certamente in questa situazione le scuole da sempre ritenute più impegnative, cioè i licei Classico e Scientifico, hanno tutto da perdere, a meno che non si adeguino anche loro all’andazzo comune, perché quando si sparge la voce, più o meno fondata, che una determinata scuola richiede impegno e non attribuisce con tanta larghezza le valutazioni, rischia di essere abbandonata e di vedere ridotta di molto la propria presenza sul territorio. E’ quello che è successo in questi ultimi anni al Liceo Classico, che ha visto ridursi i propri iscritti dal 10 al 6 per cento (dato nazionale) proprio perché è un corso di studi altamente formativo, che conduce veramente al pensiero critico e fa conoscere tutto ciò che di più bello è stato creato dall’uomo nei secoli, ma ha l’imperdonabile difetto di essere impegnativo, di richiedere riflessione e concentrazione, qualità che i giovani di oggi, nell’epoca di facebook, di twitter, di ask e delle pagliacciate televisive, non sono più disposti ad esercitare.
Cosa fare allora? Continuare stoicamente a mantenere alto il livello dei propri contenuti culturali ed i propri parametri valutativi con il rischio di ridursi sempre di più fino a scomparire, oppure adeguarsi alla superficialità dilagante richiedendo sempre meno agli studenti e aumentando i voti a tutti? E’ un equilibrio difficile. Molti istituti tecnici e licei -anche della mia provincia – hanno scelto, purtroppo, la seconda alternativa, come si può constatare osservando non solo i dati sulle iscrizioni, ma anche i risultati degli esami di Stato, dove abbondano le votazioni massime (100/100 con o senza lode) e tutti sono promossi con valutazioni per lo più superiori alla reale preparazione; e ciò anche perchè molte persone della nostra categoria ritengono che tale comportamento non solo aumenti il numero degli iscritti, ma che ne guadagni pure il prestigio della loro scuola, ch’essi immaginano tanto più elevato quanto più alto è il cosiddetto “successo formativo”. Secondo tale mentalità poco importa il fatto che tale successo sia solo formale e non sostanziale, come di frequente emerge dagli esiti degli studi successivi. A chi non vuole conformarsi alla faciloneria ed al buonismo accade però di sentirsi dire – e con buona ragione, del resto – che i suoi studenti, valutati secondo il loro reale rendimento, sono svantaggiati rispetto a quelli delle altre scuole che attribuiscono voti più alti, perché se debbono sottoporsi a test d’ingresso o iscriversi a facoltà o scuole universitarie dove è richiesto un certo voto di diploma, appaiono certamente meno brillanti degli altri. Cosa si può fare allora? Cedere le armi e adeguarsi alla superficialità altrui o restar fedeli ai propri principi morali ed alla propria professionalità? Confesso di non saper dare una risposta definitiva a questa domanda, perché io stesso, in questo dilemma, mi trovo assalito da molti dubbi. Certo, se esistesse una vera comunicazione e collaborazione tra scuole dello stesso tipo e grado si potrebbe arrivare, almeno nelle singole province, ad un’azione valutativa più omogenea rispetto al sistema attuale dove ognuno fa quel che vuole; e lo stesso risultato potrebbe essere ottenuto mediante una valutazione esterna veramente efficace dei vari Istituti d’istruzione, che identificasse il successo formativo non con il numero dei diplomati o con la media dei voti riportati, ma con il reale livello qualitativo della preparazione raggiunta dagli studenti. Il problema è che queste che ho enunciato adesso sono mere ipotesi di difficile se non impossibile realizzazione, anche perché manca la reale volontà di affrontare e risolvere la questione; quindi le cose continueranno ad andare come sono sempre andate, con buona pace di tutti.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Un libro per il futuro

Copertina

Il libro di cui ho raffigurato la copertina, mettendola all’inizio di questo post, è un vero gioiello che tutte le persone di cultura – o forse, meglio, quelle non acculturate abbastanza – dovrebbero leggere. In questi giorni io ed i miei alunni della classe 5° Liceo Classico (ex III° Liceo) lo stiamo esaminando e commentando in attesa del prossimo 6 dicembre, giorno in cui verrà nella nostra scuola, ad illustrarcene il contenuto e a discuterne con noi, l’autore del libro in questione, il prof. Nuccio Ordine, ordinario di letteratura italiana all’Università della Calabria.
Non è molto difficile enunciare la tesi di fondo che il prof. Ordine sostiene in questa pubblicazione, benché egli ce la illustri con dovizia di particolari e riferimenti dotti: si tratta di una concezione della cultura e dell’istruzione nella quale io ho sempre creduto, anche prima di sentirmi confortato dalle parole illustri dello studioso, quella cioè secondo cui le conoscenze che si apprendono nella vita, ma soprattutto nella scuola ed all’università, non debbono essere necessariamente ricondotte alla categoria dell’”utile”, cioè a ciò che “serve” nella vita pratica e nelle attività lavorative, economiche e commerciali. Nella nostra società, soprattutto in questi ultimi anni, si è infatti affermata con prepotenza una mentalità materialistica e utilitaristica, secondo cui si dovrebbe studiare e sapere soltanto ciò che può essere finalizzato – immediatamente e direttamente – allo svolgimento di un lavoro che fornisca uno stipendio o comunque al raggiungimento di certe “competenze” tecniche da applicare nella vita quotidiana. Questa funesta mentalità ha avuto pesanti riflessi nella nostra scuola, culminati nella ripresa degli istituti tecnici e professionali (prima in crisi) e nel vistoso calo delle iscrizioni al Liceo Classico, corso di studi che in molte delle nostre città si è talmente ridotto da rischiare persino di scomparire. Coloro che si iscrivono ai Licei preferiscono di gran lunga lo scientifico ed il linguistico, nella convinzione non soltanto che siano meno impegnativi del classico, ma anche che siano più “utili”, appunto, perché fondati sulle discipline scientifiche (ritenute più consone ai tempi attuali) e con una ridotta presenza di quelle umanistiche, che agli occhi di molte persone non rientrano nella categoria dell’utilità pratica. A chi dei nostri studenti non è capitato di sentirsi chiedere: “Ma a che ti servono il latino ed il greco?”
Precisiamo anzitutto un concetto. Se volessimo considerare le discipline studiate a scuola in base al mero parametro dell’”utile”, allora nessuna di esse (tranne forse alcune materie dei professionali) avrebbe diritto di cittadinanza. Forse che a qualcuno capita, nella vita di tutti i giorni, di dover risolvere equazioni di secondo grado o problemi di analisi matematica? E poi, se capitasse, c’è sempre la calcolatrice… Forse che la fisica e la chimica si applicano nella vita quotidiana, a meno che uno non lavori in un laboratorio di analisi o faccia di professione il chimico? Per non parlare di altre discipline come storia, geografia, filosofia, letteratura, musica ecc.: si può vivere benissimo senza conoscerle, e se a qualcuno caso mai, in un rigurgito di curiosità intellettuale, venisse un dubbio su qualche argomento, basta andare su Wikipedia e la risposta è lì, bella e pronta, messa sotto il nostro naso come un piatto di spaghetti già conditi. Quindi perché studiarle a scuola? Evidentemente perché la cultura, come sostiene il prof. Ordine e molti altri illustri studiosi anche dell’ambito scientifico, non deve soltanto “servire”, ma prevalentemente “formare”, ossia creare nel discente una mente pensante che sia in grado di prendere autonomamente le sue decisioni, conoscere i propri diritti e doveri, osservare la realtà con spirito critico. E da questo punto di vista tutte le discipline non “tecniche” sono “utili”, nel senso che torna sommamente costruttivo ciò che invece, agli occhi della società moderna, sembra “inutile”. Sul piano formativo del pensiero autonomo, infatti, non v’è molta differenza fra una traduzione dal latino ed un esercizio di matematica, perché entrambi richiedono uno sforzo di intuito e di ragionamento autonomo che è l’esatto contrario di Wikipedia e di tutto ciò che su internet o altrove si trova già pronto, senza che sia richiesto alla mente umana il minimo sforzo. Ed è per questo che proprio ciò che sembra non avere utilità pratica finisce invece per essere fondamentale, l’unico strumento attivo che oggi abbiamo per contrastare l’atrofizzazione delle facoltà mentali provocata dalla “civiltà dell’immagine”, come si suol chiamare l’insieme delle notizie “usa e getta” fornite dagli strumenti informatici e mediatici che condizionano pesantemente la nostra esistenza.
Quando io, alla tenerà età di 14 anni, scelsi di frequentare il Liceo Classico, lo feci perché quella scuola mi piaceva più di tutte le altre, e mi piaceva proprio il fatto che era quella che “serviva” di meno, convinto come sono sempre stato che l’istruzione e la cultura non debbono essere viste solo come un semplice strumento per ottenere un posto di lavoro retribuito, ma come il tramite essenziale per la formazione completa della personalità. E ancor oggi, dopo tanti anni, rimango della stessa idea, perché credo fermamente che le discipline umanistiche (non solo il greco ed il latino, ma tutte nell’insieme) siano fondamentali, anche e soprattutto in questa società tecnologica; e non soltanto per la formazione del pensiero critico che dicevo sopra, ma anche perché la conoscenza del codice lingua, pur non essendo più l’unica forma di espressione, è ancora insostituibile. Se qualcuno, ad esempio, si troverà nella necessità di svolgere una relazione, una presentazione di un progetto, oppure presentarsi ad un colloquio di lavoro o tenere un discorso in pubblico, anche se parlerà di “marketing” o “problem solving” (termini orribili!) dovrà comunque farlo in una lingua corretta e fluida, dovrà convincere gli astanti o i lettori della validità del suo lavoro, dovrà, in altre parole, far ricorso ai mezzi espressivi della retorica classica. Una simile formazione culturale, pur raggiungibile anche con altri corsi di studio, è garantita al massimo grado, proprio per la sua struttura didattica, dal Liceo Classico, dove tuttavia non si trascurano affatto le discipline scientifiche, perché anch’esse hanno grande rilievo in tutte le società e soprattutto in quella odierna; e non sarà certo un caso se tanti ottimi ingegneri, matematici, fisici biologi ecc. provengono appunto da questa scuola. E’ ora di finirla per sempre con la surrettizia distinzione oppositiva tra cultura umanistica e scientifica: la cultura è una soltanto, un’unica grande pianta suddivisa in tanti diversi rami. Questo sostiene, appunto, il libro del prof. Ordine, il quale ci mostra come nella storia dell’umanità proprio ciò che sembrava inutile, nozionistico e persino pedante ha invece ricoperto un ruolo decisivo per la scienza e per il progresso umano.
Purtroppo ancor oggi si sentono pronunciare tante bestialità degne dei selvaggi dell’Amazzonia, e le si sentono purtroppo anche dalla bocca di persone in vista o che comunque hanno un potere politico o mediatico. Ho letto da qualche parte che nella recente “kermesse” della Leopolda a Firenze un certo imprenditore a me ignoto, ma a quanto pare molto famoso per la sua stretta fede renziana, tale Davide Serra, ha affermato che la scuola non dovrebbe più dare spazio alle discipline umanistiche, ma far studiare solo ciò che è “cool” e “figo”. A parte il linguaggio squallido e rozzo (i venditori di verdura al mercato parlano molto meglio), cosa voleva intendere con quelle parole? Cool in inglese significa “fresco”, mentre “figo” è un orrendo termine del linguaggio giovanile che vale “simpatico, divertente” o simili. Quindi a scuola si dovrebbero studiare solo gli argomenti di attualità (freschi, appunto) e far divertire gli alunni, trasformarci insomma in un luna park o una sala da giochi. C’è solo da augurarsi che il nostro Presidente del Consiglio, che ha organizzato il raduno della Leopolda, non la pensi allo stesso modo, altrimenti ci sarà da ridere. Ridere sì, ma per non piangere!

7 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

La pagella per i prof.

Augusto Cavadi, filosofo e docente di liceo con un’anzianità di 40 anni, ha pubblicato di recente (il 16 ottobre) un articolo su “Repubblica”, sezione di Palermo, in cui prende parte al dibattito, molto attuale, circa la tanto discussa valutazione delle scuole e dei docenti. La sua proposta, apparentemente provocatoria, mi pare invece attuabile più di altre e soprattutto molto concreta: poiché infatti egli ritiene che ogni docente debba fare carriera in base al merito e non all’anzianità, e che nessuno possa arrivare in cattedra se non per meriti accertati e non tramite sanatorie, avanza la proposta di compilare una “pagella” per ciascun docente in ogni scuola, allo scopo di distinguere i professori veramente preparati e impegnati nel loro lavoro da coloro che avrebbero dovuto scegliere un altro mestiere. Consiglia pertanto di formare commissioni costituite da un docente del consiglio di classe, un rappresentante del personale ATA, un genitore e tre studenti, o meglio tre ex-studenti, che abbiano lasciato la scuola di appartenenza da non più di tre anni. A questi studenti andrebbero rivolte una serie di domande che porterebbero, in base alle risposte, ad assegnare dei voti ai professori e stilarne quindi la pagella. Le domande suddette potrebbero essere, ad esempio: “Il tuo prof. era puntuale a lezione?” “spiegava in modo appassionato o svogliato?”, “faceva monologhi eruditi o si faceva capire bene dagli alunni e li coinvolgeva nella spiegazione?”, “utilizzava bene l’ora a disposizione?”, “era veloce nella revisione dei compiti scritti?”, “sapeva instaurare un buon rapporto con la classe, in modo da evitare sia l’instaurazione di un clima di terrore sia il lassismo e l’indisciplina?”. Secondo Cavadi le risposte più attendibili le fornirebbero gli studenti usciti dalla scuola da non meno di un anno (perché in caso contrario potrebbero avere ancora simpatie o risentimenti verso alcuni docenti), e da non più di tre, perché un tempo troppo lungo potrebbe offuscarne la memoria.
Debbo dire che fino ad ora non conoscevo se non di nome il prof. Cavadi, ma il suo articolo mi trova sostanzialmente d’accordo, tranne che sulla composizione della commissione per la pagella ai professori: non vedo infatti cosa c’entri in essa la partecipazione del personale ATA, che, con tutto il rispetto, non ha certo la competenza per giudicare il lavoro dei docenti. Io vedrei volentieri in questa commissione, oltre al genitore ed agli ex studenti, anche il dirigente scolastico e un docente anziano della scuola che appartenga al medesimo ambito disciplinare del docente da valutare. Chi infatti meglio del Dirigente e dei colleghi anziani può giudicare l’effettivo valore di ogni docente della scuola, che essi conoscono certamente per esperienza? Sono invece d’accordissimo nell’affidare questo compito agli ex-studenti e non agli studenti in corso, perché questi ultimi hanno sì la capacità, ma non la maturità necessaria per giudicare oggettivamente i loro insegnanti. Mi spiego: i ragazzi sanno benissimo chi dei loro professori è più o meno efficace didatticamente, ma sono condizionati dalle valutazioni loro assegnate, alle quali tengono moltissimo: se quindi dovessero dare un parere sui loro insegnanti, non favorirebbero i migliori, ma quelli che danno loro i voti più alti e che li fanno studiare di meno. E non mi si dica che non è vero, perché tutti abbiamo avuto 15-17 anni, e tutti ci saremmo comportati così; una volta usciti dalla scuola, invece, le cose cambiano e lo studente, quando è ormai giunto all’università o nel mondo del lavoro, si rende conto che i docenti didatticamente più validi erano proprio quelli che assegnavano voti bassi e facevano studiare di più, perché solo così si crea la preparazione e la formazione culturale della persona umana. Basta parlare con un ex studente e ci accorgiamo subito che non ha alcuna stima per quei professori che assegnavano voti sufficienti per principio, perché di quelle materie, non essendo stato costretto a studiarle, non ricorda nulla; apprezza invece proprio quei professori che, con la minaccia del voto negativo, costringevano gli alunni a studiare, perché solo così si riesce ad imparare qualcosa.
E’ certo comunque, al di là della proposta di Cavadi, che la valutazione dei docenti andrebbe effettivamente realizzata, perché è profondamente ingiusto e nocivo per l’intera comunità nazionale il fatto che continuino a restare in cattedra persone incompetenti o peggio demotivate, giacché è palese che il primo che deve dimostrare entuasiasmo ed interesse per le proprie discipline è proprio il professore, altrimenti non si può pretendere che gli studenti, che sono in età adolescenziale e quindi estremamente fragili, studino con impegno e volontà. A parer mio, tanto per dirne una, non si dovrebbe permettere ai docenti di esercitare altre attività lavorative (studi legali, professionali ecc.), ma dovrebbero dedicarsi totalmente all’insegnamento, perché è una professione che, se fatta bene, assorbe talmente tante energie da non lasciare spazio ad altro. Ed è una vera e propria catastrofe, secondo me, anche l’intenzione del governo di assumere 150.000 precari senza sottoporli ad un concorso serio e selettivo che ne accerti la reale disposizione all’insegnamento e l’oggettiva preparazione nelle loro discipline. Le immissioni in ruolo “ope legis”, cioè le sanatorie, non esistono in altri ambiti: chi assumerebbe un chirurgo o un pilota di aerei senza un preventivo accertamento delle sue capacità? Alle sanatorie si è fatto invece ricorso – purtroppo – nella scuola italiana molto spesso, a partire dagli anni ’70, e ciò ha provocato disastri inenarrabili, mettendo in cattedra persone assolutamente inadatte a questa professione, che è sì stancante, usurante e difficile, ma anche fondamentale per ogni Paese che voglia definirsi moderno e civile, e non meno importante di quella del chirurgo o del pilota.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica, Uncategorized

La TV e l’antipolitica

Domenica scorsa ho assistito al programma di RaiUno “L’Arena”, condotto da Massimo Giletti nel primo pomeriggio, e debbo dire che l’impressione che ne ho tratto non è stata affatto positiva. Nel trattare argomenti di attualità (in quel caso la recente alluvione di Genova) il conduttore e gran parte del pubblico si sono lanciati in una serie di accuse veementi contro la classe politica e gli amministratori in generale, indicandoli al pubblico disprezzo come artefici e cause di tutti i mali del nostro tempo.
Siccome a me piace fare l’avvocato del diavolo, mi viene da sostenere che questo clima di caccia alle streghe contro una sola categoria di cittadini mi pare esagerata e a volte ingiusta; non solo perché esistono anche politici e amministratori onesti, cosa di cui tutti sembrano essersi dimenticati, ma anche perché i lacci e lacciuoli burocratici che esistono nel nostro Paese tarpano le ali anche a chi è animato da una sincera volontà di fare qualcosa di buono per i cittadini. Basti pensare all’estrema facilità con cui si può ricorrere ai TAR (tribunali amministrativi regionali) contro qualunque provvedimento delle amministrazioni, con conseguente blocco dei lavori per mesi ed anni ed una coda di pastoie giudiziarie che non finiscono più. Una volta che un’opera viene decisa per interesse pubblico (come appunto quello di evitare le alluvioni) nessuno dovrebbe potersi opporre, ed i lavori ultimati entro una data stabilita. Se non si elimina la giustizia ingiusta e inutile, sarà difficile ottenere qualche risultato apprezzabile.
Tornando alla trasmissione di domenica scorsa, ed anche a tante altre sulle varie reti, io ritengo inopportuno e dannoso fare propaganda, mediante la TV di Stato, contro lo Stato stesso e le persone che lo rappresentano. Si parlava degli stipendi dei politici e degli impiegati del Parlamento, denunciando lo scandalo di retribuzioni troppo alte. A parte il fatto che gli stipendi lì dichiarati erano lordi (quindi il netto è circa la metà), ma non si è tenuto conto che ci sono categorie di cittadini che guadagnano molto di più dei politici, e nessuno si scandalizza per questo. Che dire dei medici specialisti, che prendono anche 150 euro per una visita di 10 minuti e spesso non rilasciano nemmeno la ricevuta fiscale? Che dire degli avvocati di grido, con parcelle milionarie? Che dire di certi commercianti e artigiani che lavorano in privato, per lo più al nero, guadagnando il 200 per cento sui prodotti che vendono? Di quelli nessuno parla, anzi costoro si lamentano pure di dover pagare le tasse e spesso denunciano redditi ridicoli, per cui un gioielliere del centro di Roma risulta più povero di un cameriere o di un operaio. Perché non fare indagini serie sul tenore di vita delle persone e metterli in manette se dichiarano magari 20.000 euro all’anno e poi hanno lo yacht e la villa con piscina?
Con questo non intendo dire che politici e amministratori non abbiano le loro colpe e le loro corruzioni, ma mi pare ingiusto questo clima di caccia alle streghe che si rivolge contro una sola categoria e viene portato avanti dalla TV di Stato, i cui “lavoratori”, come si sa, sono pagati profumatamente. Se Giletti si scandalizza per gli stipendi dei politici, perché non dice qual è il compenso che gli elargisce la Rai, pagata con i soldi di tutti, per condurre una trasmissione di un’ora alla settimana?
E poi c’è un altro grave problema: che cioè queste requisitorie televisive alimentano l’antipolitica, un rovinoso fenomeno dei nostri tempi che porta i cittadini a non avere più fiducia nello Stato, a non collaborare per il bene comune, a chiudersi nell’individualismo e nel disfattismo, tutti atteggiamenti che minano gravemente la reputazione del nostro Paese e la stessa vita pubblica e privata di ciascuno di noi. Abbiamo visto concretizzarsi questo spaventoso atteggiamento mentale nel successo che, alle ultime elezioni, ha avuto il comico Beppe Grillo, fondatore di un movimento disfattista e violento che non dialoga con nessuno, non collabora con nessuno, è capace solo di urlare volgarità e di dire sempre di no, pregiudizialmente, a tutto e a tutti. Questo livello di inciviltà a cui ci ha abituato il M5S (movimento “cinque stalle”, io lo chiamo così) è frutto di un’antipolitica becera e qualunquista, oggi purtroppo alimentata anche da coloro che, lavorando in un’azienda pubblica (la Rai) dovrebbero presentare ai cittadini la verità oggettiva, non cercare squallidamente, con questi atteggiamenti demagogici, di guadagnarsi l’applauso personale ed un successo che non meritano.

2 commenti

Archiviato in Attualità

Una nuova esperienza: insegnare italiano

Grazie al fatto che le due classi di concorso n° 51 (materie letterarie e latino) e 52 (materie letterarie, latino e greco) sono state praticamente unificate dal Ministero, soprattutto per salvaguardare la 52 che è in sofferenza a livello nazionale, quest’anno ho potuto anch’io fare un’esperienza che desideravo da molto tempo: insegnare anche italiano, oltre che latino e greco, in una classe del triennio del Liceo Classico. E dopo appena un mese da che è iniziata questa esperienza debbo dire che non me ne pento affatto, anzi ne sono sempre più convinto; una ventata di aria nuova, a mio parere, è sempre salutare anche dopo 34 anni di insegnamento quanti sono appunto quelli che ho sulle spalle, e consente di rivedere contenuti un tempo studiati ma poi, trascurati per decenni, un po’ arrugginiti, se non offuscati del tutto. Ritengo sia opportuno per noi docenti rimettersi in gioco svolgendo attività nuove, per evitare di ripetere ogni anno – più o meno – gli stessi argomenti e anche per tenere in allenamento le nostre facoltà mentali, cosa di cui c’è bisogno ad una certa età. Insegnare anche italiano, inoltre, mi dà la possibilità di operare confronti tra le varie epoche della produzione letteraria e di non restare confinato in un’unica dimensione – quella dell’antichità classica – che è sì fondamentale ma non atemporale e conclusa in se stessa. Debbo dire anche, in aggiunta, che ho sempre avuto una grande ammirazione per la letteratura italiana, senza dubbio la più bella del mondo, la cui approfondita conoscenza giudico irrinunciabile per i nostri studenti e per chiunque voglia chiamarsi persona di cultura.
Ciò detto, ho però dovuto constatare che l’insegnamento dell’italiano, nella scuola attuale, non è affatto impresa facile. Una prima difficoltà si presenta con la formulazione dei compiti scritti, oggi molto più complessi e articolati di quelli di un tempo: quando andavamo a scuola noi, infatti, c’era il classico “tema” di argomento letterario, storico o generale, e nient’altro. Oggi invece, in previsione dell’esame di Stato, dobbiamo abituare gli alunni ad altri esercizi, non facili da formulare e da correggere: l’analisi del testo, il saggio breve, l’articolo di giornale ecc. Questo comporta per i docenti una fatica ben maggiore: i nostri professori, infatti, formulavano solo due o tre titoli di temi, mentre noi dobbiamo andare a cercare testi adatti e corredarli con una serie di richieste e quesiti adatti alla classe frequentata dagli studenti, ed inoltre trovare articoli, saggi critici, pagine di libri o quotidiani da cui ricavare il materiale che gli studenti dovranno consultare per il saggio breve. Un’impresa difficile e complicata, cui si aggiunge la fatica della correzione degli elaborati, più lunga e pesante di quella occorrente per rivedere un compito di latino o di greco.
Il docente di italiano, in aggiunta a quanto detto sopra, ha anche l’ingrato compito di condurre lo studente a sapersi esprimere correttamente, fluidamente e possibilmente senza errori sintattici, morfologici ed ortografici; e questo perché il codice lingua, nonostante l’invadenza proterva dei nuovi strumenti multimediali e della “civiltà dell’immagine”, resta ancora fondamentale e insostituibile. Ma è cosa niente affatto agevole correggere usi ed errori inveterati dai tempi delle elementari, così come condurre ad un’adeguata proprietà di linguaggio chi è abituato ad un lessico povero e consuetudinario, quando non addirittura inficiato da idiotismi ed espressioni vernacolari. La storia della letteratura inoltre, bellissima in sé, può però nascondere il pericolo di un condizionamento ideologico del docente e degli alunni stessi, dato che i libri di testo sono spesso tendenziosi ed anche il docente stesso, nell’affrontare argomenti vicini all’attualità, non può fare a meno di lasciar trasparire la sua visione del mondo, che è poi la politica in senso lato ma anche, talora, in senso stretto. E’ vero che anche Dante era un politico, e di quelli impegnati al massimo grado; ma oggi, in un clima ove persino i classici concetti di destra e di sinistra sembrano non avere più alcun senso, si corre il rischio di lasciare perplesso chi ci ascolta e forse di confondergli le idee, anziché chiarirgliele. Occorre perciò molta cautela ed equilibrio nel trattare autori come Manzoni, Verga, Pirandello, D’Annunzio ed ancor più quelli più recenti.
Queste sono le considerazioni sulle difficoltà dell’insegnamento che mi vengono in mente adesso, e sono certo che i problemi da affrontare non saranno di poco conto; ma sono anche convinto che la passione per l’insegnamento e l’entusiasmo che ho sempre provato al pensiero di poter mettere a disposizione di altri quel poco sapere che mi ritrovo, mi faranno comunque trovare una via d’uscita. Ed è questo l’augurio che formulo non soltanto a me stesso, ma anche a tutti i colleghi che ogni giorno, con tanta competenza e professionalità, svolgono come meglio possono questo difficile lavoro.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

La lingua italiana umiliata e offesa IV: gli anglicismi

Ecco il quarto e ultimo post sulle sofferenze oggi patite dalla nostra lingua, che mi decido a scrivere con una certa amarezza perché temo che al problema qui ricordato non vi sia rimedio. Inizio con una premessa che mi pare necessaria, cioè che io considero la lingua di un popolo, quella in cui si è espressa la sua letteratura e la sua cultura in genere, un tratto distintivo e irrinunciabile della sua identità storica, politica e sociale. Una nazione come la nostra, che con la sua arte figurativa, la sua musica, la sua letteratura ha dominato il mondo per secoli, dovrebbe preservare la purezza della sua lingua come un patrimonio prezioso; e invece, da molti anni ormai, assistiamo ad un continuo imbastardimento dell’italiano e al suo continuo arretrare di fronte all’irrompere prepotente e irrispettoso dell’inglese, che ha ormai contagiato a tutti i livelli ed in tutti i settori il nostro modo di parlare quotidiano. Il fenomeno è a mio parere molto increscioso, perché inquinare la propria lingua con il lessico, la fraseologia, la sintassi di un’altra significa, in certo modo, rinunciare alla propria identità culturale ed anche alla dignità collettiva di un Paese che, dopo aver primeggiato in Europa e nel mondo per tanti aspetti, si trova adesso ad essere svilito addirittura dai propri abitanti; io credo infatti, e non ho remore ad affermarlo, che questa schiacciante invasione dell’inglese, cui molte persone aderiscono forse perché sembra loro di essere più “chic” a inserire nel proprio eloquio tanti anglicismi e americanismi, sia solo una delle tante manifestazioni di quell’autolesionismo, di quella svalutazione e vilipendio di tutto ciò che è italiano e nazionale da cui tante persone sono affette. In ogni settore della vita pubblica è in voga oggi la più becera esterofilia: a sentire molti politici, giornalisti e persone comuni, i paesi stranieri sarebbero un Eden, un Eldorado dove tutto funziona perfettamente, mentre l’Italia sarebbe il ricettacolo di tutti i mali, di tutte le inefficienze, di tutte le ingiustizie. Io ho cercato, anche in questo blog, di ribaltare questa vergognosa mentalità che danneggia gravemente il nostro Paese, dato che siamo proprio noi italiani ad infamarlo. Ho anche dimostrato, almeno per il settore che dove lavoro da 35 anni, che la nostra scuola non è affatto l’ultima d’Europa; a me risulta il contrario, dato che ogni volta che ho avuto a che fare con docenti e alunni stranieri (inglesi, francesi, americani) ho trovato un’ignoranza abissale, mentre posso provare che i nostri studenti – anche quelli mediocri – quando vanno all’estero ottengono risultati strabilianti e surclassano quelli del luogo. Un motivo ci sarà… o no?
Tornando al problema della lingua, trovo assurdo e avvilente, oltre che autolesionista, imbastardire l’idioma più bello del mondo con l’intromissione forzata di anglicismi spesso orrendi e per giunta niente affatto necessari. Si potrebbe giustificare l’uso di un termine straniero qualora non esista in italiano un esatto corrispondente: ad esempio “computer” va lasciato in inglese, perché tradurlo “calcolatore”, come fanno i francesi, sarebbe fuori luogo in quanto oggi il PC è tutto fuorché un calcolatore numerico. La parola straniera potrebbe ancor comprendersi allorché esista un corrispondente in italiano ma sia disusato o arcaico: un esempio è “baby sitter”, che non mi piace affatto ma che non mi sento di sostituire con “bambinaia”, termine ormai fuori uso ed anche un po’ ridicolo. Però, al di fuori di casi come questi, perché non usare la lingua italiana? Dovrebbero spiegarmi i nostri politici quale necessità c’è di dire “spending revue” quando si può dire benissimo “revisione della spesa”, oppure “job act” invece di “riforma del lavoro”; e del pari dovrebbero spiegarmi, certi giornalisti, perché sia necessario dire “shopping” quando si potrebbe benissimo dire “acquisti”, o “footing” invece di “allenamento, corsa”, o “public relations” anziché “pubbliche relazioni”, che ne è l’esatto corrispondente. Potrei comprendere l’invasione dei forestierismi se la nostra lingua fosse deficitaria e lessicalmente povera; ma se ce n’è al mondo una estremamente ricca di termini e di diverse accezioni, questa è proprio l’italiano. Perché ricorrere all’inglese quando non ce n’è alcuna necessità? Io penso che i motivi siano due, quelli che ho già accennato: il voler seguire scimmiescamente le tendenze del momento (pardon, il “trend”)e la scarsissima stima che noi italiani, purtroppo, abbiamo di noi stessi e della nostra Patria. Altrimenti, quando il ministero dell’istruzione promulgò l’inserimento della figura del “tutor” nella scuola, l’avrebbe ripreso dal latino e non dall’inglese; io mi illusi che così fosse, ma dovetti poi amaramente ricredermi quando trovai scritto il plurale di questo termine, che mi aspettavo fosse “tutores”, ed invece era “tutors”!
L’infatuazione anglicistica si è diffusa ovunque come un’epidemia, tanto che l’inglese è diventato la materia più importante di tutte, è ritenuto indispensabile, ineludibile, irrinunciabile! Nella scuola superiore è già in atto lo sconcio provvedimento targato Gelmini che vuole che nell’ultimo anno dei Licei si insegni una materia in inglese; nelle nostre università esistono ormai corsi e Falcoltà interamente in inglese. Ma perché? Forse che in Inghilterra o in America esistono facoltà in italiano, benché sia palese che la nostra lingua ha contribuito alla cultura mondiale molto più della loro? Io non ho nulla contro lo studio dell’inglese, oggi necessario, ma la nostra coscienza e identità culturale di italiani dovrebbe indurci a proteggere la nostra lingua e semmai a valorizzarla, non a mortificarla e offenderla come noi stessi, purtroppo, stiamo facendo. Nel deprecato ventennio fascista ciò avveniva, ed erano addirittura vietate la parole straniere, perché allora il senso di Patria era molto più sviluppato, non andava di moda infangare il proprio Paese come stiamo facendo adesso. Mi rendo conto che oggi sarebbe improponibile tornare ad un protezionismo linguistico come quello di allora, che voleva si dicesse, ad esempio, “autorimessa” invece di “garage” o “quisibeve” invece di “bar”; ma un giusto mezzo di aristotelica memoria sarebbe la scelta migliore. Prendiamo esempio dai francesi, i quali hanno ben chiaro il concetto della propria identità linguistica e culturale, e non permettono agli anglicismi ed agli americanismi di inquinare la loro lingua. Sono forse reazionari? Io non penso affatto che lo siano, credo invece che si sentano sì europei, ma prima di tutto francesi. Ed è questa, secondo me, la scelta più giusta e più civile.

5 commenti

Archiviato in Attualità

Chi è il docente meritevole?

Dato che da tanto tempo, ma specialmente in questi ultimi mesi in seguito al progetto “La buona scuola” del Governo Renzi, si parla di premiare il merito nella scuola e individuare così i docenti più bravi e preparati, vorrei provare a definire le caratteristiche che un professore dovrebbe avere nella scuola di oggi, con gli studenti “nativi digitali” che ci troviamo dinanzi tutti i giorni. Mi proverò a fare questa analisi, che certamente molti non condivideranno, anche perché ho constatato che le visite al mio blog, purtroppo diminuite negli ultimi tempi, si concentrano molto sui post che riguardano la figura del docente, tipo il famoso “decalogo” di comportamento che qualche mese fa tentai di tratteggiare. Ovviamente le opinioni che esprimo sono strettamente personali, quindi criticabili e confutabili sotto ogni aspetto; ed essendo io un docente con 34 anni effettivi di insegnamento e prossimo (ahimé) alla pensione, presumo che certe mie convinzioni appaiano superate, non condivise certamente dai nipotini del ’68 di cui parlo nel post precedente a questo.
Il primo e fondamentale requisito di ogni docente deve essere, a mio giudizio, la conoscenza approfondita e quanto più possibile completa delle proprie discipline. Ciò comporta, ovviamente, anche la necessità di aggiornamento, perché i contenuti culturali variano nel tempo e vi sono sempre nuove acquisizioni e nuove scoperte. Non mi si dica, a tal riguardo, che le letterature classiche sono fisse e immutabili: non è vero affatto, perché su di esse vengono pubblicati continuamente nuovi saggi e studi, che il docente ha il dovere di procurarsi, leggere e farne uso durante le sue lezioni. Non trovo assolutamente condivisibile l’atteggiamento di coloro (e sono molti, purtroppo!) che magari si aggiornano e studiano finché sono precari; poi, una volta entrati nei ruoli, tirano i remi in barca e continuano per 30-35 anni a fare le stesse lezioni trite e ritrite e a ridire continuamente le stesse cose.
Il secondo requisito, altrettanto importante, è saper comunicare le proprie conoscenze agli alunni, cercando di rendere la lezione chiara, comprensibile e possibilmente attraente. E’ questo un compito molto difficile per ogni docente, perché interessare certi alunni alle problematiche letterarie, filosofiche o scientifiche, oggi, è un’impresa spesso disperata: basti pensare che i ragazzi vivono la maggior parte del loro tempo fuori della scuola, dove sono bombardati da messaggi televisivi e informatici che vanno in direzione opposta a quanto apprendono a scuola, messaggi che esaltano il denaro, la ricchezza, il facile successo e illudono i giovani di poter raggiungere questi traguardi senza fatica. Pretendere che un ragazzo o una ragazza di oggi provino più piacere a leggere Omero o Dante che a stare su Facebook è vana illusione; ma almeno cerchiamo di ridurre le distanze, per quanto è in nostro potere. In futuro i nostri ragazzi, divenuti ex studenti, ci ringrazieranno; e di questo sono sicuro, avendone avuto già tante dimostrazioni.
Altro requisito importante è saper tenere la disciplina e attribuire le giuste valutazioni alle prove effettuate dagli studenti. Essere arcigni e provocare un clima di terrore in classe è assurdo e controproducente; ma è altrettanto assurdo che il docente faccia l’”amicone” degli studenti, ci giochi insieme, dia confidenza ecc. Chi si comporta così è un insegnante fallito, a mio giudizio, perché non si merita il rispetto degli alunni e quindi non lo ottiene. Nelle valutazioni è parimenti errato, secondo me, distribuire a pioggia voti bassi solo per farsi rispettare, perché il rispetto lo si ottiene in altro modo; ma è altrettanto deleterio, quasi criminale a mio avviso, il comportamento di quei docenti che largheggiano coi voti e che per principio non danno insufficienze, per non mortificare gli alunni o – più spesso – per non avere fastidi da presidi e genitori. Chi si comporta così rovina i giovani che gli sono affidati, i quali non s’impegnano affatto in quelle discipline dove sanno di avere la sufficienza garantita; poi, a molti anni di distanza, si rendono conto di non sapere nulla di quelle materie e rimpiangono i docenti che, anche con i brutti voti, li costringevano a studiare. A 25 o 30 anni si comprende l’importanza dello studio; a 15 spesso no, e se la sufficienza è sicura si preferisce fare altro che non perdere tempo sui libri.
Senza dire altre cose che si trovano nel “decalogo”, aggiungo qui che la logica aristotelica del giusto mezzo mi pare ancor oggi la migliore: che cioè, in altre parole, sia giusto tenere un comportamento intermedio tra due difetti opposti, come appunto sono l’eccessiva severità e l’eccessivo buonismo che purtroppo è ancora così diffuso. Questo modo di pensare e di essere, a mio avviso, dovrebbe applicarsi anche nel comportamento quotidiano del docente, che dovrebbe affidarsi al proprio buon senso, prima che alle norme scritte sui regolamenti. Nel far valere i propri diritti con i colleghi e i dirigenti scolastici, ad esempio, trovo ugualmente errato sia l’atteggiamento di chi si sottomette e subisce anche soprusi senza reagire sia quello dei ribelli ad ogni costo, coloro che stanno sempre sulle barricate, che sono sempre pronti a far polemiche su qualunque cosa. E trovo sensato e ragionevole applicare il giusto mezzo anche nella maniera di presentarsi, nelle abitudini quotidiane e persino nel modo di vestire: a me personalmente (mi potrei sbagliare, ma io la penso così) non piacciono né i colleghi che si presentano con affettata eleganza, sempre impeccabili in tailleur o giacca e cravatta, né coloro che vengono a scuola sciatti e persino sporchi talvolta, con magliette scritte, blue-jeans strappati, trasandati e magari con la sigaretta in bocca, altro bruttissimo vizio che i professori non dovrebbero mai avere. Purtroppo colleghi così conciati esistono ancora, persone cioè che non riconoscono la dignità e il decoro del luogo dove lavorano, che non è né una spiaggia né un vicolo da scaricatori di porto. Dispiace dover dire queste cose ancora oggi, ma purtroppo è così; e a mio avviso i Dirigenti non dovrebbero emanare soltanto le solite circolari sull’abbigliamento degli studenti, ma dovrebbero controllare anche quello di coloro che agli studenti debbono essere di esempio.

6 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

I nipotini degeneri del ’68

A leggere gli articoli e i commenti sulla scuola che compaiono sui siti internet e sui vari blog, si ha l’impressione di essere di fronte ad un riacutizzarsi delle contrapposizioni ideologiche da parte di alcuni che ancor oggi si scagliano contro quelli che un tempo erano i classici “nemici”, ossia il governo, le istituzioni e gli avversari politici. Tanto per fare un esempio, ho letto oggi un articolo pubblicato sul sito di “Orizzonte Scuola” il cui autore, di cui non faccio il nome, sosteneva che la scuola attuale è ancora autoritaria e “fascista” (sì, è inaudito, ma proprio questo è il termine impiegato) solo perché persiste una forma di rispetto verso i docenti che, in alcuni casi, si può esprimere anche con un gesto formale, il fatto cioè che gli alunni si alzano in piedi al momento dell’ingresso dell’insegnante in aula. Secondo l’autore dell’articolo, questo gesto rappresenterebbe un residuo del fascismo e della scuola coercitiva e autoritaria.
Non intendo esporre qui con le parole che mi verrebbero alla mente la mia opinione sull’articolo e su chi l’ha scritto perché rischierei una denuncia penale, quindi mi limito a esprimere pacatamente il mio pensiero. La scuola attuale è tutto fuorché autoritaria e coercitiva, non solo perché gli studenti vengono blanditi in ogni modo e molto spesso promossi senza merito, e non solo perché i docenti hanno da tempo rinunciato ad alcune forme di ossequio che prima esistevano e che sarebbe stato meglio conservare, ma anche perché ormai il rapporto insegnante-alunni, anche quando non arriva all’amicizia su facebook, è improntato a cordialità e rispetto reciproco, non esiste più il docente che terrorizza gli alunni con il solo sguardo, come succedeva quando andavamo a scuola noi. Va anche aggiunto che i genitori, un tempo ossequiosi collaboratori del lavoro dei professori, oggi fanno i sindacalisti dei figli, vengono persino a contestare i nostri metodi di insegnamento, sono anche ascoltati dai dirigenti scolastici e spesso soddisfatti nelle loro richieste: non è raro infatti il caso che un docente venga spostato di sezione o di classe perché non gradito a certi genitori. Mi pare quindi che la realtà scolastica di oggi sia l’esatto contrario di quel che afferma l’articolo in questione; caso mai siamo noi docenti a subire condizionamenti e talvolta anche prevaricazioni da parte di studenti e genitori, specie dopo il famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” del ministro Berlinguer. Per quanto mi riguarda, io non ho mai preteso che gli alunni si alzassero in piedi al mio ingresso; pretendo soltanto il rispetto dovuto all’età e alla funzione che ricopro, e che comunque ho sempre contraccambiato, convinto come sono del fatto che ciascuno abbia la sua dignità e che chiunque vada trattato con cortesia e affabilità.
Articoli come quello che ho citato rivelano la persistenza, ancor oggi nel 2014, degli steccati ideologici che speravamo di avere ormai superato; mi accorgo invece che esistono ancora i nipotini degeneri del ’68 che continuano a sostenere il “sei politico” (visto che molti affermano tuttora che le bocciature non dovrebbero esistere), che continuano a stare sulle barricate contro la classe politica, il governo Renzi, il ministero dell’istruzione nel nostro caso, ed evocano fantasmi come l’autoritarismo, la scuola classista, il professore oppressivo ecc. ecc. Forse qualcuno dovrebbe dire a questi nostalgici che gli ideali del ’68 non soltanto sono vecchi come il cucco, ma hanno rivelato chiaramente, in 40 anni di applicazione, la loro totale inefficacia, considerati i disastri che hanno provocato nella scuola e nella società, primo tra tutti l’aumento dell’ignoranza e della massificazione intellettuale causata dall’abbandono della disciplina, dal pullulare di progetti e attività che hanno sottratto tempo prezioso ai programmi curriculari, dalle lauree facili e concesse anche ad autentici ignoranti. Dovrebbe essere chiaro a tutti, inoltre, che nel mondo attuale certe realtà come la suddivisione tra la scuola dei ricchi e quella dei poveri, cavallo di battaglia di quel famoso don Milani che molti continuano a infilare dappertutto come il prezzemolo, non esistono più. Oggi la scuola è giustamente aperta a tutti, gli studenti vedono rispettati i loro diritti, ma questo non li esime dal dovere di mostrare cortesia e rispetto per i docenti; alzarsi in piedi al loro ingresso in aula, pertanto, è un piccolo segno di questo atteggiamento mentale, che io non pretendo ma in cui, d’altro canto, non vedo nulla di reazionario o di autoritario.
E poi c’è un altro tratto tipico dell’eloquio di questi nostalgici di ideologie sconfitte dalla storia, il fatto cioè che costoro, proprio come facevano negli anni ’70, continuino a riesumare il fascismo e ad applicare l’infamante titolo di “fascista” a tutte le persone o le cose che non corrispondono alla loro visione del mondo. Perciò, secondo l’autore dell’articolo suddetto, l’alzarsi in piedi da parte degli alunni quanto entra in classe un professore sarebbe un residuo del fascismo, senza tener conto del fatto che tale gesto esisteva anche prima che Mussolini prendesse il potere in Italia, ed è continuato ad esistere anche dopo, e senza considerare, per giunta, che anche docenti di dichiarata fede marxista non hanno impedito ai loro alunni di salutarli in quel modo. Ora, nessuno può contestare che storicamente il fascismo è finito circa 70 anni fa, ed è patetico quindi rievocarlo adesso; sarebbe come se qualcuno desse del “ghibellino” o del “carbonaro” al suo avversario politico, facendo cioè riferimento a movimenti e ideali che fanno parte della storia del passato e che oggi non esistono più. Ma in realtà il rievocare il fascismo morto e sepolto ha una precisa funzione: quella di trovare un “nemico”, qualcuno da insultare e da additare al pubblico disprezzo, allo scopo di tenere in vita ideologie anch’esse morte e sepolte, la cui spaventosa realizzazione, portatrice di milioni di vittime, si è finalmente infranta con la caduta del muro di Berlino. Chi continua ancor oggi a credere a quei fantasmi, a illudersi che un tale disumano sistema politico possa realizzarsi, ha bisogno della contrapposizione, degli steccati ideologici, del “nemico”, perché altrimenti la sua parrebbe – ed è effettivamente – una lotta contro i mulini a vento. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, ed ecco perchè nel 2014 qualcuno continua a ragionare come fossimo ancora negli anni ’70 e a sentirsi sulle barricate. Sono i brutti scherzi che gioca la nostalgia, o meglio – almeno per le persone della mia età – il rimpianto della giovinezza perduta.

6 commenti

Archiviato in Uncategorized

“Buona scuola” o povera scuola?

Lo scorso 3 settembre, dopo un’attesa messianica provocata da chi prometteva una vera “rivoluzione” che avrebbe dovuto strabiliare tutti, sono finalmente state rese note le linee direttive della politica scolastica del governo Renzi e del suo ministro Giannini. Ad esse è seguita la pubblicazione sul web di un opuscolo intitolato “La buona scuola”, il quale, giusta il titolo, farebbe credere che la didattica, fino a questo momento, sia stata cattiva, dato che quella prospettata si definisce “buona”. Non è mia intenzione entrare nel merito di un provvedimento che attualmente è ancora allo stato embrionale, visto che annuncia determinati progetti senza chiarire come effettivamente li si potrà vedere realizzati. Come tutte le linee guida e le cosiddette “leggi quadro”, questo documento è in realtà un contenitore ancora da riempire, un quadro cioè di cui è stata preparata soltanto la cornice. Tutto poi sarà precisato dai decreti attuativi, se e quando verranno emanati; e soltanto allora sapremo se questa presunta “riforma epocale” è veramente tale.
Per adesso, leggendo l’opuscolo diffuso in rete, non sembra che le novità siano così eclatanti, dato che di questi e simili argomenti avevano già parlato i governi ed i ministri precedenti, da almeno un ventennio. Il sospetto che mi è venuto, però, è che in certi casi si voglia prospettare come novità dirompenti concetti che non lo sono affatto, e soprattutto provvedimenti che in realtà sono soltanto specchietti per allodole, il cui vero scopo è quello di diminuire le risorse destinate alla scuola ed al suo personale.
Di tutte le novità annunciate che mi lasciano perplesso, ne ricordo soltanto due. La prima riguarda l’esame di Stato conclusivo della scuola secondaria di secondo grado, cioè quello che un tempo era denominato “esame di maturità”. Tenendo conto di quanto annunciato e ripetuto nei vari interventi del ministro Giannini, si ha la netta impressione che nemmeno al Ministero abbiano le idee chiare sui cambiamenti che sarebbe necessario apportarvi, come ad esempio l’opportunità di dare più importanza al curriculum dello studente (oggi cnta soltanto il 25%) o quella di cambiare finalmente la seconda prova scritta del Liceo Classico che oggi, nel 2014, non dovrebbe fondarsi solo ed esclusivamente sulla solita “versione” di latino o di greco come ai tempi di Gentile, un esercizio utile ma non più assumibile come unico strumento per valutare le competenze acquisite dai candidati. L’unica cosa che sembra certa, stando a quanto si è sentito dire ultimamente dal Ministro, è il ritorno alla commissione formata da soli insegnanti interni: un assurdo, perché così facendo si ottiene solo una stanca ripetizione delle valutazioni effettuate dai docenti solo pochi giorni prima dell’esame, facendo assomigliare del tutto questo esame a quello di terza media. La verità nuda e cruda è che questo provvedimento, mascherato con presunte valenze didattiche, è soltanto il modo più diretto per far risparmiare soldi allo Stato, eliminando le trasferte dei presidenti e dei docenti esterni.
Altra novità che lascia perplessi è l’espressa volontà di basare la carriera economica dei docenti non più sull’anzianità ma sul merito individuale. Di per sé la proposta è ottima, perché è palese che gli insegnanti non sono tutti uguali, e che accanto al docente bravo, preparato e volenteroso esiste anche il collega impreparato, fannullone e assenteista: io stesso ho sempre sostenuto, anche in questo blog, l’assoluta opportunità di abbandonare il grigiore dell’egualitarismo e istituire il concetto di meritocrazia. Ma, al di là delle buone intenzioni, il Governo non chiarisce come verrà effettivamente valutato questo merito, e soprattutto in cosa esso consista; sembra infatti che si vorranno premiare quei docenti che si assumeranno incarichi – più o meno burocratici – aggiuntivi all’insegnamento, perché nessuno sa indicare chi abbia l’autorità e la capacità di decidere quali siano gli insegnanti eccellenti, coloro cioè che operativamente siano i più preparati, i più comunicativi, i più impegnati nella didattica, quelli “mediamente bravi” (orrenda espressione usata nel documento governativo), e quelli invece mediocri o scadenti. Poiché tuttavia si prospetta il blocco degli scatti di anzianità, che sarebbero sostituiti da quelli per merito (oltretutto attribuibili solo ai due terzi del corpo docente), il mio sospetto è questo: che cioè si voglia in realtà risparmiare sugli stipendi già molto magri attraverso il blocco dell’anzianità, a cui non corrisponderà di certo un analogo sforzo economico per il merito, dato che quest’ultimo è un requisito molto difficile da accertare. In mancanza di tale accertamento, il rischio è che gli stipendi restino bloccati per tutti per almeno altri cinque anni, mentre gli scatti per merito rimangano più che altro sulla carta, a causa della mancanza di un oggettivo metodo di valutazione.
Così lo Stato continuerebbe a diminuire l’impegno economico e a fare tagli indiscriminati sulla scuola, come già per tanto tempo è avvenuto. Può darsi che io sia troppo pessimista, ma in questo caso mi pare che trovi probabile applicazione quell’antico proverbio che dice che a pensar male ci si azzecca sempre. E perciò io penso che finché non cambierà radicalmente la volontà politica di migliorare veramente il nostro sistema d’istruzione, invece della “buona scuola” avremo la “povera scuola”, anzi poverissima, perché povera lo è già, e non da adesso.

3 commenti

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica

Avere un blog: i pro e i contro

In questi giorni il mio blog, inaugurato nel febbraio del 2012, ha raggiunto il lusinghiero traguardo delle 50.000 visite. So che non è molto in confronto ai blog dei “vip” conosciuti a livello nazionale, che ragionano in termini di centinaia di migliaia di visitatori, ma per un semplice professore di liceo non mi par poco aver raggiunto un numero del genere. Ciò significa che gli argomenti di cui parlo, tra cui primeggiano ovviamente i problemi della scuola e le situazioni quotidiane in essa vissute, interessano a molte persone. E dato che pubblicare un libro di memorie, di racconti o di saggi è oggi diventata un’impresa disperata, anche e soprattutto a causa della crisi che investe l’editoria cartacea, ben venga questo strumento moderno, cioè internet, che consente di far conoscere agli altri il proprio pensiero.
Avere un blog è quindi una grande opportunità, che fino a pochi anni fa non esisteva; e questo rappresenta un indubbio vantaggio per chi, come il sottoscritto, sente l’impulso di far conoscere pubblicamente le proprie idee e le proprie convinzioni, pur non ricavandone ovviamente alcun guadagno materiale. E’ insito nella natura umana, come ben sottolineavano i nostri padri greci e romani, il desiderio di far conoscere se stessi, le proprie opinioni e le proprie qualità, perché ciò che si sa e si pensa non deve restare chiuso in noi stessi ma fatto conoscere a quante più persone possibile che ne siano interessate. Questa attività alimenta la discussione e lo scambio delle idee, utili a tutti coloro che riconoscono l’opportunità del dialogo civile e democratico; per questo io leggo molto spesso i blog degli altri, perché conoscere molti punti di vista, anche diversi dal proprio, serve comunque a riflettere e talvolta anche a ravvedersi su certe posizioni. E’ stato detto, e giustamente, che solo gli idioti non cambiano mai idea.
Però gestire un blog comporta anche impegni e inconvenienti, non dobbiamo dimenticarlo. Prima di tutto esso va “alimentato” con nuovi post abbastanza di frequente, altrimenti succede che i lettori se ne vanno e non tornano più. Esistono blog che vengono aggiornati, quando lo sono, poche volte l’anno, e così a poco a poco vengono dimenticati. Per questo io cerco di inserire un nuovo post, in media, una volta alla settimana, anche se a volte mi costa fatica trovare il tempo per scrivere qui e mi riduco a farlo a tarda notte, dopo aver corretto i compiti o essermi aggiornato sulle mie discipline di insegnamento. E poi c’è il problema dei commenti: quando i lettori ne mandano qualcuno a un articolo del mio blog, mi sento in dovere di rispondere, e anche questo porta via del tempo. Non capita raramente, poi, che nei commenti e nelle mail che ricevo si trovino anche spiacevoli critiche o addirittura insulti, da parte di chi non si riconosce in quello che ho scritto. Ciò non mi spaventa, perché da sempre sono abituato a dire apertamente ciò che penso, anche a costo di procurarmi risentimenti e inimicizie; mi è successo tante volte nella vita reale, può succedere dunque anche in quella virtuale. Per fortuna su internet c’è la possibilità di non pubblicare i commenti offensivi o volgari, e così faccio; ma il disappunto per il comportamento di certe persone, purtroppo, rimane.
Se il blog, come nel mio caso, è quello di un docente che deve avere anche funzione di educatore e di formatore, ciò comporta un altro problema, cioè che occorre stare attenti a ciò che si scrive per non rischiare di essere fraintesi o di far passare un messaggio che il pensiero comune oggi non accetta. Ammettiamo per assurdo che un professore che gestisce un blog sia favorevole alla pena di morte o contrario all’accoglimento di tutti questi extracomunitari che sbarcano ogni giorno sulle nostre coste: non può dirlo apertamente, perché sarebbe subito tacciato di essere forcaiolo o razzista, e questo è incompatibile con la funzione formativa dei giovani che sono affidati alle nostre cure. Pare strano, ma questa è una vera e propria limitazione della libertà di espressione, nel senso che l’opinione comunemente diffusa da giornali e tv non permette ad alcuno di schierarsi apertamente contro senza rischiare un linciaggio mediatico, e questo un docente non se lo può permettere. Quindi la sincerità di cui parlavo prima non può essere, in questo caso, applicata fino in fondo, e occorre sempre trovare compromessi. Lo stesso vale per le opinioni politiche, che un docente non dovrebbe manifestare apertamente con i suoi studenti, per non essere accusato di volerli indottrinare; pertanto ciò che è permesso a qualsiasi altro cittadino non lo è al professore, il quale deve sempre destreggiarsi in una visione generalista e approssimativa della realtà politica che ci circonda. E debbo confessare che a me questo non riesce del tutto, nel senso che non è difficile, a chi legga attentamente i post passati del mio blog, comprendere il mio punto di vista. E’ ben vero che oggigiorno le ideologie sembrano non esistere più, tanto che si fa fatica a distinguere ciò che è di destra da ciò che è di sinistra; ma per chi, come il sottoscritto, ha vissuto gli anni degli scontri e del terrorismo, questi concetti sono ancora vivi nella mente, e non è facile adattarsi al grigiore ed al consumismo che caratterizzano la società attuale.

4 commenti

Archiviato in Attualità, Scuola e didattica

La lingua italiana umiliata e offesa III: le parole antipatiche

Premetto che, in questo terzo post dedicato all’uso odierno della lingua italiana, parlerò di alcuni termini che non sono affatto errati o impropri; sono soltanto fortemente antipatici al sottoscritto, tanto che sentirli ripetere alla televisione o alle persone in strada mi genera un incontenibile senso di fastidio. Poiché tuttavia la simpatia o l’antipatia per qualcuno o per qualcosa sono sensazioni molto soggettive, ci sarà ovviamente chi non condividerà queste mie osservazioni, chi si stupirà per quanto io affermerò all’indirizzo di parole che ai più sembrano perfettamente normali. Anche in questo caso le riferisco senza alcun ordine predefinito, ma solo nella sequenza in cui mi vengono in mente.
Cominciamo dalla prima. Quando alla tv o sui giornali si parla di una donna in gravidanza, si usa dire che ha il “pancione”. A me questa parola fa orrore, mi sembra fortemente irrispettosa nei confronti di un evento, la maternità, che è quanto di più bello e naturale possa esistere al mondo. Una donna in attesa di un bambino è avvenente anche più di prima, perché reca in sé la vita; attribuirle questo termine volgare e grossolano ce la fa immaginare invece quasi come una creatura deforme, mostruosa, persino repellente, cioè il contrario della realtà. Mi fa orrore sentirlo dire, il che purtroppo accade molto spesso.
Altro termine che non sopporto da parte dei giornalisti è “Pasquetta”, con cui designano il giorno seguente a quello della Pasqua. Mi sembra una mancanza di rispetto verso la festività cristiana, alla quale viene applicato questo rozzo diminutivo che fa pensare alla baldoria, alla vita gaudente, alla gita in campagna, dimenticando così il suo valore religioso. In realtà il nome più appropriato per questo giorno è “Lunedì dell’Angelo”, e non si vede il motivo per cui lo si voglia evitare a vantaggio di un altro molto più banale ed edonistico.
Altro orribile neologismo molto frequente nel linguaggio odierno è “vacanzieri”, per designare coloro che, magari dopo mesi di lavoro, si concedono giustamente alcuni giorni di villeggiatura. Etimologicamente è un brutto calco dal francese “vacancier”, del quale non c’era affatto bisogno perché la lingua italiana si sa sempre esprimere da sola. Al mio orecchio suona malissimo, perché mi dà la sensazione di contenere una sorta di ironia (se non di malcelato disprezzo) per chi parte per le vacanze, come se quelli che si mettono in viaggio per le località di villeggiatura fossero dei sempliciotti che vanno a imbottigliarsi sull’autostrada. A volte è vero, ma cosa possiamo fare se abbiamo tutti le ferie ad agosto?
Tra le altre parole che urtano la mia sensibilità voglio segnalare anche l’uso frequente del verbo “consumare” per descrivere la dinamica di un fatto di cronaca nera. I nostri giornalisti amano dire che “l’omicidio (o la violenza, la rapina, o che altro) si è consumato in una gioielleria (o in strada, in una discoteca ecc.”. Ma non basterebbe dire “è avvenuto”, “è stato compiuto” o simili? Altrimenti sembra che quel delitto fosse più grande prima di essere commesso e più piccolo dopo, dato che si è “consumato”. Assurdo. E restando nel campo dei nomi alterati, un altro termine che mi fa orrore è “quizzone”, per indicare la terza prova dell’esame di Stato o i test d’ingresso alle facoltà universitarie: usando questo accrescitivo, infatti, si dà l’idea che quella prova sia costituita da domande che non finiscono mai e che mettono a terra i poveri maturandi o aspiranti universitari, il che le più volte non è vero.
L’elenco potrebbe continuare all’infinito, ed è meglio fermarsi perché la pazienza di chi legge i post sul mio blog, necessariamnente, ha un limite. Segnalo soltanto un altro bruttissimo neologismo e due termini altrettanto brutti del linguaggio giovanile. Il primo è “biscotto”, una parola che, nel linguaggio calcistico, designa un accordo truffaldino tra due squadre per ottenere un risultato (spesso un pareggio) tale da danneggiare una terza squadra, magari escludendola da un torneo; ma sul vocabolario – giustamente – questo uso non è riportato, semplicemente perché non esiste, è un’invenzione del tutto arbitraria di qualche buontempone che poi ha avuto, disgraziatamente, molta fortuna; ma io queste villanie verso la nostra lingua non le sopporto, perché sono del tutto fuori della logica e del buon senso. Quanto al linguaggio dei giovani, ci vorrebbe un post apposito per commentarlo e rilevarne tutte le assurdità e le nefandezze; qui mi limito a citare due termini orrendi purtroppo molto usati, cioè “sballo” e “tamarro”. Il primo designa il divertimento eccessivo, smodato a cui purtroppo molti ragazzi di oggi si dedicano anche facendo uso di alcool e droghe; la mia antipatia per la parola, pertanto, non deriva dalla forma o dall’etimo, ma dal significato che le viene attribuito e nel quale non mi riconosco, anche perché le persone della mia età, quando erano giovani, avevano altri modi per divertirsi, più sani ed onesti, di quelli presunti da quella parola. Il secondo termine, che pare derivare addirittura dall’arabo, designa il giovane zotico e grossolano che “segue la moda, ma ne coglie gli aspetti più vistosi e volgari” (voc. Zingarelli); è una parola efficace come concetto, anche per una sua certa foggia onomatopeica, ma offende l’orecchio di chi a certi neologismi così arditi non è abituato e che preferirebbe, conoscendo la lingua italiana, un’altra terminologia ugualmente espressiva.
Chiudo qui questo terzo post, benché molto altro avrei da aggiungere. Ma non ho finito, perché ne ho in mente un quarto, sempre sul tema generale della violenza “consumata” ai danni della nostra lingua ma dedicato ai forestierismi ed ai latinismi maccheronici che profanano la lingua di Roma. Sarà forse più lungo, e certamente ancor più comico di questo.

3 commenti

Archiviato in Attualità

La lingua italiana umiliata e offesa II: espressioni sgradevoli

Nell’ambito di queste mie osservazioni – del tutto personali – sul modo in cui viene oggi usata la lingua italiana, vorrei dedicare questo secondo post ad alcune espressioni che, pur essendo di uso comune, mi risultano sgradevoli e antipatiche al solo sentirle, perché si tratta di neologismi che non si trovano nei veri scrittori o forse soltanto perché sono io ad avere una sensibilità particolare nei confronti del linguaggio. Sono in realtà modi di dire comparsi di recente e introdotti per lo più da giornalisti televisivi o della carta stampata, che a mio avviso suonano proprio male all’orecchio perché costituiti da termini impropri o da metafore di basso o infimo livello, neanche paragonabili a quelle letterarie. Comincio ad esporle in base all’ordine in cui mi vengono in mente.
“Bagno di folla”. Questo modo di esprimersi per me è sgradevole, in quanto il personaggio famoso che incontra i suoi sostenitori non si bagna per nulla, a meno che non piova. L’espressione è quindi del tutto fuori luogo, una metafora trita e piuttosto banale.
“Staccare la spina”. Bruttissima espressione figurata che si usa quando si vuol indicare il comportamento di chi, per periodi di ozio o di vacanza, abbandona temporaneamente le occupazioni quotidiane. Viene da un banalissimo paragone con gli apparecchi elettrici di uso quotidiano che appunto, staccata la spina, smettono di funzionare; ma riferita alle persone è orribile.
“Gita fuori porta”. Espressione immancabilmente utilizzata dai giornalisti in occasione di certe feste, come la Pasqua, in cui alcune famiglie decidono di fare una scampagnata o una passeggiata fuori città. Ma questo modo di dire è improprio, perché non tutti abitano in città nelle quali ancora sono in uso le porte, residuo delle antiche cinte murarie medievali; molti abitano in paesi o villaggi in cui le porte cittadine non ci sono.
“A monte, a valle”. Espressione molto antipatica, anche perché iniziò ad essere utilizzata negli anni delle forti contrapposizioni ideologiche e soprattutto dai cosiddetti “intellettuali di sinistra”, che spesso si vantavano con spocchia di una cultura che in effetti non era affatto superiore a quella di chi la pensava diversamente da loro. Da allora, provo fastidio ogni qual volta la sento.
“Volere o volare”. Orrendo modo di dire fondato sulla figura retorica della paronomasia, o meglio di una sua variante particolare detta “paragramma”, che consiste nell’accostare due termini distinti da un solo grafema (lettera). Ma in realtà chi ha inventato questo obbrobrio non conosceva certo la retorica classica, e ha operato solo uno sgradevole e mostruoso accoppiamento su due termini che non hanno niente in comune tra di loro.
“Nascondersi dietro a un dito”. Anche questa espressione è grottesca, perché non è possibile per nessuno celarsi alla vista altrui in questa maniera. Ma è evidente l’ignoranza dell’inventore, il quale non ha trovato di meglio che enunciare una banalità di questo genere, addirittura puerile. Forse l’inventore era un bambino, chissà.
“Alla fine della fiera”. Questa espressione è usata soprattutto nel nord Italia, ed è evidentemente ripresa dalle fiere paesane o forse dalle esposizioni su larga scala come la fiera di Milano o di Bologna. In senso figurato significa “in fin dei conti” o “tutto sommato”, che sono però molto più eleganti e appropriate rispetto a questo modo di dire piuttosto volgare e materialistico. Nelle fiere si vendono prodotti, e forse è questa tendenza dei settentrionali a guardare soprattutto al profitto ed al guadagno ad aver generato questo mostro linguistico.
“Essere se stessi”. Questomodo di dire, in uso soprattutto dagli anni della contestazione del ’68, è addirittura paradossale. Io mi sono chiesto più volte cosa possa significare un’espressione del genere. Che vuol dire “Sii te stesso”, come spesso si sente dire? Chi altro potrei essere se non il sottoscritto, a meno che non mi trasformi come il dottor Jekyll? Se ci si pensa bene l’espressione, intesa in senso letterale, è un’assurdità; meglio sarebbe dire “comportati spontaneamente”, “di’ ciò che pensi”, “sii sincero” e altro ancora, tutte cose che sarebbero migliori.
Per adesso mi fermo qui. Tra breve arriverà il terzo post, dedicato ai singoli termini sgradevoli, e forse anche un quarto che tratterà degli anglicismi e delle altre parole straniere che stanno inquinando la nostra bellissima lingua.

7 commenti

Archiviato in Uncategorized

La lingua italiana umiliata e offesa I: gli eufemismi

Con questo post, a cui seguiranno altri due del medesimo argomento, intendo porre l’attenzione sullo scempio che da tempo giornalisti, politici e scribacchini vari stanno compiendo contro la nostra lingua, senza dubbio la più bella del mondo. Le mie osservazioni saranno suddivise in tre parti: 1) gli eufemismi; 2) le espressioni idiomatiche oggi in uso; 3) le parole usate impropriamente o in modo del tutto arbitrario, alle quali aggiungerò anche quelle a me personalmente antipatiche, sebbene siano di uso comune. Questo post quindi è il primo di tre, perché si occupa solo degli eufemismi, cioè le parole e le espressioni più tenui impiegate per evitarne altre più pesanti o volgari.
Intendiamoci bene: l’eufemismo è sempre esistito, anche nelle lingue classiche, e si è confermato in quelle moderne; si può anzi dire ch’esso ha seguito da vicino il mutarsi dei costumi e della mentalità comune. Faccio un esempio. Nei secoli passati (diciamo fino alla metà circa del secolo XX) tutto ciò che riguardava la sessualità era considerato “tabù”, e la relativa terminologia veniva sostituita da eufemismi proprio perché quelli erano argomenti di cui non si doveva parlare a nessun costo. Le famiglie si guardavano bene dall’impartire un’educazione sessuale ai figli ed alle figlie, e se pure a certi argomenti talvolta si accennava, si doveva farlo tramite allusioni ed espressioni caste che non offendessero le orecchie dei possibili ascoltatori. Ciò che invece, nei secoli passati, non era affatto tabù ma argomento comune era la morte, della quale si poteva parlare liberamente, senza eufemismi; essa era considerata un fatto del tutto naturale e trattabile senza remore, tanto che in certi paesi d’Europa si andava ad assistere alle esecuzioni pubbliche come fossero veri spettacoli, e si abituavano persino i bambini ad osservare tranquillamente il nonno sdraiato sul letto di morte, mentre riceveva l’estrema unzione. Oggi invece questa antitesi tra sessualità e morte (gli eventi più naturali per tutti gli esseri viventi) si è totalmente rovesciata: la prima non è più un tabù per nessuno, tanto che si sono diffusi spettacoli osceni ovunque, adulti e bambini vengono continuamente bersagliati da allusioni sessuali, immagini di nudo sono presenti nella pubblicità e nei programmi televisivi, sono state ammesse e persino incensate dai mass media deviazioni come l’omosessualità ecc. La morte invece, evento connaturato inevitabilmente alla nostra condizione di esseri viventi, è stata come esorcizzata, dimenticata, rimossa dai pensieri e dalla vita di ciascuno, tanto che le persone oggi vivono come se non dovessero morire mai; eppure Seneca diceva (e aveva ragione) che “vivrà male chi non saprà morire bene.” E insieme alla morte sono state rimosse dalla mentalità odierna anche le malattie e le disabilità, nell’affannoso e talvolta patetico tentativo di far accettare come normale e usuale quello che non lo è affatto.
A questo ribaltamento ideologico è funzionale anche un diverso uso degli eufemismi. Se prima essi riguardavano soprattutto la sfera sessuale, oggi riguardano invece la morte e la disabilità, che la mentalità moderna, tutta tesa all’apparire e non all’essere, non riesce ad accettare nel loro aspetto più crudo e realistico. Così si fa molta fatica a dire che una persona è morta, ma si preferisce dire “è venuto a mancare”, “è mancato”, “non è più con noi” o espressioni simili, perché non si ha il coraggio di nominare direttamente un evento (la morte) che fa orrore al solo pensiero. Se ci pensiamo, questo uso degli eufemismi è una sorta di viltà, il non aver coraggio di rapportarsi alla realtà, alla quale comunque non si può sfuggire. Un altro eufemismo originato dalla medesima esigenza è quello di definire “diversamente abili” i portatori di handicap, i disabili, perché la società attuale non riesce più a concepire ciò che è brutto o spiacevole alla vista, colui cioè che ha delle minorazioni fisiche o mentali, e crede ingenuamente di liberarlo dal suo problema solo cambiandogli nome. Questo uso dell’avverbio “diversamente” in questo senso è persino ridicolo, oltre che ipocrita, perché a ben vedere lo si potrebbe attribuire a chiunque: così il sottoscritto, che ha ormai 60 anni (purtroppo) potrebbe essere definito “diversamente giovane”, oppure una donna brutta o bruttissima (come purtroppo ce ne sono in quantità nonostante l’attuale culto dell’estetica) potrebbe essere definita “diversamente bella” e via dicendo. Si tratta di una vera e propria ipocrisia ideologica, che ravviso anche in termini come “non vedente” per dire cieco o “non udente” per dire sordo; anche perché, nonostante abbiano loro cambiato nome, queste persone continuano nondimeno a non vedere e a non sentire.
Un’ultima osservazione sugli eufemismi riguarda certe categorie di persone le quali, non si sa perché, non possono più essere designate coi termini usati fino a pochi anni fa. E’ il caso della parola “negro”, oggi concepita come un insulto, ma che in realtà non lo è affatto: deriva dal latino “niger” e indica la persona dalla pelle scura, così come “black” in inglese significa “nero” ed è il termine in uso in America per indicare gli afroamericani e le persone di colore. Se “black” si può dire, perché non si può dire “negro”? Io continuo a non comprendere queste stravaganze linguistiche, magari inventate da qualche giornalista e poi accettate – a torto – da tutta la società. La stessa cosa vale per alcuni mestieri e professioni che, a motivo dell’egualitarismo diffuso ai nostri giorni, apparivano troppo umili e svalutati se indicati coi termini precedenti: così il netturbino è diventato “operatore ecologico”, il bidello “operatore scolastico”, il fabbro “artigiano del ferro”, e gli esempi potrebbero continuare. Questi sono casi di vera e propria violenza perpetrata ai danni della lingua italiana, alla quale non sono mai mancate parole per indicare oggettivamente persone, cose e idee, e che è stata invece artificialmente modificata per adattarla alla mentalità superficiale ed ipocrita dei tempi moderni. Anche questo, come mi pare di aver dimostrato, è uno svilimento culturale del nostro paese, ed ancor più questo concetto si evidenzierà nei prossimi due post dedicati alla stessa tematica.

8 commenti

Archiviato in Uncategorized

Osservazioni sulla crisi

In questo periodo di mezza estate, quando si è liberi da pressanti impegni di lavoro, viene da riflettere su argomenti di più ampio respiro come l’economia, la politica o altro. Durante le mie poche vacanze, girellando in alcuni luoghi della mia regione perché quest’anno, a causa soprattutto del maltempo, non ho fatto lunghi viaggi, mi sono posto delle domande circa la famosa crisi economica che ci travaglia da sei anni a questa parte. Si dice che sia la congiuntura più grave dalla fine della seconda guerra mondiale, che tutti i paesi ne soffrano e che il nostro ne sia particolarmente colpito; almeno questo dicono la televisione e i giornali, i comuni mezzi di informazione di cui tutti noi usufruiamo, e non abbiamo noi certo i mezzi per contraddirli. Però, andando in giro in qua e là, la sensazione che ne ho ricavato io in questi anni ed anche in questi ultimi tempi è completamente diversa, tanto da lasciarmi sconcertato. Vediamo il perché.
Cominciando dal traffico automobilistico, vediamo ch’esso è sempre più congestionato: file di automobili ovunque, trovare un parcheggio è una fatica peggio di quelle di Ercole, tempi di percorrenza sempre più lunghi, tanto che se ci si deve recare in un luogo che normalmente, se la strada fosse libera, si raggiungerebbe in mezz’ora, in queste condizioni occorre mettere in conto almeno un’ora. Ma, dico io, con quello che costano i carburanti, se ci fosse davvero tutta questa crisi che dicono, ci sarebbero tante macchine in giro? Io me lo chiedo e non trovo una risposta. La stessa cosa vale per i luoghi di villeggiatura, in particolare alberghi e ristoranti: non si trova un posto a pagarlo oro, se non si è prenotato almeno un mese prima. E allora, perché parlano di crisi tanto nera, di tante famiglie che non arrivano a fine mese? Se fosse così i ristoranti sarebbero vuoti, perché per un pasto decente occorrono almeno 30 euro a persona, se non di più. Invece sono pieni, checché se ne dica, e nonostante che il povero Berlusconi, che aveva fatto questa affermazione anni fa, sia stato messo in croce per questo. Invece aveva ragione, i ristoranti sono pieni, e quelli di lusso più degli altri.
Io non so se la mia provincia, la mia regione (la Toscana) sia particolarmente ricca e benestante, ma io tutta questa crisi, tutta questa miseria che dicono, non la vedo e non l’ho mai vista. Noto che le persone fanno esattamente la vita di prima: comprano auto, vestiti e beni di valore, fanno vacanze e non si fanno mancare nulla. Per me questo è un mistero da sei anni, da quando la televisione ha cominciato a bombardarci con le roboanti notizie catastrofiche che tanto piacciono ai nostri connazionali, specie quelli che hanno simpatie politiche per i partiti di opposizione e che evidentemente hanno il vezzo, tipicamente nostrano, di vedere tutto nero, di prevedere cataclismi di ogni tipo. Sono le Cassandre del 2000!
Con ciò non intendo negare la crisi di per sé, che certamente esiste, perché le fabbriche e i negozi che chiudono sono dati di fatto, non leggende; ma quel che penso io è che la situazione reale sia stata alterata volutamente in senso negativo, da parte di persone che non perdono occasione per screditare il loro paese, le istituzioni e la classe politica, che amano il disfattismo per fini propri, subordinando a ciò la valutazione oggettiva della situazione reale. In poche parole, almeno stando a quel che vedo, la crisi c’è ma, almeno a me, sembra molto meno grave di quanto ci viene propinato dai mezzi di informazione; in effetti, se la crisi è questa, non mi pare poi così male, anzi io ritengo che un certo ridimensionamento di consumi eccessivi e voluttuari sia persino un bene, tranne che per chi ci guadagna.
Si è paragonata questa congiuntura economica attuale con la grande crisi dell’America del 1929; solo che allora le persone veramente facevano la fame, oggi continuano tranquillamente ad usare l’automobile e ad andare in vacanza. C’è solo da augurarsi, per il bene di tutti, che continui sempre così, che non vengano tempi peggiori, capaci di far rimpiangere la “grande crisi” degli anni 2008-2014.

5 commenti

Archiviato in Attualità

Turisti stranieri e ordinaria maleducazione

Leggevo ieri un articolo di Beppe Severgnini, famoso giornalista e opinionista del “Corriere della Sera”, il quale sosteneva, non so con quali dati concreti, che la maleducazione dei turisti stranieri che vengono in Italia sarebbe colpa di noi italiani. Poiché notoriamente gli italiani sono inclini a non rispettare leggi e normative, hanno cioè nel DNA l’istinto alla trasgressione ed alla logica del “se pò fà”, anche gli stranieri – che pure sono disciplinati nei loro paesi – si sentirebbero autorizzati, quando vengono qui da noi, a comportarsi da incivili e da maleducati. Di questi comportamenti abbiamo numerosi esempi: stranieri che si ubriacano e urlano per le strade, si accampano e fanno rumore e sporcizia da ogni parte, non rispettano le norme del vivere civile. Io stesso ho diverse dimostrazioni di questi comportamenti, che non fanno certo onore a paesi universalmente ammirati per il senso civico. Ne cito solo due. Il primo è l’abbigliamento: persone che nei loro paesi si vestono in modo impeccabile, appena vengono in Italia si presentano in modo sciatto e trasandato, quando non addirittura sconveniente al luogo dove si trovano. Anni fa avevo in classe una studentessa con il padre svedese, separato dalla moglie italiana e residente nel suo paese. Un giorno venne a scuola per prendere la ragazza e volle anche colloquiare con i professori, ma con un aspetto che denotava profondo disprezzo per il luogo: maglietta semistrappata, pantaloni corti e sandali di pessima fattura. Un obbrobrio solo a vedersi. L’altro esempio che voglio fare riguarda i turisti che, purtroppo, si fermano di fronte a casa mia e parcheggiano l’auto per andare poi in centro. Mentre gli italiani ti chiedono gentilmente se possono lasciare la macchina sotto casa, senza dare fastidio e permettendoti comunque di uscire dal garage, gli stranieri arrivano lì, lasciano l’auto in qualsiasi posizione (anche davanti alla porta del mio garage) e se ne vanno, con la repellente supponenza di chi crede che, siccome siamo in Italia, sia tutto lecito, anche impedire ad un cittadino che sta a casa sua, nel proprio Paese, di uscire con il proprio mezzo dalla rimessa. Ho dovuto spesso sostenere liti anche violente con questi stranieri, e qualche volta ho gridato pure loro “Go home!”, secondo un pensiero di cui sono fermamente convinto, cioè che se i turisti stranieri debbono venire qua per mostrare il peggio di loro e comportarsi da maleducati, se ne restino pure al loro paese. Chi li costringe a venire in Italia, visto anche che ne parlano male e ci considerano così poco?
Per ritornare all’articolo di Severgnini, che non mi piace come giornalista e dal quale dissento quasi sempre, non sono affatto d’accordo con lui neanche questa volta. Se gli stranieri sono rozzi e maleducati la colpa è soltanto loro, non possiamo colpevolizzarci anche di questo. Dico anzi che bisogna finirla una volta per tutte con questa esterofilia che da tanto domina qui da noi, per cui si tende a credere che noi italiani siamo i peggiori d’Europa e del mondo, che gli stranieri sono sempre e comunque migliori, che all’estero è tutto un paradiso mentre qui da noi non funziona nulla. Dobbiamo finirla con questo senso di inferiorità che abbiamo noi italiani, profondamente sbagliato: quando sono stato all’estero (ed ho visitato diversi paesi in Europa) non ho trovato affatto situazioni e condizioni migliori delle nostre. Dappertutto esiste il vizio, la corruzione, la malavita, non solo da noi; ed il portafogli va tenuto ben stretto non solo a Roma e Napoli, ma anche a Parigi, Londra, Barcellona, Berlino, Dublino ecc. Tutto il mondo è paese, i problemi ci sono ovunque. L’unica colpa che vedo nel nostro Paese è che le leggi non sono abbastanza rispettate e fatte rispettare, per cui molte persone si sentono autorizzate a fare i propri comodi, italiani o stranieri che siano. Se le cosiddette “forze dell’ordine”, invece di stare in ufficio a giocare al computer, presidiassero veramente le strade e le piazze delle città intervendo a manganellate e manette contro chiunque non rispetti le norme, in poco tempo il problema si risolverebbe. Per certa gente non bastano i discorsi, serve la forza bruta; così anche gli stranieri rozzi e villani che infestano le nostre città imparerebbero a comportarsi come a casa loro.

2 commenti

Archiviato in Attualità

Riforme e ostruzionismo

Osservando ciò che sta accadendo sul fronte della politica in questi ultimi tempi, mi sembra che si debba dare atto a Renzi ed al suo governo di essere almeno un po’ diverso da tutti quelli che l’hanno preceduto, se non altro per la chiara volontà di cambiare qualcosa in questo Paese: mi riferisco alle riforme costituzionali ed alla legge elettorale, attualmente in discussione in Parlamento. Forse qualcuno dirà che ci sono altre priorità, come il problema della disoccupazione e quello del costo del lavoro, diventato ormai insostenibile a causa dell’esagerato carico fiscale che incombe sulle imprese; è infatti assurdo, a mio giudizio, che un’azienda debba pagare ogni mese 2500 euro o più per un operaio che ne riceve, al netto delle trattenute, appena 1200, uno stipendio del tutto inadeguato alle esigenze di vita attuali. Eppure anche le riforme istituzionali sono importanti, perché una diversa gestione del potere legislativo ad esempio, ottenibile con la fine del bicameralismo perfetto (un’anomalia soprattutto italiana) e la riduzione del numero dei parlamentari, oltre a far risparmiare soldi allo Stato consentirebbe anche di approvare e promulgare le leggi sul lavoro e sulle altre questioni importanti di ogni settore sociale in un tempo minore ed in modo più agevole. Quindi io stesso, che pure non mi sono mai riconosciuto nella parte politica da cui proviene Renzi ed il suo partito, apprezzo i suoi sforzi per realizzare finalmente delle riforme di cui il Paese ha bisogno e che si aspettano ormai da vent’anni o più.
Ma ecco che, come sempre accade ogni volta che qualcuno ha dei buoni propositi e cerca di realizzarli, qualcun altro si diverte a mettere i bastoni tra le ruote, impedendo ogni cambiamento e rendendosi quindi interprete di un conservatorismo e di un immobilismo propri di una mentalità della quale una volta si accusava la destra e che veniva chiamata reazionaria. Mi riferisco al vergognoso ostruzionismo messo in atto, in Senato, dalle opposizioni ed in particolare dai seguaci del buffone Beppe Grillo, il cosiddetto “Movimento cinque stelle”, che io ho ribattezzato “Cinque stalle” osservando l’aspetto e l’eloquio di alcuni di loro come la Taverna o la Lombardi, tanto per citarne solo due. Costoro sono stati eletti e mandati in Parlamento da cittadini che si aspettavano un cambiamento dello status quo, che confidavano in loro per combattere la vecchia politica; ed invece quello che i grillini stanno facendo adesso è l’esatto contrario, perché stanno ostacolando con ogni mezzo (anche con la volgarità e l’insulto becero di cui si fanno vanto) proprio quel cambiamento del quale avrebbero dovuto farsi portatori. Con il loro ostruzionismo, con il loro dire sempre e comunque di no a tutto, con l’assenza di qualsiasi proposta sensata, costoro vogliono in realtà il mantenimento della situazione attuale, di un Senato che in pratica serve soltanto a complicare l’iter delle leggi ed a gettare sabbia nel motore del rinnovamento, la permanenza di quei privilegi e di quegli sprechi che dicevano di voler eliminare. Anche questo dimostra che le buffonate come quella dell’essere dalla parte dei cittadini ed il “Tutti a casa”, che i grillini sventolavano qualche tempo fa, erano enormi falsità, delle colossali bugie con le quali hanno ingannato milioni di italiani. In realtà essi si sono inseriti subito nel meccanismo della vecchia politica, tanto da volerne mantenere ad ogni costo i privilegi e le inefficienze. Lo dimostrarono anche quando, in occasione dell’elezione del Presidente della repubblica, sostennero addirittura Rodotà, un residuato bellico del vecchio regime e della sinistra più oltranzista e supponente. E anche adesso non vogliono la riforma o l’abolizione del Senato, che sarebbe una soluzione ancora migliore, perché hanno da mantenersi la poltrona. E poi i ladri sarebbero i partiti tradizionali!
La verità è che quando un movimento nasce dalla pura protesta, dalla cosiddetta antipolitica, riceve sì sul momento il consenso di tanti illusi qualunquisti (come io giudico chi ha votato Grillo) che fanno di ogni erba un fascio e gettano sui politici tutte le colpe possibili (piove, governo ladro!), ma poi i nodi vengono al pettine; perché non basta urlare e protestare, non basta dire sempre di no, qualcosa di logico e di realizzabile si deve pur proporre, si deve collaborare con qualcuno visto che, nonostante il malaugurato 25 per cento che hanno avuto alle elezioni, non possono certo decidere tutto da soli. Costoro si sono isolati, non hanno mai collaborato con nessuno né fatto una proposta concreta, e adesso si scagliano contro Renzi perché finalmente vuole cambiare qualcosa nelle istituzioni di questo Paese, modificare giustamente una Costituzione che andava benissimo nel 1948, ma che non è più adatta ai tempi ed alla società attuali. In parte vanno compresi, poveracci che non sono altro, perché sono stati presi alla sprovvista da un presidente del Consiglio diverso dagli altri, che non possono certo accusare di conservatorismo o di immobilità; per questo si trovano in difficoltà, perché la protesta fine a se stessa, oltre ad essere inconcludente, diventa addirittura assurda quando la controparte mostra di saper fare proposte concrete. Di qui il loro smarrimento, l’urlo impotente di chi sa di essere destinato a perdere sempre più consensi, come si è visto anche alle recenti elezioni europee, dove tuttavia una parte ancora consistente di italiani (il 21 per cento) ha continuato ad illudersi e a dare fiducia ad un’accozzaglia di sprovveduti guidata da un comico e da un “guru” impresentabile e sgradevole anche alla vista. Ma prima o poi questi elettori, pur poco lungimiranti quali sono, si renderanno conto della verità e così il grillismo finirà come finì nel ’48 l’”Uomo qualunque”, annegherà cioè nel proprio disfattismo e nella propria inconcludenza.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità

La nostra TV e la truffa del canone

Mi sono reso conto, rileggendo quanto scritto qui sul blog, che negli ultimi tempi ho dedicato tutti i post alla scuola. E’ naturale, visto che al mio lavoro di docente e di studioso ho dedicato tutta la vita, ma in un diario pubblico debbono esistere anche altri argomenti, altrimenti si divenda monotematici e quindi noiosi. Per qualche tempo quindi cercherò di non parlare di scuola (tanto più che siamo in vacanza) e di trattare altre questioni, a meno che non emerga qualche novità clamorosa che mi costringa a ritornare sul mio tema principale.
Voglio pertanto dedicare questo post alla televisione, ed in particolare alla Rai, la TV di Stato. Dico subito che il mio giudizio sulle trasmissioni televisive in genere è molto negativo: il livello culturale è bassissimo, predominano programmi sciocchi e ad uso degli analfabeti, le uniche trasmissioni interessanti vengono proposte a orari impossibili e notturni, la volgarità e il turpiloquio dilagano, e altre perle di questo tipo. In altre parole, la televisione italiana, secondo me, è di infimo livello, e ciò riguarda anche i programmi giornalistici a cominciare dai telegiornali, dove si sprecano le banalità, dove non viene dato il giusto rilievo alle notizie importanti e si spreca invece tempo per fatti del tutto irrilevanti; manca inoltre quell’obiettività che si richiederebbe a un’azienda come la RAI che, attraverso il canone, è pagata da tutti i cittadini. Ma la cosa peggiore secondo me, quella che abbassa infinitamente la qualità dei programmi, sta nel fatto che l’unica cosa che interessa ai dirigenti RAI non è la qualità o il valore educativo e culturale delle trasmissioni, ma il cosiddetto “share” (ma una parola italiana non esisteva?), cioè la percentuale di spettatori che guardano un determinato programma. E questo perché il gettito pubblicitario è direttamente proporzionale al numero (non alla qualità) degli spettatori che guardano in quel momento la televisione. Un tale presupposto, a mio parere, è legittimo nelle televisioni commerciali, per le quali gli introiti pubblicitari costituiscono quasi l’unica fonte di sostegno, ma non per la televisione pubblica, che ha il canone e che quindi dovrebbe guardare alla qualità dei programmi, non al numero degli spettatori. Per questo andrebbero usati i soldi del canone, non per pagare milioni di euro ai conduttori o alle ballerine; del resto la TV, strumento potentissimo di diffusione delle idee perché entra in ogni casa, dovrebbe avere un valore educativo e formativo per i cittadini. Aristofane diceva che, se per i bambini c’è la scuola, per gli adulti c’è il teatro a trasmettere buoni principi e sane idealità; oggi la televisione avrebbe un impatto ancor più elevato del teatro di allora, se solo fosse impiegata nel modo giusto. Invece ciò che si vede in TV contribuisce semmai a diffondere la volgarità, la violenza e l’odio di partito; svolge quindi un ruolo opposto a quello che dovrebbe svolgere, e la RAI è in prima fila in questa deriva diseducativa e indegna di un Paese civile.
C’è inoltre un’altra cosa che mi preme puntualizzare. Perché tutti i programmi, dai quiz ai “talk show” giornalistici, a quelli di intrattenimento, finiscono a fine maggio per riprendere a ottobre, e d’estate vengono trasmesse solo stucchevoli repliche di vecchi programmi (v. “Don Matteo” e “Il medico in famiglia”) e telefilms americani con pistole e gangsters? In pratica, per la RAI, l’estate non esiste, forse perché pensano che tutti vadano in vacanza e che nessuno guardi la TV, così da potersi permettere di sospendere per quattro mesi la normale programmazione e trasmettere solo robaccia trita e ritrita? Forse non sanno che tante persone non vanno in vacanza, oppure, anche se ci vanno, non vi rimangono certo per quattro mesi!
Il canone, però, lo pretendono per tutto l’anno, martellando i poveri spettatori con pubblicità pro-canone da gennaio a marzo. A questo proposito vorrei lanciare una proposta, provocatoria ma fino ad un certo punto: perché, la prossima volta, non paghiamo solo 2 terzi del canone (se sono circa 120 euro, paghiamone 80), visto che per un terzo dell’anno (cioè i mesi da giugno a settembre) praticamente la TV non esiste?

2 commenti

Archiviato in Attualità

Osservazioni sugli esami di Stato 3. Dalla parte degli studenti

Ho già dimostrato, nel primo post di questa “trilogia” sugli esami di Stato della scuola superiore, che l’impegno degli studenti è gravoso, dovendo essi essere preparati sui programmi dell’intero anno scolastico conclusivo in quasi tutte le materie del loro corso. Questa formula d’esame, inaugurata nel 1999 dall’allora ministro Berlinguer, non è affatto semplice, ed i risultati spesso positivi non debbono ingannare chi non è addentro alla questione. Qui però desidero affrontare un altro argomento, collegato ai primi due, e cioè: come vivono gli studenti questa prova che debbono affrontare? Vi si avvicinano nel modo corretto oppure compiono degli errori di prospettiva piuttosto gravi?
Ovviamente la risposta a quest’ultimo interrogativo è sì, e vediamo perché. Il primo e più diffuso errore degli studenti, a ciò abituati da un andazzo facilone che esiste nel nostro Paese dai tempi del ’68, è quello di pensare che la promozione sia cosa certa e scontata. Non è così: la commissione d’esame, per promuovere un alunno, deve avere comunque degli appigli, dati dalle prove scritte o da quelle orali; se questi punti di forza non ci sono, se cioè vengono fallite sia le prove scritte che il colloquio, la bocciatura è nella logica delle cose, è probabile e del tutto corrispondente alle leggi vigenti. Anzi, è più facile adesso che con il vecchio esame, perché allora veniva fatto un bilancio al 50 per cento (o quasi) tra i risultati ottenuti nel corso degli studi e quelli delle prove d’esame, per cui uno studente, se pur aveva avuto qualche esito positivo in precedenza, poteva salvarsi; ma oggi il voto finale è dato da una pura somma di voti, in cui il credito scolastico (che rappresenta appunto l’andamento dei tre anni precedenti) conta solo per il 25 per cento; se quindi tale punteggio, sommato a quello delle prove scritte ed orali d’esame, non raggiunge i 60 centesimi, lo studente è bocciato e non c’è nulla da aggiungere o da rimarcare.
Un altro diffusissimo errore degli studenti è quello di sottovalutare l’esame e non prepararlo nel modo dovuto. Alcuni di loro pensano che sia sufficiente conoscere il proprio argomento iniziale (la cosiddetta “tesina”), che è invece sempre meno valutata dalle commissioni attuali. La tesina non ha alcuna influenza sulle prove scritte, mentre al colloquio le sono riservati, di norma, i primi dieci minuti, dopo di che si passa alle domande specifiche su tutte le materie. Molti studenti, appunto, non prendono in considerazione questo dato di fatto e si presentano all’esame con una preparazione raffazzonata e spesso superficiale, senza tener presente che debbono portare il programma di un intero anno scolastico di quasi tutte le materie del loro corso. Che questo sia un atteggiamento molto comune si nota anche dal fatto che mentre noi, che pure (lo ripeto) avevamo un esame molto più semplice e basato su due sole materie scritte e due orali, passavamo pomeriggi e notti a studiare e spesso non frequentavamo più la scuola nel mese di giugno proprio per prepararci, gli studenti attuali vengono a scuola fino all’ultimo giorno (anche per organizzare festicciole e perdere tempo) e si fanno vedere di pomeriggio in giro per i luoghi di divertimento, come se l’esame non ci fosse o non toccasse proprio a loro.
Il terzo e gravissimo errore di studenti e genitori è quello di non avere un’esatta consapevolezza della propria preparazione. Molti si illudono di essere preparati, di sapere tutto, di fare bella figura, e invece poi subiscono all’esame un’amara delusione. Certe persone, anche durante l’anno scolastico, sono convinte di essere brillanti e di avere capacità che in realtà non hanno; ed in questo campo specifico i genitori sono peggiori degli studenti, perché molti di loro credono erroneamente che il loro figlio sia un genio, un Einstein in miniatura, salvo poi scoprire a loro spese che non è così. Questo accade anche perché i genitori proiettano sui figli le loro frustrazioni, pretendono di veder raggiunti da loro i traguardi ch’essi non sono stati capaci di raggiungere nella vita, e finiscono per sopravvalutarli; perciò, se poi i risultati non sono quelli sperati, ne consegue una forte delusione e una colpevolizzazione dei professori, che diventano così il capro espiatorio. La colpa è sempre dei professori, specie dei membri interni che non hanno sostenuto abbastanza il povero studente. E non si rendono conto, invece, che spesso non c’era nulla da sostenere, che di fronte a prove miserevoli non c’è nessuno che possa falsare la realtà di fatto.
In conclusione, alla fine dell’esame non c’è nessuno che sia contento del voto ricevuto, perché tutti erano convinti, nella loro presunzione, di meritare di più. Questo riguarda purtroppo anche i più bravi, quelli che se ne escono con valutazioni alte, perché poi fanno i confronti con i compagni e ciascuno presume di essere più bravo degli altri, per cui il voto gli sta sempre stretto. Oltretutto c’è una falsa convinzione che gira per le scuole: che cioè lo studente bravo, che ha avuto sempre buoni risultati, debba prendere per forza il massimo dei voti, 100 centesimi. Ed invece non è così: i 100 centesimi, cioè il massimo, vanno attribuiti soltanto alle eccellenze vere e proprie, ai casi di bravura eccezionale, e non genericamente a tutti quelli che hanno avuto un buon rendimento; anche voti come 98, 96, 94, 90 e persino 85 sono alti e denotano un merito individuale di indubbio rispetto, per cui chi li ottiene dovrebbe comunque essere soddisfatto. Ed invece non è così: tutti avrebbero voluto di più, tutti (genitori e studenti, ugualmente presuntuosi) pensavano di meritare di più. E la colpa del mancato risultato di chi è? Non dello studente, che ha fallito delle prove scritte o ha detto sciocchezze varie all’orale. No. La colpa è sempre dei professori, brutti e cattivi, che non vogliono aiutare i poveri ragazzi e pretendono perfino che lo studente sappia commentare un testo o sapere quando è iniziata la prima guerra mondiale. Cosa importa conoscere queste bazzecole? Tanto c’è internet, dove si trova tutto; la scuola può andare a farsi benedire.

5 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Osservazioni sugli esami di Stato 2. L’infelice condizione del membro interno

Nella mia lunga esperienza di esami di Stato mi sono trovato più volte a svolgere sia la funzione di membro interno, per me obbligatoria ogni due anni perché al liceo Classico si alternano in questo ruolo il docente di italiano e quello di latino e greco, che quella di commissario esterno o di presidente di commissione; e debbo dire, in tutta sincerità, che preferisco di gran lunga questa seconda situazione, sebbene vi sia da fare un viaggio piuttosto disagiato, specie nelle giornate più calde, per raggiungere sedi situate all’altro capo della provincia.
Perché dico questo? Il presidente o commissario esterno, che va ad esaminare alunni non suoi, è molto più tranquillo dato che, non conoscendo nessuno degli studenti che esaminerà, non è al corrente del loro reale livello culturale, delle capacità, dell’impegno profuso negli studi ecc., e quindi può giudicare oggettivamente, senza troppo coinvolgimento emotivo. Dovrà solo ricordarsi che ha lasciato nella sua scuola i propri alunni, che non necessariamente sono più bravi o preparati di quelli che andrà a giudicare in un’altra sede; dovrà evitare quindi (ma non tutti lo fanno, purtroppo) di assumere atteggiamenti censori o troppo esigenti, di mettere in difficoltà i ragazzi dei colleghi ed ostentare una severità che certamente non ha mostrato l’anno o gli anni precedenti, quando ha svolto la funzione di membro interno.
E quest’ultimo invece, il malcapitato che porta all’esame i propri studenti, come si sente? Male, molto male, specie quando sa che tra i suoi alunni ci sono alcuni che mantengono le lacune accumulate in tutto il quinquennio e mai superate, alunni che il Consiglio di classe ha deciso di ammettere all’esame ma che lo affrontano tra mille paure e difficoltà. E a tal proposito aggiungo che la mia convinzione è quella secondo cui sarebbe di gran lunga preferibile evitare il buonismo deleterio che molto spesso è diffuso nelle nostre scuole, e bocciare prima (o comunque non ammettere all’esame) persone che non sono in grado di superarlo se non per buona sorte o per estremo lassismo delle commissioni. E invece si preferisce quasi sempre lasciare alla commissione d’esame le patate bollenti, sperando nella fortuna e nella clemenza della corte.
Ciò detto, torniamo a parlare dello stato d’animo del membro interno. Egli ha dentro di sé una scala di valori dei propri alunni, e logicamente vorrebbe che fosse rispettata; ma molto spesso non è così, perché succede frequentemente che chi ha sempre avuto un buon rendimento si emozioni e si perda nelle prove d’esame, così come può accadere, all’inverso, che il lavativo di turno incontri una giornata felice, abbia fortuna nelle domande rivoltegli o comunque faccia buona impressione ai commissari e ottenga così valutazioni più alte di chi si è sempre impegnato ed ha avuto per cinque anni un andamento scolastico migliore. Questo è nella logica delle cose, ma dispiace a chi ha in sé il senso di giustizia che vorrebbe fosse rispettato; e del resto non si può nemmeno insistere con i colleghi esterni facendo presente la disarmonia uscita fuori dalle varie prove, perché essi generalmente ti rispondono che dei risultati di profitto precedenti si è già tenuto conto nel punteggio del credito scolastico, e che l’esame ha una vita propria. Ma proprio qui sta l’iniquità, secondo me: con il vecchio esame, quello delle due materie scritte e due orali, si verificava un sostanziale equilibrio, nell’attribuire il voto finale, tra i giudizi che la scuola elaborava circa l’andamento dello studente negli anni precedenti e le prove d’esame; adesso invece il voto conclusivo è ottenuto mediante una pura e semplice sommatoria di punteggi, nella quale il credito scolastico (cioè il punteggio dato sulla base delle medie ottenute dallo studente nei tre anni conclusivi del ciclo di studi) conta soltanto per il 25 per cento, mentre il 75 per cento deriva dalle prove d’esame. Di qui le frequenti incoerenze che si riscontrano nelle valutazioni finali, delle quali ben pochi sono contenti, ben pochi si riconoscono nel voto ricevuto.
Aggiungo un’ultima considerazione. Il membro interno, nell’immaginario collettivo, è sempre stato concepito come il paladino degli studenti, quello che li difende a spada tratta in tutte le situazioni e cerca quindi di far lievitare tutte le valutazioni; e ci sono in effetti molti membri interni che continuano a comportarsi così, suggerendo persino le risposte ai ragazzi durante le prove scritte, comunicando in anticipo le domande della terza prova o spingendo al colloquio per ottenere voti assolutamente non meritati. E su questo blog ho detto più volte perché costoro agiscono così: non tanto per il bene degli studenti, ma per se stessi, nel senso che se una classe ha buoni voti all’esame ciò è una gratificazione per i docenti che li hanno preparati durante l’anno scolastico, che così risultano più bravi. Ma io, che in molti casi la penso diversamente dalla maggioranza dei miei colleghi, non credo affatto che questo sia il compito del membro interno, ma che egli debba piuttosto cercare di far rispettare, per quanto possibile, la scala dei valori dei suoi studenti, cercando di premiare i migliori e non i peggiori. Ciò significa, in molti casi, fare il contrario di quel che si è detto sopra, cioè impegnarsi non per aumentare ma per diminuire certe valutazioni eccessive, che la commissione esterna a volte attribuisce per mancata conoscenza degli studenti, per cui – come dicevo sopra – chi si presenta bene o ha un colpo di fortuna riesce ingiustamente a passare avanti a chi si è sempre impegnato. Io credo molto nel merito individuale e odio ogni forma di ingiustizia e di massificazione, per cui chi ha sempre mostrato capacità ed impegno costante dovrebbe, a mio giudizio, ottenere i voti migliori. E non bisogna dimenticarsi che con la forma attuale dell’esame di Stato, diversamente dal precedente, il membro interno è parificato agli esterni nella commissione, deve correggere gli scritti e porre le domande al colloquio orale; è necessario perciò che sia obiettivo, che evidenzi gli errori quando ci sono e non mistifichi la realtà facendo passare per bravi e meritevoli studenti che non lo sono affatto. Ricordiamoci che la Verità paga sempre, la menzogna e l’ingiustizia sono invece prerogative delle persone meschine, non di uomini e donne che debbono essere, oltre che docenti delle loro materie, anche maestri di vita.

4 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica